Alfano, invasioni di campo

(di Bruno Tinti)

Certo che la vita del fazioso è semplice assai: questo è per bene, quello per male, questo è intelligente, quello stupido. Certezze, certezze, certezze. Invece, a sforzarsi di essere obiettivo, si prendono delle tranvate… Un paio di settimane fa pensai bene di chiedere scusa al ministro Alfano con cui me l’ero presa parecchie volte; lo avevo sentito parlare in occasione del congresso dell’Anm e mi era piaciuto molto: intelligente, equilibrato, pacato. Tutti gli amici e colleghi mi avevano chiesto se ero matto: fai le scuse ad Alfano!? Oggi le scuse mi tocca farle a loro: ho avuto torto, il lupo perde il pelo ma…
Andiamo per ordine. 14 dicembre, movimenti di piazza anti B; la cosa degenera: violenze, disordini, lesioni, danneggiamenti; un casino. La polizia arresta un po’ di gente, pare studenti, e il Pm li rinvia a giudizio per direttissima in stato di detenzione. Imputazioni: resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, lesioni, uno anche per rapina; c’è anche un danneggiamento seguito da incendio. I Tribunali incardinano i processi, fanno istruttoria dibattimentale (che vuol dire che assumono prove) e poi rinviano il tutto al 23 dicembre. Però intanto scarcerano gli imputati; alcuni perché non ci sono ancora prove concrete che siano stati loro a commettere quei reati, bisogna approfondire; e altri perché i reati che sembrano aver commesso non sono poi così gravi. B&C si incazzano; e questo è comprensibile: gente senza cultura, faziosa all’eccesso, non calmierati nemmeno dal senso del ridicolo. Il problema è che si incazza anche Alfano; e, siccome è il ministro della Giustizia, annuncia che manderà gli ispettori per verificare se vi sono state violazioni di legge formali o sostanziali. Ed ecco che io divento oggetto dei lazzi e frizzi degli amici.
Il problema è che, ancora una volta, Alfano si associa alle intimidazioni dei suoi compagni di fazione. Provo a spiegarglielo che questa cosa non va bene.

I reati ascritti agli imputati sono gravi: la resistenza è punita fino a 5 anni di reclusione, il danneggiamento, se seguito da incendio, fino a 6 anni e 3 mesi; e, quanto alle lesioni, dipende dalla loro gravità: si va da 3 a 12 anni. Della rapina non parliamone, fino a 10 anni.

Va anche detto che la gravità di questi reati è maggiore ancora di quello che sembra: perché commessi in un contesto di aggressione allo Stato, di illegalità proterva e arrogante, di vera e propria guerriglia urbana. Insomma gli autori di questi reati in prigione ci starebbero benissimo e anche per parecchio tempo.

Ma non è Alfano che lo deve stabilire; non è il ministro della Giustizia che ha titolo per valutare le decisioni di un Tribunale. È qui che Alfano (di B&C non vale nemmeno la pena di parlare) ha proprio sbagliato.
Io non so se il Tribunale ha fatto bene. A me gente del genere piacerebbe vederla in galera; ma non so se gli imputati erano “gente del genere”; non so se le prove a loro carico fossero convincenti (pare di no, il Tribunale ha ritenuto di approfondire); non so se proprio quelli erano i reati da contestare o altri, magari meno gravi. Queste cose le sa il Tribunale che ha deciso come sappiamo. E magari ha sbagliato. E in questo caso il nostro ordinamento giuridico prevede appello e cassazione; e sarà in queste sedi che si deciderà. Dunque è evidente come il parere di Alfano sia irrilevante; e che, qualsiasi cosa gli diranno gli ispettori, resterà irrilevante.

Come ho detto, di B&C (e del C Maroni che ha spiegato alla Camera che lui non è d’accordo con le scarcerazioni) non vale nemmeno la pena di parlare: parlano di cose che non sanno. Ma il ministro Alfano sa; e sa di aver sbagliato. Per 2 motivi che non serve spiegare a lui ma che possono interessare i lettori del Fatto.

Del primo motivo ho già parlato: l’innocenza o la colpevolezza degli imputati riguarda i Tribunali. I ministri e i politici in genere possono andare a dire la loro nel talk-show di Vespa, consapevoli, loro e quelli che li ascoltano, che si tratta di chiacchiere da salotto.

Il secondo motivo: questi ministri dovranno capire, presto o tardi, che i processi non si fanno ai colpevoli. I processi si fanno per stabilire se l’imputato ha commesso o no il reato che gli è addebitato.
Dovranno capire che non basta che la polizia arresti e denunci, che il Pm rinvii a giudizio per emettere una sentenza di condanna. Se l’imputato deve finire in prigione lo stabilisce il Tribunale. Non fosse così, potremmo far comminare gli ergastoli direttamente dal Pm. Quindi indignarsi per le scarcerazioni di gente che deve ancora essere condannata è ridicolo e denota un’ignoranza giuridica e istituzionale che, certamente, non appartiene ad Alfano; e che dunque è imperdonabile.

Infine. Ma cosa pensa di fare il ministro Alfano con gli ispettori? Sa benissimo che la sentenza del Tribunale quella sarà e quella resterà, qualsiasi cosa dicano o facciano i suoi pretoriani. E allora? Cosa resta? L’intimidazione. Che non è meno grave perché, in genere, con i magistrati non funziona.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2010)