Trapani: i bilanci del questore Gualtieri

“Messina Denaro lo prenderemo, c’è una società civile che sta dalla nostra parte”
Tra qualche giorno non siederà più sulla poltrona di Questore di Trapani, Giuseppe Gualtieri, l’uomo che nel 2006 da capo della Squadra Mobile di Palermo guidò i “cacciatori” della Catturandi nel covo dove si nascondeva il capo mafia Bernardo Provenzano, è destinato ad assumere la guida della direzione interforze che si occupa di lotta al traffico di droga nazionale ed internazionale, uno degli uffici più importanti a Roma, del dipartimento per la sicurezza.
È momento di bilanci dunque. «Lascio – dice – un rapporto nuovo con la gente che non è qualcosa tanto per dire, ma è vero e concreto e non nasce dal nostro interno ma scaturisce dagli stessi cittadini che riconoscono oggi il nostro lavoro molto di più di come accadeva ieri».

E questo aiuta anche la lotta alla mafia?
«Se i cittadini sono più vicini a noi, certamente non possono essere una garanzia per la mafia che perde consenso ogni giorno».

Questa però resta la terra del latitante Matteo Messina Denaro.
«Resta la terra di Messina Denaro a parte lo stesso latitante, perchè qui la mafia vive di una caratteristica principale, ha fatto una pianificazione a lungo termine, nonostante i successi investigativi contro Cosa Nostra sono stati tanti. Inoltre si paga l’inerzia di alcune istituzioni, certamente non ne hanno avute magistratura e forze di polizia, inerzia che ha lasciato ampi margini alla consorteria mafiosa, permettendo a Cosa Nostra di utilizzare risorse pubbliche, creando quindi una sorta di consenso obbligato da parte di alcune categorie imprenditoriali».

Il latitante però continua a sfuggire?
«Arriverà anche questa cattura, abbiamo colpito l’organizzazione mafiosa con le ultime due operazioni Golem, ma sappiamo che se la mafia ha perduto consenso quello che le rimane è per così dire un consenso qualificato, frutto di una pianificazione condotta nel tempo che l’ha portata a trovare sostegno tra i cosidetti colletti bianchi. Oggi tanti si sono affrancati, altri rimangono a disposizione, ma la prima nemica di questi soggetti è la società civile che è cresciuta e maturata. Adesso bisogna eliminare quelle inerzie che ancora alcune istituzioni locali pericolosamente mantengono».

Spesso si dice che in provincia di Trapani le imprese non pagano il «pizzo», ma la quota associativa a Cosa Nostra. E’ ancora così?
«Il forte “bombardamento” culturale ha fatto alzare il livello dell’azione antimafia nel mondo imprenditoriale ma non solo, oggi sono più emarginati coloro i quali credono che per potere lavorare bisogna passare attraverso il bene placito del mafioso di turno».

Insomma promuove la società civile trapanese.
«Mi sento come una persona che ha visto crescere un bambino non suo, potendolo dunque vedere con gli occhi diversi di un familiare, così ho visto crescere questa società, l’ho vista
incerta, critica, infine convinta a partecipare all’azione antimafia. Si è compreso che dire dell’esistenza della mafia non significa rovinare questa terra, solo la mafia rovina questo territorio, non chi la combatte».