Un boato, 90 secondi di terrore e 30 anni di scandalo

E’ domenica, Radio Alfa di Avellino trasmette i “lisci” del romagnolo Casadei. Sono le sette di sera e a Balvano le vecchie sono con lo scialle nero sono in chiesa per la benedizione serale.Qualcuno porta per mano i nipotini. E’ il 23 novembre del 1980, trentadue minuti dopo le sette di sera,la musica di radio Alfa viene sovrasta tata da un boato. Un rumore sordo e interminabile che rimarrà miracolosamente impresso sui nastri dei registratori. Al primo “tuono” le vecchie nella chiesa di Balvano si guardano atterrite. Non faranno in tempo a sentire il secondo boato. Moriranno tutte.

23 novembre di trent’anni fa, ore 19.32. Il terremoto che schiacciò città e paesi dell’Irpinia, del salernitano e della Basilicata con scosse tra il settimo e non grado della scala Mercalli. Tremila morti, 9 mila feriti, 300 mila senzatetto, 600 mila edifici accartocciati. ”O terremoto” che cancellava case e metteva a nudo l’inesistenza dello Stato, le satrapie politiche che dominavano il Sud, la fragilità di povere economie. Crollano le case dei centri storici, si piega il “moderno” ospedale di sant’Angelo dei Lombardi, si sbriciolano i palazzi di cemento disarmato. I morti e i vivi resteranno sotto le macerie per giorni interi.

Il Presidente tra le macerie
Sandro Pertini visita il cratere ed è sconvolto: ”Non vi sono stati soccorsi immediati. Ancora dalle macerie si levano gemiti, grida di disperazione dei vivi”. Clemente Mastella, allora portavoce della DC, lo attacca “Non faccia il capo dell’opposizione”. Ma il Presidente partigiano è amato dagli italiani che rccolgono la sua indignazione e in centinaia partono verso quel Sud mai impresso sulle cartoline sole e mare. Paesi di montagna, contadini, povera gente. Succede come nella Firenze dell’alluvione, 1966, l’Italia dalle mille parlate si ritrova unita. E sarà l’ultima volta.

I volontari scavano tra le macerie, soccorrono vivi e seppelliscono i morti. Ma non piacciono alla politica.Il cratere è dominio dei signori della DC, in Irpinia Ciriaco De Mita, Giuseppe Gargani, Salverino De Vito e Nicola Mancino,nelle terre di Basilicata Emilio Colombo, a Napoli Antonio Gava. Quei giovani, qualche professore, gli operai venuti dalla fabbriche del Nord portano scompiglio, nelle tendopoli parlano con la gente, smuovono coscienze e organizzano proteste. Gli inviati dei giornali nazionali descrivono con crudezza la realtà, le classi dirigenti locali sono sotto accusa. “I paesi presepe- scrive Leonardo Sciascia su Il Mattino- votano, sono collegi elettorali da mantenere così come sono, reticoli clientelari tra i più sicuri”. E vede lontano, lo scrittore siciliano. Perché seppelliti i morti, data una baracca ai vivi, si pensa alla ricostruzione.

Maggio ’81: approvata la legge 219, subito scatta la prima grande truffa a danno dei terremotati. I Comuni da ricostruire nelle prime stime sono 360, ma tutti, sindaci, deputati di collegio, vogliono il “loro terremoto”. Ci sono soldi da spartire, provvidenze, occasioni, l’area del danno si allarga fino ad arrivare a 600 Comuni terremotati. Piccoli centri e grandi città, Napoli e Salerno,paesi in riva al mare che le macerie le hanno viste in tv. Nasce “l’economia della catastrofe” (Ada Becchi Collidà), la “Repubblica del terremoto” (Fausto Ibba, L’Unità) arriva a contare quasi sette milioni di abitanti beneficiari. Secondo l’ultima rilevazione della Corte dei Conti, data 2008, quel terremoto è costato già 32 miliardi 363 milioni 593 mila 779 euro, una cifra enorme nella quale “non comprese le ulteriori somme messe a disposizione dalle regioni e dalle amministrazioni locali”. Nella ricostruzione c’è tutto. Un piano da 15 miliardi di lire per 20 mila nuovi alloggi nelle periferie dell’area metropolitana napoletana, voluto soprattutto dal Pci che governava la città, e il grande business della industrializzazione delle zone colpite. La grande illusione coltivata dai Ras della Democrazia cristiana.

