Dossier Rosarno: un anno dopo

L’OMAGGIO DEI “NERI” ALLA MADRE DI PEPPE VALARIOTI, EROE ANTIMAFIA
(di Enrico Fierro)
Ancora una volta “gli immigrati hanno salvato Rosarno”. E forse, come dice fin dal titolo il bel libro che Antonello Mangano ha scritto per Terrelibere, salveranno anche l’Italia. Sicuramente ieri hanno salvato la faccia della Calabria. Perché sono scesi in piazza rivendicando i loro diritti in tanti (almeno 500) e con civiltà hanno chiesto di vivere e lavorare in modo dignitoso e nel rispetto di leggi e contratti. Anche in terre dove tutto, anche l’aria che si respira, è controllato dalla mafia e condizionato dalla malapolitica. Sono scesi in piazza un anno dopo “i fatti di Rosarno”.
La rivolta dei braccianti neri, la caccia all’uomo e la scoperta che in un punto sperduto d’Italia uomini venuti da lontano alla ricerca di un pezzo di pane, vivevano (vivono) come bestie. Ammassati nei capannoni di una fabbrica fallita (uno dei tanti esempi dell’inganno industriale della Calabria), tra cartoni ed escrementi, topi e sporcizia, sfruttati da caporali senza scrupoli e imprenditori agricoli con foreste di pelo sulla coscienza, rifiutati da una popolazione di bianchi che in quelle facce nere e scavate forse rivedeva i volti raccontati da Franco Costabile, calabrese e poeta maledetto morto suicida a 41 anni. “Il bracciante la sera si guarda nella bettola il manifesto del piroscafo e degli uccelli bianchi. Lui e il suo cuore non vanno d’accordo”. Non c’erano piroscafi un anno fa per i braccianti neri cacciati da Rosarno, ma pullman, torpedoni della vergogna che dovevano portar via, lontano dalla Calabria, quegli uomini sfruttati e sottrarli così ai linciaggi.
“Non dovete ringraziarmi, noi siamo tutti uguali”. Nell’indifferenza della gente di Rosarno (al corteo organizzato dalla Cgil e dall’associazione Radici di bianchi se ne sono visti pochi), una donna quasi novantenne, la veste nera di un lutto che la avvolge da trent’anni, l’unica a pronunciare parole giuste e straordinariamente moderne. Si chiama Caterina ed è la mamma di Peppe Valarioti, eroe civile della Calabria, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno 1980. Si era occupato di arance e braccianti, di cooperative e speculazioni sui contributi comunitari e aveva capito che la ‘ndrangheta dei Pesce, dei Bellocco e degli altri mammasantissima che da sempre dominano nella Piana di Gioia Tauro, aveva messo le mani sul business degli agrumi. Lo uccisero e la sua morte, come tante altre morti civili nelle terre di ‘ndrangheta, è rimasta impunita. I braccianti neri hanno voluto fermarsi sotto la casa di Peppe, hanno stretto la mano dell’anziana madre, hanno scambiato con lei qualche parola. E’ toccato ancora una volta a loro, ritessere il filo di una memoria che a Rosarno e in Calabria in troppi hanno velocemente cancellato. Quella di uomini, sindacalisti e dirigenti politici, che non molti anni fa si sono battuti per la giustizia e il lavoro, contro i boss della ‘ndrangheta e i politici corrotti. Uomini morti giovani con in testa il sogno di una politica dalle mani pulite sempre. Ieri i neri di Rosarno, gli ultimi della terra in una terra che la sua classe dirigente precipita sempre più giù nelle classifiche nazionali, hanno reso omaggio a questa storia. Nella Calabria dei consiglieri che si inginocchiano di fronte ai boss, baciano le loro mani, trattano pacchetti di voti per la Regione e per il Parlamento è una buona notizia. Una grande lezione di civiltà. Una piccola speranza per la Calabria.

