I rifiuti sono scomparsi solo dalla tv

“Una pena enorme. Si provo proprio pena per i napoletani e per Napoli, una città che oramai è senza via d’uscita”. Claudio Cupellini, di mestiere regista, ha raccontato Napoli e la sua peste, i napoletani con le loro bassezze e la loro miracolosa capacità di essere grandi, attraverso i corpi dei protagonisti del suo ultimo film “Una vita tranquilla”, con Toni Servillo. Ora guarda con tristezza le immagini dei cumuli di rifiuti sparsi per le strade del centro e della vasta periferia.

Cupellini, perché giudica Napoli una città senza via d’uscita?
E’ il Paese, l’Italia intera, una realtà senza via d’uscita. Napoli con le sue crisi ricorrenti, i rifiuti ancora lì, per strada, come nel 2007 e nel 2008, è solo una tragica metafora della situazione italiana. Eppure ci avevano raccontato che la crisi era finita,che tutto era risolto, ci avevano mostrato l’inceneritore di Acerra perfetto, funzionante, un gioiellino….

Un dono di Dio, lo definì Berlusconi filamto mentre premeva il pulsante rosso e dava il via ai forni miracolosi.
Si la televisione mostrò a tutto il mondo e all’Italia un miracolo di cartone. E quelle immagini ebbero un effetto sull’opinione pubblica. Il Paese, soprattutto al Nord,si convinse che finalmente la crisi dei rifiuti era risolta.Magia della tv! A Napoli e in Campania , invece, la gente continua ad ammalarsie a morire per la diossina e i veleni che ammorabano gran parte del territorio. Nel frattempo c’è chi sul ciclo dei rifiuti si arricchisce, è un business enorme che cresce quanto più dura l’emergenza e quanto più si allontana una soluzione moderna e definitiva del problema. Parliamo di camorra, ma anche di gruppi affaristici, di grandi imprese del Nord, di politici spregiudicati e collusi.

Il suo film, “Una vita tranquilla”, racconta di un ex camorrista che si è costruito altrove un’altra esistenza. Napoli, con i suoi drammi, le sue violenze non c’è mai, neppure un fotogramma.Perchè?
Il film è la storia del drammatico rapporto padre-figlio, la camorra è sullo sfondo, il racconto di Napoli è affidato al volto, alla fisicità e al linguaggio dei due ragazzi che piombano nella vita tranquilla del protagonista.

C’è anche l’affaire rifiuti a fare da contorno alla storia dei personaggi?
Si, con un contratto per bruciare i rifiuti campani nell’inceneritore di una cittadina tedesca.Una realtà dove abbiamo girato alcune parti del film e che mi ha colpito, pensi, c’è un gigantesco impianto, tutto pefetto, pulito, funzionante, lì i rifiuti da problema sono diventati risorsa economica. Qui da noi, invece, tutto diventa dramma, emergenza continua.

Quando ha presentato il suo libro in Campania, gli spettatori che reazione hanno avuto?
Hanno apprezzato il cuore della storia, il rapporto padre-figlio fatto di passioni travolgenti, odio ma anche amore inespresso. Ma sono rimasti molto incuriositi dal racconto di quel particolare tipo di camorra che si dedica agli affari, che punta ad inserirsi anche negli investimenti pubblici.

Campania, Calabria, Sicilia, tre grandi aree del Paese pesantemente condizionate dalle mafie.
Ormai siamo di fronte ad un male che va ben al di là dei confini meridionali, le mafie si sono infiltrate nelle aree più produttive del Paese, investono a Milano come a Nord-Est, in un periodo di crisi economica fortissima dispongono di enormi liquidità, come dimostrano studi e statistiche . Sono dentro la politica e le istituzioni, in alcune realtà eleggono direttamente sindaci, assessori, consiglieri regionali e finanche deputati. E’ una lotta durissima, quasi impossibile da vincere, ma va combattuta.

E il cinema che contributo può dare a questa lotta?
Il cinema fa quello che può, sono altri i soggetti che devono intervenire.Il nostro compito è quello di raccontare, rappresentare con le immagini e la mess inscena la realtà del Paese. Un buon film serve ad aprire le menti, scuotere le coscienze, sensibilizzare, questo è il compito del cinema.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2010)