Si promettevano 8 mila posti di lavoro per venti aree industriali (8 nell’avellinese, 4 nel salernitano, 8 in Basilicata). Non c’è programmazione, né selezione degli investimenti, ogni potente targato DC e Psi vuole il “suo” polo industriale. E così nasce un’area a Nusco, collegio di de Mita,una a pochi chilometri, a Morra De Sanctis, paese di Peppino Gargani, un’altra tra Lacedonia e Bisaccia, collegio di Salverino de Vito, senatore e poi Ministro per il Mezzogiorno, una a san mango del calore, area di influenza di Nicola Mancino, le altre al collegio di Carmelo Conte, fedelissimo di Craxi. Si costruiscono 200 chilometri di strade che arrivano a costare fino a 20 miliardi a chilometro.

Grande affare per il Nord
Nel napoletano si progettano raccordi e viadotti: i 10 chilometri dell’Asse Mediano costano 28 miliardi a chilometro (prezzi anni Novanta), 35 miliardi un chilometro della Circumvallazione lago patria. Imbrogli? No, “sorprese geologiche”, si giustificheranno i tecnici. Un grande affare soprattutto per le grandi imprese di costruzione del Nord. Su 144 consorzi che lavoreranno alla ricostruzione solo 75 hanno radici campane o lucane. L’industrializzazione, con i suoi contributi che coprono fino al 100% dell’investimento, è un business per grandi gruppi (Ferrero, Tanzi, Zuegg) e per speculatori e avventurieri (si sono costruite fabbriche di barche in montagne).

Per capire come è finita basta farsi un giro per le zone del cratere tra Irpinia e Basilicata: quelle aree ora sono vuote, dei posti di lavoro promessi ne resistono poche migliaia. In Irpinia la disoccupazione giovanile è al 52,8% e i suicidi, secondo un rapporto della CISL, sono in aumento, 15 solo nei primi mesi del 2010. Uno ogni 18 giorni.
Ha arricchito tanti il dopo-terremoto, “le imprese del Nord, i tecnici che hanno preso dal 25 al 35%, qualcosa come 12 miliardi di lire. E al secondo posto metto i politici: hanno preso mediamente il 10%, altri 5 miliardi. Poi vengono i camorristi” Rocco caporale, un sociologo americano studiò a lungo i flussi finanziari della ricostruzione.

“Le famiglie camorriste- scrive nel 1993 la Commissione antimafia- diventano delle vere e proprie holding di imprese produttive capaci di controllare l’economia dell’intera regione”. Quando ad Avellino si decide di costruire i prefabbricati pesanti scendono in campo grandi imprese del Nord, come quella dei fratelli Volani, il faccendiere Francesco pazienza e il boss Raffaele Cutolo. Qualcuno parla di tangenti destinate alla DC e al senatore Nicola Mancino che reagisce sdegnato con una lettera alla procura di Avellino. Dopo anni l’inchiesta finisce in una bolla di sapone,come tutte le indagini del dopo terremoto. Nel 2002 si chiude l’ultimo grande processo, si parla di 32 miliardi (lire) di tangenti, sotto accusa sono potenti della politica come Paolo Cirino Pomicino, Giulio Di Donato, costruttori e faccendieri. La prescrizione salva tutti. In nome del popolo italiano non c’è giustizia per i tremila morti del terremoto. Perché in Campania in quegli anni c’è uno scandalo nello scandalo, quello dei magistrati-collaudatori: procuratori, presidenti di tribunali e corti d’appello che incassano fino a 100 milioni di lire a collaudo. Gli stessi risultati della Commissione d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro (“uno sgarbo alla Dc”, Mastella) sono presto dimenticati.

Il sistema Pomicino–De Mita
In Parlamento la Democrazia cristiana si astenne non condividendo le “valutazioni” della relazione finale. “Fui odiato per quell’inchiesta e gli odi tuttora resistono” confessò anni dopo Scalfaro. Odiato da Pomicino del quale era stato messo a nudo il sistema di relazioni con il gotha dei costruttori napoletani, e da Ciriaco De Mita per la parte che riguardava l’indagine sulla “Banca Popolare dell’Irpinia”. La Banca della DC.

“Tutti i parlamentari della zona appartenenti all’Olimpo nazionale del partito sono azionisti di questa banca”, denunciò in Commissione parlamentare il parlamentare comunista Michele D’Ambrosio, scomparso recentemente, l’unico vero oppositore del “demitismo”.

Come è finita? Le grandi imprese del Nord hanno ripreso il loro posto pronte ad altri affari e lavori (la ricostruzione di L’Aquila, il G8), i politici sono sempre lì. Ciriaco De Mita è padrone dell’UDC in Campania, suo nipote Giuseppe è vicepresidente della Giunta regionale, Clemente Mastella è pronto a diventare sindaco di Napoli, Cirino Pomicino detta ancora legge e strategie politiche.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2010….su ilfattoquotidiano.it tutte le storie del terremoto)