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MIGRANTI, A ROSANO NULLA È CAMBIATO
(di Angela Corica)
Non sempre il tempo serve per migliorare le cose, a volte le rende peggiori. A un anno esatto dai “fatti” di Rosarno nulla è cambiato. I migranti continuano a vivere in sofferenza e condizioni disumane: niente acqua, niente luce, niente gas, niente scarpe comode per affrontare il lavoro al gelo nei campi, niente case confortevoli ma soliti tuguri nascosti nelle campagne deserte, niente integrazione. Se qualcuno parla di “situazione migliore” si riferisce al fatto che, a differenza dello scorso anno, non sono più 2500 gli africani che vivono in città ma 700; che il governo ha pensato di programmare un progetto di accoglienza che però tarda ad attuarsi e comunque non si riferisce a più di 120 persone e che, infine, a seguito della deportazione di massa dello scorso gennaio sono stati eliminati anche alcuni luoghi simbolo del degrado, i ghetti neri come l’ex cartiera (che era già stata chiusa prima degli scontri), l’ex rognetta e l’ex Opera Sila.
Non è azzardato dire che parte di quelli tornati a Rosarno stavano meglio in quei posti. Ora sono molto più impauriti e isolati. Gli africani sono, nella gran parte, gli stessi di quelli dello scorso anno. Costretti a tornare per la fame e la miseria. Al loro paese moltissimi lasciano moglie e figli. Per non dare troppo nell’occhio ora sono sparsi nelle campagne cittadine, rendendosi così solo invisibili. Qualcuno ha trovato una casa nel centro storico dove vive insieme ad altri connazionali. Altri, più fortunati, nella vicina frazione di Drosi, a Rizziconi, dove le cose vanno un po’ meglio. Altra novità sconcertante è che gli immigrati – che guadagnano sempre dalle 20 alle 25 euro al giorno, quando riescono a lavorare – devono pure farsi carico dell’affitto che arriva fino a 150 euro al mese per un posto letto, se così si possono definire una brandina e un materasso di seconda mano. Il tetto spesso nemmeno c’è nelle vecchie costruzioni di campagna. E loro, che neppure trovano la forza per ribellarsi ancora, pagano in silenzio e fanno fatica anche a dirlo, hanno paura di essere cacciati o deportati nuovamente.
Si sono abituati nel frattempo alla curiosità dei cronisti. Non si nascondono più. Chiedono addirittura aiuto, qualcuno ti fa vedere i piedi nudi e ti dice che per lavorare ha bisogno di un paio di scarpe. Gli infradito in inverno, con il freddo pungente, servono a ben poco. Sono persone a cui è stato negato ogni diritto. Ai margini della società. Per recarsi al lavoro pagano inoltre il trasporto in macchina che è di circa 2.50 euro andata e ritorno. E poi ci sono i caporali. I migranti, quelli più deboli, sono spesso la vittima privilegiata di queste persone che vivono fra gli “invisibili” in campagna ma che hanno imparato a parlare meglio l’italiano rispetto agli altri connazionali, quindi sono bravi a trattare con il padrone.
La sera, dopo una giornata di lavoro faticoso – si fa rientro in quei tuguri bui e gelidi, circondanti da tanto fango e maleodoranti. Qui i migranti mangiano un boccone, riscaldano l’acqua in grandi pentole per lavarsi e dormono in 15 o 30 persone nella stessa “casa”. Sperando che all’alba, una volta fuori sulla statale 18, si riesca a trovare un lavoro per racimolare qualche spicciolo. In un momento in cui ci si mette di mezzo la crisi agrumicola che rende difficoltosa pure l’attività dello sfruttamento per gli speculatori. Che probabilmente ora sono attirati anche dalla presenza di gruppi di popolazioni dell’Est.
La rivolta dello scorso inverno – in parte reazione agli italiani che hanno iniziato ad aprire il fuoco – ha generato un inferno vero e proprio in paese. Lo spettro di quell’inferno ancora si agita in quelle strade che portano alle campagne dove vivono in isolamento i migranti, che però negano di avere vissuto la guerriglia urbana. I rosarnesi che non hanno preso parte agli scontri si sono barricati in casa, altri non hanno mai smesso di dire che Rosarno non è razzista. E’ stato da più parti escluso l’interessamento della mafia alla rivolta, il lavoro bracciantile non sembra essere in preda alle cosche, ma le modalità con cui sono stati affrontati gli scontri sono certamente mafiose.
