Una Lega del sud al grido di “Boia chi molla”

L’ex direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, riabilita i moti di Reggio. Piero Sansonetti, direttore del quotidiano CalabriaOra. Da pupillo di Bertinotti a moderno seguace del Cardinale Ruffo, passando per Ciccio Franco e i suoi “Boia chi molla”. Da quando Piero Sansonetti, ex direttore di Liberazione, è “sceso” a Cosenza per dirigere il quotidiano CalabriaOra, si è imposto un solo obiettivo: stupire. Effetti speciali a gogò che però non sono riusciti a cancellare la brutta storia del licenziamento di un suo giovane giornalista minacciato dalla ‘ndrangheta.
La politica in Calabria è stanca, ecco che Sansonetti la rianima con un colpo di teatro: il leghismo alla ‘nduja. “C’era il vento del Nord, ci sarà il vento del Sud”, è il titolo del convegno che CalabriaOra terrà a sabato a Lamezia Terme. “Boia chi molla” è la parola d’ordine. Era lo slogan della “rivolta di Reggio”, una delle pagine più buie della storia italiana, un misto di eversione, interessi politici e mafia, che Sansonetti riabilita. Altro che slogan fascista, scrive in un editoriale, “Boia chi molla lo inventarono gli insorti della Repubblica napoletana e fu ripreso da Carlo Rosselli”.

Di quelle parole Sansonetti si riappropria per una sua personalissima riscrittura della storia calabrese. La rivolta di Reggio non fu fascista, come per quarant’anni ha sostenuto la sinistra, ma vera rivolta di popolo. E la manifestazione unitaria dei sindacati del 1972, centinaia di migliaia di lavoratori e studenti da tutta Italia, “fu sbagliata, sbagliatissima” (altro editoriale di fuoco), perché animata da una “logica da occupazione militare”, e poi quello slogan “Nord e Sud uniti nella lotta era insensato”. E ora, a proposito di ribellione del Sud, Sansonetti dice: “È un’esigenza vitale, visto che il partito più potente d’Italia è dichiaratamente nordista. C’è un insopportabile squilibrio di poteri che si può superare solo con la rivolta e la ricostruzione di una classe dirigente del Sud”.

Ma il giudizio di Sansonetti su “Boia chi molla” ha smosso le viscere di un personaggio mitico della sinistra calabrese, Peppino Lavorato, amico fraterno di Peppe Valarioti, il segretario del Pci di Rosarno ucciso dalla mafia nel giugno del 1980, sindaco e poi parlamentare. “Sansonetti ha aperto una riflessione sui moti di Reggio che io contesto. Altro che storie, ci sono atti e sentenze che dimostrano come quella rivolta fu un fatto eversivo, si stava preparando il terreno di massa al consenso per una svolta fascista. Non dimentichiamo che poi venne il tentativo di golpe del principe Borghese. Allora Pci e sindacati difesero la democrazia. L’ho scritto in un articolo inviato a CalabriaOra che però non è stato mai pubblicato”.

La mafia, qui gli editoriali di Sansonetti sono chiarissimi fin dai titoli: “Antimafia sì, forcaioli no”. E i consensi non sono mancati. “Egregio direttore – scrive il deputato Pdl Giovanni Dima – le truppe del giustizialismo sono già schierate e pronte e dare battaglia…lei sarà accusato del delitto di lesa maestà”. Entusiasmi anche a sinistra. “Se tutto è mafia, niente è mafia”, scrive il consigliere regionale Nicola Adamo (rinviato a giudizio nell’inchiesta “Why Not?”).
Insomma, un rimescolare le carte continuo. Se Susanna Camusso, la nuova segretaria della Cgil, si pone come obiettivo una grande manifestazione antimafia in Calabria, Sansonetti la redarguisce duramente. Editoriale: “I calabresi non sono mafiosi, sono disoccupati”. Tesi centrale: “I problemi essenziali di questa regione sono due: il lavoro e il reddito”. La ‘ndrangheta c’è ed è forte, ma nel “benaltrismo” sansonettiano non è il problema dei problemi. Sergio Genco è il segretario della Cgil calabrese, è in macchina e non ha il tempo per polemizzare: “Sto andando a Locri dove quella mafia che qui non è il problema centrale ha appena sparato a tre lavoratori, vado in ospedale a trovarli, mi scusi”.

Infine il convegno, bei nomi. C’è Peppe Bova, consigliere regionale sospeso dal Pd, famoso per aver speso in un anno 211mila euro di benzina prontamente rimborsatigli dalla Regione, un imprenditore come Antonino Gatto, presidente di Despar Italia, la cui ascesa economica è stata ricostruita nella relazione dell’Antimafia sulla ‘ndrangheta, Enza Bruno Bossio, l’imprenditrice del Pd rinviata a giudizio per una storia di finanziamenti della 488 dalla procura di Lecce, più Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e Nicola La Torre. Conclusioni di Giuseppe Scopelliti, il governatore della Calabria che ai suoi concittadini deve ancora una spiegazione credibile sulla sua partecipazione ad un pranzo organizzato da imprenditori ritenuti legati a cosche importanti della ‘ndrangheta reggina. E’ il “nuovo vento del Sud”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 10 novembre 2010)

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