E la P3 va in barca

Sette ordinanze di custodia cautelare, quattro delle quali nei confronti di uomini della Guardia di finanza accusati di aver chiuso un occhio durante una verifica fiscale in cambio di mazzette. Ci sono novità nell’inchiesta che vede coinvolta la Rimini Yacht di Giulio Lolli, scomparso dall’inizio delle indagini, portate avanti dalla Procura di Bologna e di Rimini.
Un intrigo da milioni di euro, che vede coinvolte barche fantasma, investigatori corrotti, il faccendiere Flavio Carboni, il maggior imputato Lolli sparito nel nulla e il suicidio di un ex generale della Finanza Angelo Cardile (membro del consiglio di amministrazione di Rimini Yacht).

Intrecci complessi e soldi a fiumi verso paradisi fiscali, come quel conto aperto in Svizzera con una riserva di 700 mila euro.
Il gip di Bologna, Pasquale Gianniti, ha accolto la richiesta della Procura del capoluogo emiliano romagnolo e ha disposto sette ordinanze di custodia cautelare. Una in carcere per il 45enne Giulio Lolli, titolare della Rimini Yacht, irreperibile da tempo e accusato di aver sottratto cinque milioni di euro dalle casse della sua spa, in parte intascati e in parte versati in conti a San Marino. Le altre sei persone sono tutte membri delle forze dell’ordine: per loro sono stati chiesti gli arresti domiciliari. Quattro finanzieri, di cui due tenenti colonnelli di Bologna, Enzo Di Giovanni, 45 anni, e Massimiliano Parpiglia, 40 anni, e due marescialli, dei quali non sono stati resi noti i nomi.
Ci sono poi altri due indagati, ex consulenti di Lolli: Giorgio Baruffa, commercialista di 60 anni e Alberto Carati, ragioniere 42enne. L’ipotesi è quella di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio in concorso per una verifica fiscale che la Procura ritiene essere stata ammorbidita in cambio di mazzette. I problemi economici della Rimini Yacht erano, infatti, notevoli. E la società è coinvolta anche in un’altra inchiesta, portata avanti dalla Procura di Rimini, per una maxi truffa di yacht venduti a più clienti e spesso inesistenti.

Un evento misterioso ha accompagnato le indagini degli inquirenti. Nel luglio scorso, infatti, un generale della Finanza in pensione ed ex membro del cda di Rimini Yacht, Angelo Cardile, allora indagato, si è sparato un colpo di pistola in testa durante una perquisizione domiciliare.
 Cardile sarebbe stato in accordo con i consulenti di Lolli e i due ufficiali indagati per “addomesticare” un controllo fiscale. L’obiettivo era di non far emergere le difficoltà finanziarie della società, informando per tempo sulla data della verifica.
Un controllo anomalo, nel corso del quale i finanzieri avrebbero chiuso più volte gli occhi: non ispezionarono, infatti, la base di Rimini e non segnalarono matrici di assegni verso società di San Marino contenute nella sede legale di Bologna, istituita appositamente per la verifica fiscale concordata, quindi, dietro la promessa di denaro. Una cifra fra i 200 e i 300 mila euro. Un’immagine falsata dei conti sarebbe servita per evitare il fallimento e riuscire a ottenere credito dalla Banca Popolare di Spoleto con la mediazione, secondo i pm, del faccendiere Flavio Carboni.
Ma lo scorso agosto la società romagnola, specializzata nella compravendita di imbarcazioni di lusso, è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Bologna. L’ipotesi di corruzione si basa sulle dichiarazioni di una “gola profonda” interna al Rimini Yacht. È questa persona a raccontare inoltre le serate di Lolli, Cardile, Massimiliano Parpiglia e Giorgio Baruffa: cene con la presenza di escort di lusso nei migliori ristoranti emiliano romagnoli.

C’è un intreccio curioso in questa storia. Sono tanti, infatti, i contatti tra Lolli e Carboni, l’unico a essere rimasto in carcere nell’inchiesta P3 dopo gli arresti domiciliari concessi a Pasquale Lombardi.
Lolli era considerato il maggiore commerciante italiano di barche di lusso a motore: presidente della Rimini Yacht, un’impresa che nel 2007 era riuscita a fatturare 32 milioni di euro. In un’altra inchiesta, portata avanti dalla Procura di Rimini, è indagato per truffa e falso. Il meccanismo che utilizzava era di far aprire con documenti contraffatti leasing milionari a nome degli acquirenti e poi incassare le somme. Agli armatori non restava che un foglio di carta senza alcun valore.
Sarà lo stesso Lolli a chiedere l’intervento di Carboni, per cercare di smuovere le banche. Secondo la “gola profonda”, era diventato socio di Intermedia, facente capo a Giovanni Consorte, lo stesso della nota intercettazione con Piero Fassino («Abbiamo una banca»), con una partecipazione di due milioni di euro. Ma, dopo un litigio, Lolli avrebbe ripreso i suoi soldi da Intermedia. Sarebbe stato proprio Consorte ad indicare a Flavio Carboni la Rimini Yacht per acquistare una barca.
I contatti fra Lolli e il faccendiere sardo sono finiti nell’indagine romana sulla P3. In un’intercettazione, un certo Paolo chiama per sollecitare l’intervento in suo favore da parte di Carboni. Il quale rassicura dicendo che tutto sarà fatto: «Non chiedo nulla…cioè non voglio nulla». Ma il presentino arriva, e in fretta. Una barca Betram da due milioni di euro che Carboni elogia parlando con Denis Verdini e una Aston Martin. Il tutto per sbloccare un finanziamento della Banca Popolare di Spoleto dove, guarda caso, sedeva come presidente del consiglio di amministrazione un amico di carboni, Giovanni Antonini.

Intanto il Tribunale del Riesame, un mese e mezzo fa, ha rigettato il ricorso presentato dall’avvocato di Lolli, contro il sequestro di un’Aston Martin data a Flavio Carboni, del Bertram e di altri beni.
Il legale bolognese aveva chiesto di togliere i sigilli al patrimonio del suo cliente. Una richiesta che i giudici non avrebbero potuto accettare vista l’assenza, tuttora, del principale protagonista, Giulio Lolli. Il quale sembra essere stato avvistato in mezzo mondo. Un’indagine, dunque, complicata e di dimensioni colossali. Il tutto ruota intorno a lui, che viene descritto come un manager senza scrupoli, disposto a tutto pur di allargare il suo patrimonio.
Un uomo capace di tessere legami anche con il faccendiere Carboni, con il quale si scambiava numerose telefonate, millantando conoscenze politiche e contatti, che forse non esistevano. Finora, nessuno sa se Lolli sia scappato con la “cassa” o se abbia deciso di fuggire per paura di qualcuno. E di chi? Gli inquirenti sospetterebbero da tempo la funzione di Rimini Yacht come “macchina lava soldi” provenienti da organizzazioni malavitose. Un’ipotesi che renderebbe ancora più oscura questa vicenda.

(pubblicato su www.lettera43.it)