Il lavoro nero, il guadagno illecito dei caporali di turno, lo sfruttamento brutale non sono certo esempi di legalità. Di questo l’operazione Migrantes dello scorso anno aveva già chiarito ogni dubbio. Quel gennaio 2010, però, non ha insegnato nulla. L’integrazione con il resto della popolazione non c’era e non c’è. E tutti si sentono impotenti di fronte a tanta povertà e miseria. Gli immigrati non hanno dove andare, lo confessano loro stessi. Vorrebbero trovare i soldi per far visita ai propri cari almeno una volta all’anno.
Ma in certi casi la miseria li trattiene pure in estate in questi luoghi, sempre isolati dal resto del mondo. Eppure loro il sorriso non lo perdono. Quando ci parli ironizzano sulla loro condizione di vita. Pare che ci abbiano fatto il callo e che sappiano tanto perfettamente quanto terribilmente che il loro destino è questo. La preoccupazione più grande è quando qualcuno di loro è chiamato dai propri cari. Spesso quello che guadagnano basta appena a mandare qualche soldo a casa. L’impotenza a quel punto è totale. E fa più male dell’indifferenza.
L’Osservatorio per i migranti AfricaCalabria – Rosarno – di cui Peppe Pugliese è l’esponente numero uno non ha mai smesso di dare assistenza agli africani e di fare fronte alle problematiche quotidiane. Lo faceva già prima che scoppiasse l’emergenza e la rivolta. Materassi, vestiti, cibo e cure sono cose che sbrigano i volontari e la rete di persone che hanno intorno. Allora se manca la luce, i beni di prima necessità, se si fa male qualcuno è Pugliese che interviene a tempo pieno. Proprio lui, senza voler fare polemica, ha evidenziato che la situazione dei migranti “non si scopre solo una volta all’anno – tanto per fare passerelle – ma è un impegno che ognuno come può deve assumere tutti i giorni”.
Tanto da sapere quando un migrante – come nel caso di Kante Marcus Fakemo deceduto lo scorso 14 novembre – si ammala e muore per le conseguenze di una polmonite bilaterale. Pugliese non è stato coinvolto nell’iniziativa della Cgil e della neo associazione Rete Radici. Il suo impegno giornaliero è evidentemente apprezzato solo dai migranti. Che allo stesso modo sono riconoscenti a Norina Ventre, mamma Africa, che non ha mai smesso di prendersi cura di loro trattandoli come figli.
D’altra parte nessuno gli dà maggiori speranze. Il neo sindaco Elisabetta Tripodi, ha fatto un giro nelle campagne nei giorni scorsi per constatare la situazione. Ma in quei luoghi ha probabilmente verificato la difficoltà di operare di fronte a tanto malessere. Rosarno è una delle città nella Piana di Gioia Tauro che esce da due anni di commissariamento per infiltrazione mafiosa. Dare un nuovo volto a un paese che negli anni è stato piegato dalla ‘ndrangheta, non è sicuro una cosa facile. Così come non è facile ridare la dignità che è stata negata ai migranti. Ad un anno dai fatti di Rosarno la Cgil, insieme all’associazione Rete Radici hanno deciso di scendere in piazza per la difesa dei diritti degli immigrati.
In una manifestazione sit-in che a Rosarno partirà da piazza Valarioti e a Reggio Calabria si svolgerà davanti alla Prefettura nella mattinata di oggi.
La Tripodi aveva dichiarato nei giorni scorsi che la situazione rispetto allo scorso anno non era cambiata di molto. Ma ieri è uscita una nota stampa in cui si annuncia l’apertura – nella prossima settimana – di un campo nella zona industriale, in un’area concessa al Comune in comodato d’uso per cinque mesi dall’Asi, con 20 container con 6 posti ciascuno messi a disposizione dalla protezione civile regionale. In grado di accogliere un centinaio di migranti. Il primo cittadino ha affermato – sempre nella nota – di avere già fatto un sopralluogo. Anche in questo caso solo 120 migranti beneficerebbero dei posti nel container. E bisogna capire per quanto tempo.
