Il sequestro del piccolo Di Matteo

Un filo rosso sangue che passa anche per Trapani, per la provincia di Trapani, la provincia dello “zoccolo duro” della mafia, la terra dove si nasconde il capo mafia latitante e capo della “nuova Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, il «filo rosso sangue» che avvolge la tragica fine del piccolo Giuseppe Di Matteo, il ragazzino figlio del pentito Santino sequestrato dai mafiosi a Villabate il 23 novembre del 1993, e poi ucciso, strangolato e sciolto nell’acido, l’11 gennaio del 1996. Condannati sono stati (pena dell’ergastolo) i castellammaresi Agostino Lentini e Michele Mercadante, l’alcamese Vito Coraci, il valdericino Vito Mazzara, mentre 30 anni furono inflitti a Giuseppe Costa, di Custonaci (nipote di Vito Mazzara).

Oggi c’è un processo in corso nei confronti del latitante Matteo Messina Denaro. I retroscena trapanesi del sequestro Di Matteo sono stati raccontati dal pentito di Mazara del Vallo, Vincenzo Sinacori: «Un giorno, siamo nel 94, Vincenzo Virga (capo mafia di Trapani ndr) e Vito Mazzara (killer della cosca ndr) dopo avere incontrato a Palermo Matteo Messina Denaro mi dicono di avere avuto confidato da Matteo che hanno preso il figlio di Di Matteo, perché vogliono che il padre al processo ritratta tutto».
Due i luoghi in provincia di Trapani dove Di Matteo fu tenuto sequestrato. La casa di Purgatorio di Giuseppe Costa, fidanzato con la nipote di Vito Mazzara. Costa ricevette l’ordine dalla zio. In questa casa fu apposta realizzata in muratura la «cella» dove tenere il ragazzino, nella sentenza di condanna si legge: «Tutte le mattine Costa si presentava puntuale nella casa-prigione, chiedendo ai carcerieri quali generi alimentari gradissero, provvedendo al loro acquisto. Fu testimone dell’arrivo del piccolo Di Matteo, che arrivò a Purgatorio chiuso nel portabagagli e incappucciato».

Altro luogo, una casa di Castellammare del Golfo. L’alcamese Vito Coraci ha proclamato la propria estraneità («… Ho la mia coscienza pulita, per questo lo giuro davanti a Dio, davanti alla famiglia Di Matteo, davanti a questa Corte. Le miei mani sono pulite…»), ma secondo i giudici avrebbe fatto da «palo» al convoglio che trasportava il piccolo Di Matteo quando fu portato a Castellammare del Golfo, provenendo da Ganci. Agostino Lentini mise a disposizione la casa, dove a fare da sorvegliante spesso andava anche Michele Mercadante: lì il piccolo Di Matteo veniva tenuto chiuso in un angusto vano bagno.

Il latitante Matteo Messina Denaro che nei «pizzini» lamenta di non avere mai conosciuto la figlia, chissà se un giorno saprà raccontarle di quel bambino di 11 anni che lui contribuì a fare uccidere.