Camorra, Cosa Nostra, Magliana, roba da shopping

(di Alessandro Chetta)
I cattivi dei film sono sorpassati: ora sui gadget e nelle canzoni ci sono i boss veri. I criminali tirano. Bella scoperta. Anche Joker di Batman è un figo, sai quanti fanno il tifo per il suo ghigno sguaiato contro quel musone del pipistrello. Pure Al Pacino sarà per tutti e per sempre il padrino e il maledetto Scarface, molto meno Carlito, gangster messo sulla via della redenzione da De Palma. Lupin III, poi, è il re dei re. Solo i verdognoli nemici di Goldrake in effetti oggi non avrebbero trovato manco uno disposto a dargli l’amicizia su Facebook. Per il resto, si sa che senza cattivi i buoni se ne starebbero tristi al club del burraco. Ma questi sono fumetti, cartoon, film, antieroi di carta o celluloide.

Ognuno è in grado di distinguerli dai personaggi in carne e ossa che s’impongono, a tutte le latitudini, come unico comandamento la sottomissione del prossimo. Facile come distinguere tra una guerra con le pistole a ventosa e una sparatoria con le semiautomatiche vere. In realtà le cose non sono così semplici. In mancanza di epici cattivi da film, in tanti, massimamente giovani under 25 italiani, giocano a mitizzare gli affiliati alle mafie, i capiclan, i boss, i latitanti, gli imprendibili che una volta presi sorridono complici alle telecamere. La diffusione di una sorta di merchandising del crimine è sotto gli occhi di tutti, o almeno di chi vuol vedere. Oggettistica – dalle t-shirt agli accendini – che in maniera talvolta plateale talaltra strisciante sta invadendo negli ultimi 5 anni il sottomercato italiano. E’ il caso, ultimo, degli accendini griffati “Banda della Magliana”. Si comprano nelle tabaccherie di Roma, e non solo: il Freddo, i testaccini, er Negro, De Pedis sono considerati personaggi storicizzati, quasi irreali, degni di serie tv mainstream, resi inoffensivi in apparenza dalla relativa distanza nel tempo, eppure il portato di violenza e efferatezza delle loro malefatte targate anni 70/80, lampeggia nella testa di quegli adolescenti che, a digiuno di ideologie “forti”, nel 2011 quotano debolucci i miti contemporanei (nel recente passato Che Guevara, idolo di una grossa generazione a cavallo tra i ’60 e i ’90, istigava alla guerriglia, è vero, quindi ad ammazzare altre persone individuate come nemici, ma almeno per un fine nobile, di matrice “collettiva”).

Nel caso di migliaia di teenager del Sud un rifugio semanticamente sicuro è nel faccione di qualche capocosca, la cui icona gira sui cellulari e sui social network, la cui fiabesca onnipotenza non è artefatta dalla finzione di un film, ma si immagina a portata di mano, tangibile, riscontrabile nei fatti di ogni giorno, nel rispetto omertoso segnato sulle facce degli amici o dei vicini di casa, estremamente adiacente. Insomma, un presunto paladino “di prossimità”, mediato non dallo schermo di un cinema o dalle tavole di un fumetto bensì, al massimo, dalle pagine di cronaca di un giornale locale. Il boss-monarca è osannato dai sudditi pure se li spinge al macello.

Quando venne catturato Cosimo Di Lauro, rampollo della famiglia guidata da Ciruzzo ‘o milionario che imperò a Scampia fino alla faida del 2004, l’immagine del suo scalpo impomatato, lo sguardo torvo, il trench corvino, troneggiò a lungo sui display dei cellulari dei ragazzini e delle ragazzine dei quartieri popolari partenopei. Appunto, un preciso (anti)eroe pop. “Per loro Di Lauro jr era un’icona e so persino di gente che filma il corpo di un morto ammazzato e lo fa circolare con gli mms” ha ribadito di recente il capo dei pm napoletani Giandomenico Lepore.

A Napoli, cosa nota, è lunghissima la playlist di neomelodici che cantano “l’arme, i cavallier, le donne, le cortesie, l’audaci imprese” dell’ultimo sicario del vicolo. Tra questi Nello Liberti interprete del brano “‘O capoclan”, in cui sostiene “o capoclan è n’omm serio/che è cattivo nunn è o vero…”

Hit se possibile sorpassata a destra da Lisa Castaldi che intona “Il mio amico camorrista n’omm pieno ‘e qualità/ ca ‘a paura e co ‘o coraggio a braccetto se ne va”; col finalino “’a parola camorrista fa paura, fa tremmà/ ma pe’ cchi li ha conosciuti, nunn ‘e sape giudica’”

Ancora: due Natali orsono, nel quartiere di Forcella a Napoli sulle bancarelle dei fuochi spuntarono lumini, candelotti rossi, con su stampato il volto di Raffaele Cutolo, gran capo della Nuova camorra organizzata negli anni 80. I social network fanno la loro parte. La polizia postale sta indagando sul gruppo Facebook “Malavita napoletana” che conta ben 63.206 fan, quota che sale giorno dopo giorno. Andrea Rossi, capo compartimentale della polizia postale, sulla questione, ha dichiarato al Mattino di Napoli: “Chi fonda gruppi di questo tipo conta sull’effetto reazione. Circa la metà dei contatti è di segno negativo. Persone che condannano il principio ispiratore del profilo ma fanno il gioco di chi l’ha creato”.

Sbarchiamo a Palermo. Nei negozi dello struscio, in vetrina e non su bancarelle da suk rionale, fanno bella mostra le magliette con la scritta in verde “Mafia – made in Italy”, feticci “patriottici” in giro da almeno quattro anni. Le t-shirt con la silhouette di Brando e Al Pacino, “Corelone family”, invece non si contano più, ma, per tornare al discorso iniziale, restano se vogliamo confinate nel perimetro dell’antieroe immaginario da grande schermo. E’ chiaro però che anche il loro messaggio apologetico di un certo stile di vita non è trascurabile. Tanto che il tollerante sindaco antimafia di Gela, Rosario Crocetta, si è apertamente schierato contro la vendita di magliette e souvenir. “Fare business sfruttando la parola mafia o le immagini del Padrino è una delle cose più volgari che siano mai state pensate. E sminuisce il problema”.
Ma c’è anche chi la pensa diversamente come Oliviero Toscani per il quale “ la polemica sui gadget che richiamano al padrino o alla mafia mi sembra pura follia e chi la pensa così dovrebbe vietarsi di parlare!”. Ed infatti ha anche depositato il brevetto con il marchio “M.a.f.i.a.” cioè “Mediterranean association for International affair”.

Per un periodo, immediatamente successivo all’11 settembre, fecero capolino, ma solo in circuiti online, persino t-shirt color oliva con la testa in negativo, quasi una sindone, di Osama Bin Laden. Lo sceicco del male, nemico giurato dell’Occidente aveva trovato fan pronti a ridurlo ad occidentalissimo e antiamericanissimo merchandising. Sul filone antiyankee, e terminiamo con un ricordo personale, è preferibile senza ombra di dubbio la maglietta in vendita a New York durante gli otto anni di Bush alla Casa Bianca: nera, corredata da due disegni affiancati. Nel primo si riconosce George W. bollato da una scritta “Bad bush”; nell’altro c’è una donnina che si sfila gli slip e sotto due paroline: “Good bush” (“bush, cioè cespuglietto).