Uno degli slogan del corteo di oggi è “tutto è cambiato ma nulla è cambiato”. La Cgil è scesa in piazza per chiedere il permesso di soggiorno ai migranti che lavorano nei campi del Sud; un piano agricolo della Piana che rilanci l’economia e crei lavoro; pratiche di ospitalità costruite dal basso: modello Drosi; un tavolo regionale su politiche dei migranti e lavoro in agricoltura; il superamento della legge Bossi-Fini, del pacchetto sicurezza, delle politiche del governo Berlusconi.
E poi diritti per tutti: per una alleanza tra piccoli produttori, i lavoratori migranti, i consumatori senza il diritto a una alimentazione sana, i cittadini onesti. La maggior parte dei migranti ha difficoltà a lavorare perché sono richiedenti asilo, una posizione che li vede quasi come irregolari.
Tanti, circa 300, i migranti scesi in piazza a Rosarno e che poi sono saliti in pullman per andare a manifestare davanti alla Prefettura a Reggio Calabria.
Pochi, nessuno, dei cittadini al corteo. Qualcuno affacciato timidamente alla finestra di casa propria. Scarsa la partecipazione della politica locale e regionale. Nessun rappresentante della Piana a parte il sindaco di Rosarno.
Anche se al corteo il gonfalone del Comune non s’è visto.
La storia si ripete, ma senza violenza fisica: neri da una parte, bianchi dall’altra. La percezione, purtroppo, è questa. L’integrazione passa anche dalla partecipazione. A sfilare solo qualche giovane studente del liceo Scientifico di Rosarno. E loro, gli invisibili, i migranti. Che non sembravano però gli stessi che vivono nelle campagne. Almeno dal modo in cui erano vestiti. Qualcuno di loro faceva le foto con il cellulare, altri erano fieri dei propri occhiali da sole. Al corteo insieme a Rete Radici, Cgil, fra gli altri, c’erano don Pino De Masi, il referente di Libera per la Calabria e Peppino Lavorato, storico ex sindaco antimafia di Rosarno.
«Gli africani neri sono gli amici del popolo rosarnese – ha affermato Lavorato –. Io sfilavo 50 anni fa con i braccianti e le raccoglitrici di olive per la difesa dei diritti e per il salario. Oggi – ha proseguito – sono lieto di sfilare per i diritti dei lavoratori qualunque sia il colore della pelle. Devono essere difesi e rispettati da tutte le persone perbene». Lavorato ha voluto chiarire che gli amministratori locali poco possono fare per i bisogni quotidiani degli immigrati. Dato che mancano le risorse.
Per questo ha richiamato la Regione Calabria e il governo nazionale che potrebbero far fronte ai bisogni dei migranti. «Le amministrazioni locali – ha aggiunto l’ex sindaco – hanno però la possibilità di svolgere un compito importante per l’accoglienza e l’integrazione. Questa nuova amministrazione ha iniziato con il piede giusto, con la presenza e la sollecitazione alle istituzioni». Mentre per don De Masi il problema dei migranti è strettamente legato a quello delle politiche agricole. «I migranti – ha detto il referente di Libera – devono essere visti come una risorsa, una ricchezza. Rispetto allo scorso anno la conflittualità è migliorata. Dal punto di vista abitativo si è aggravata la situazione. Il caporalato esiste ancora ed è diffuso anche fra di loro» ha spiegato, evidenziando che i conflitti si potrebbero scatenare ancora vista la crisi nel settore e la mancanza di lavoro diffusa fra la stessa popolazione rosarnese. Il segretario generale della Cgil della Piana, Nino Calogero, ha fatto infine presente che per i progetti ai migranti si utilizzano ancora i fondi del Pon sicurezza.
«E’ sbagliato – ha spiegato Calogero – perché non si tratta di una questione di ordine pubblico o di criminalità, ma serve un intervento sociale». Al di là delle singole posizioni nessuno ha negato che non è cambiato nulla. Anche le richieste sono quelle di un anno addietro. Non cambia il dolore e la sofferenza di chi vive imprigionato nella povertà, lontano dal calore umano. Non cambiano il volto e gli occhi di chi, disperato, chiede solo integrazione e dignità. Non cambia lo sguardo di chi ha ancora davanti le immagini della rivolta e della violenza.

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I FATTI DI ROSARNO. LA CRONOLOGIA
(di Angela Corica)

GIOVEDI 7 GENNAIO 2010
Ore 14.00 – ferito migrante all’ex Opera Sila di Gioia Tauro.
Ore 15.30 – Ferito migrante alla Rognetta di Rosarno.
Ore 17.00 – Protestano 300 migranti sulla statale tra Gioia Tauro e Rosarno: auto bruciate, barricate per strada e feriti cittadini rosarnesi. Disordini nel centro di Rosarno.
Ore 18.00 – Migranti incontrano la commissione straordinaria di Rosarno nel municipio.

VENERDI’ 8 GENNAIO 2010
Ore 2.00 – Arrestati 7 migranti, la polizia piantona i dormitori.
Ore 8.00 – Rosarnesi iniziano barricate.
Ore 9.30 – Maroni dichiara: “con i migranti fin troppa tolleranza”.
Ore 10.00 – Migranti al Comune dopo il corteo vigilato dalle forze dell’ordine.
Ore 12.00 – Rosarnesi presidiano il municipio per fare espellere gli irregolari.
Ore 14.30 – Arrestato Antonio Bellocco, nel corso di nuovi scontri.
Ore 15.00 – Riunito a Rosarno il comitato provinciale ordine e sicurezza.
Ore 16.00 – Il pefetto Varratta: “Maroni invierà una task force interministeriale”. Arrestati Giovanni Bono e Giuseppe Ceravolo.
Ore 18.30 – Gambizzati due migranti tra Laureana e Rosarno. Napolitano: “fermare senza indugio ogni violenza”.
Ore 19.00 – Striscione inneggiante alla liberazione del detenuto Andrea Fortugno davanti al Comune.
Ore 22.00 – 200 migranti accettano di lasciare Rosarno in pullman verso Crotone e Bari, sotto il lancio di pietre e impotente servizio d’ordine alla Rognetta.
Ore 23.00 – Arrivo della task force.

Guarda il video degli scontri

SABATO 9 GENNAIO 2010
Ore 8.00 – Continua il trasferimento dei migranti verso i centri di prima accoglienza.
Ore 10.00 – Task force riunita: “Fatti gravi”.
Ore 11.00 – Ferito migrante a Gioia Tauro.
Ore 12.00 – Incendiato casolare di campagna occupato da 10 migranti a Rosarno.
Ore 16.00 – 15 migranti minacciati da un uomo armato di pistola in un casolare di Rosarno.
Ore 19.00 – Rimosse le barricate innalzate nei pressi dei dormitori sgomberati.
Ore 21.00- Bilancio della polizia: 21 migranti feriti, di cui 8 ricoverati negli ospedali di Gioia Tauro, Polistena e Reggio. Feriti 14 rosarnesi, 10 agenti di polizia e 8 carabinieri.

DOMENICA 10 GENNAIO 2010
Ore 6.00 – I carabinieri “cacciatori di Calabria” battono le campagne per mettere in salvo i migranti.
Ore 8.00 – Comitato spontaneo di rosarnesi decide di organizzare una manifestazione.
Ore 9.00 – I vigili del fuoco demoliscono la rognetta.
Ore 10.00 Sentita omelia del parroco don Varrà.
Ore 12.00 – Duro appello del Papa all’angelus “Rispettateli”.

LUNEDì 11 GENNAIO 2010
Ore 10.00 – Vertice alla Procura di Palmi.
Ore 16.00 – Corteo del Comitato aperto dallo striscione “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai media. 20 anni di convivenza non sono razzismo”.
Ore 17.00 – Polemiche per la censura dello striscione “Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia”.
Ore 19.00 – Annuncio prossima visita di Napolitano a Reggio Calabria: “Solidarietà e legalità oscurate”.

MARTEDI’ 12 GENNAIO 2010
Ore 2.00 – Incendiata auto di un ghanese, in via Fiume, nel centro storico di Rosarno.
Ore 5.00 – Operazione antimafia “vento del nord”. 17 arresti contro il clan Bellocco, per fatti non collegati ai disordini.
Ore 12.00 – Il Comitato annuncia il proprio scioglimento.
Ore 17.00 – Crisi internazionale. L’Egitto accusa l’Italia: “violenze contro minoranze arabe e musulmane”.

MERCOLEDì 13 GENNAIO 2010
Ore 12.00 – Maroni alla Camera sui fatti di Rosarno: Ripetute violenze ai danni dei migranti da parte di provocatori rosarnesi. Il trasferimento volontario ha interessato 748 migranti, i clandestini erano 19”.
Ore 16.00 – Annunciati fondi (1,8 milioni di euro) per un vecchio progetto “centro per i migranti regolari” all’interno di un bene confiscato al clan Bellocco.

GIOVEDI’ 14 GENNAIO 2010
Ore 15.00 – Il segretario del Pd Bersani incontra a Palmi il vescovo e partecipa a un incontro pubblico a Rosarno.
Ore 16.00 – Comitato di vigilanza parlamentare in materia di immigrazione arriva a Rosarno.
Ore 21.00 – “La spremuta”, la rivolta di Rosarno nella trasmissione tv Annozero.
Sull’episodio della censura dello striscione, il comitato: “è stato un equivoco”.

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IMMIGRATI, LAVORO NERO E IL BUSINESS DELLE BRACCIA
(di Laura Aprati)
Ad un anno dagli scontri di Rosarno, di fronte alla desolazione in cui vivono migliaia di braccianti occorre fare una riflessione anche sulla nostra società.
Due inchieste, “Leone” e “Migrantes”, hanno messo in luce come proprio in Calabria tra imprenditori e caporalato ( spesso oramai anche questo costituito da cittadini extracomunitari) esiste un patto di ferro e di soldi per trafficare in esseri umani.
Intercettazioni hanno evidenziato come si facevano accordi per poter avere lavoratori a basso costo e soprattutto ricattabili. In uno dei colloqui si sente un imprenditore calabrese che chiede al suo referente di procurare 5/6 operai per un suo “compare” che ha una segheria e il colloquio segue con la spiegazione su come fare la domanda, su come presentare la denuncia dei redditi (“aggiustata” ad arte dal commercialista di fiducia).
Quanto possono rendere gli immigrati? Per ogni richiesta che l’imprenditore fa può avere dai 4 ai 7mila euro e ognuno di loro può fare almeno 5 richieste. A questo poi va aggiunto lo sfruttamento sul lavoro: 25 euro per 10 ore di lavoro!

Ascolta l’audio in formato mp3

Confindustria, le associazioni delle piccole e medie imprese sono parte in causa in questo fenomeno e se hanno iniziato, parzialmente, a cercare di ripulirsi dalla “mafia” debbono fare altrettanto con gli imprenditori che guadagnano su esseri umani che cercano solo una vita migliore. Come va considerato un imprenditore che guadagna, al nero, sulle richieste per braccianti/operai extracomunitari e poi li lascia in mano ai caporali? Meglio o peggio di un assassino o di un mafioso?