Un addio amaro

(di Angela Corica)

OGGETTO: Dimissioni da Calabria Ora con preavviso previsto da contratto

Mi sbagliavo quando pensavo che le cose sarebbero rimaste come prima. Dopo le dimissioni del direttore Pollichieni ho creduto che stringendo i denti, avremmo potuto continuare a lavorare senza condizionamenti e con serenità. Certo sarebbe stato difficile dato che uscivamo da una esperienza entusiasmante, brillante. Avevamo lavorato bene e i risultati erano sotto gli occhi di tutti. Questa è rimasta solo una mia illusione perché, nei fatti, da luglio ad oggi le cose sono evidentemente cambiate dentro al giornale, sia per quanto riguarda l’organizzazione interna, sia sul piano dei contenuti. Con questa lettera annuncio le mie dimissioni (con 30 giorni di preavviso come da contratto), limitandomi quindi a svolgere il mio lavoro esclusivamente personale e fuori dalla redazione, (sempre come da contratto) perché la situazione è diventata insostenibile. Ricordo inoltre che io, da contratto, non dovrei partecipare ai turni in redazione, come invece faccio da oltre un anno. Io esco perché contesto la linea editoriale del giornale che non mi è chiara già dall’arrivo del nuovo direttore Sansonetti.

Credo che in questo senso vi sia disorganizzazione fra le redazioni che,senza l’efficace coordinamento del passato, utilizzano le pagine come un grande contenitore in cui mettere i pezzi senza avere una linea definita, chiara. Motivo per cui c’è il pericolo di essere contraddittori anche fra le redazioni stesse che non sono orientate in alcun modo. Ci era stato detto che a breve, dopo l’estate, sarebbe stato risolto questo problema e che il direttore si sarebbe impegnato ad incontrarci tutti per discutere o ridefinire questo punto. Ciò non è accaduto. E io ne prendo atto. Ritengo che le critiche, del tutto fuori luogo, che in questi mesi ho sentito rispetto alla precedente direzione si sono rilevate esclusivamente strumentali, perché tutti quelli che vogliono fare questo lavoro sanno bene che bisogna fare sacrifici rispetto ai contratti, ma accettano di farli perché pensano di avere una prospettiva, così come ho fatto io, dovendomi adesso ricredere di fronte ai passi indietro che il giornale mi fa fare nel caos generale.

Da mesi è stata intavolata una discussione fra il Cdr e la proprietà per consentire alle redazioni, rimaste orfane di giornalisti e redattori, di lavorare nella serenità. E quindi garantire un contratto basato sull’operato dei singoli giornalisti, che sono sempre quelli che hanno stretto i denti la scorsa estate, sopportando l’incomunicabilità dallo stesso Comitato di redazione e lungaggini inspiegabili. La comunicazione, infatti, fra il Cdr e le redazioni non è certamente stata quella attesa dai collaboratori che del resoconto delle riunioni sapevano ben poco e sempre in ritardo. Nelle poche assemblee, oltre ai principi generali – su cui tutti abbiamo convenuto – non si è riscontrato nessun risultato concreto. Al punto tale che l’altro ieri sono stata chiamata, non dai colleghi, ma dall’amministrazione, a partecipare ad una nuova discussione «per parlare della situazione contrattuale» direttamente con la proprietà. Smentendo quindi ogni principio a cui fino ad oggi avevamo fatto ricorso. Mi è stato fatto chiaramente capire che il Cdr, che oggi soffre dell’assenza di altri due suoi componenti dimissionari che si sono però dimenticati di comunicarlo ai colleghi che ancora aspettano risposte, non ha avuto e quindi non ha alcun ruolo vero e credibile.

Nonostante ciò, un collega del Cdr durante una delle prime riunioni, ha richiamato i colleghi (me compresa) per avere accettato qualche spicciolo in più (150 euro sic!) dalla proprietà, firmando quindi un nuovo contratto a settembre, prima che le trattative con il Cdr fossero chiuse. Il collega forse non sapeva che la mia presenza in redazione è stata del tutto arbitraria dato che, con un contratto di collaboratore con la Cec, ho assicurato turni e presenze in redazione quotidiane e firmato le pagine. Cosa che non potevo fare, cosa della quale mi sono pentita, vista la grave crisi di immagine e di contenuti del giornale. Oggi però, ad una settimana dal silenzio del Cdr che ancora deve comunicare la data dell’assemblea dei giornalisti e cosa ne è stato del Piano che si è cercato di stilare, la proprietà chiama e i giornalisti dovrebbero rispondere ad un invito allettante. Non posso accettare di firmare un nuovo contratto perché il problema delle redazioni non si risolve con soldi in più ai giornalisti e ai collaboratori. Non ho accettato lo pseudo aumento di settembre perché non ne ho fatto una questione esclusivamente economica ma perché chiedevo che fosse quantomeno riconosciuto il lavoro di chi non si è potuto prendere neppure un giorno di corta. Sempre in attesa che questo stato di assestamento passasse.

Oggi tante certezze che avevo crollano, io non mi sento più sicura all’interno di un giornale che non mi tutela. Non avrei la forza, né la voglia, né il coraggio di espormi come prima. Di fare inchieste anche rischiose. Perché oggi (vedi il caso Musolino) nessuno nel giornale sarebbe dalla mia parte. E’ inutile continuare a lavorare per un giornale da un territorio così difficile quando i colleghi del Cdr, la proprietà e il direttore, non lo riconoscono questo lavoro fatto di rinunce, di sacrificio, di pericolo e di passione. Mi dimetto perché quelle garanzie oggi non le ho più, anzi penso di essere stata ampiamente presa in giro (da luglio ad oggi). E oltre il danno la beffa: il declassamento della redazione di Gioia Tauro a ufficio di corrispondenza. Scelta che, se solo fosse stata dettata da una logica non economica di tagli, avrebbe potuto anche essere condivisa. Ma nessuno ci ha voluto spiegare perché questa decisione quando il giornale nella Piana di Gioia Tauro ha continuato ad essere, pur tra mille difficoltà, punto di riferimento. Però anche questa condizione sarebbe durata poco, perché al lettore non possono bastare le nostre tre, quattro, cinque o sei (dipende dalla giornata) paginette. Serviva essere chiari subito. Evidentemente il giornale ha cambiato anche la sua linea rispetto alla cronaca e alla politica. E questo i lettori non lo possono sopportare. Ci eravamo ritagliati uno spazio perché eravamo diversi, eravamo leali e obiettivi.

La mia scelta è arrivata tardi, purtroppo. Avrei dovuto avere la forza di farlo prima. Ho firmato insieme ad altri colleghi il documento di solidarietà a Musolino, querelato dal direttore e poi licenziato, perché il collega non poteva essere lasciato solo in quel momento. Penso a lui e penso a quello che è accaduto a me due anni fa. Cosa avrebbe fatto il giornale per me oggi, se qualcuno mi avesse sparato contro la macchina un’altra volta? Perché è stata pubblicata solo la risposta del direttore rammaricato e non la lettera di noi giornalisti per il sostegno a Musolino? Questa non è informazione. Ed io non posso continuare. Lascio con amarezza e tanta difficoltà un giornale che mi ha dato spazio e che in quasi tre anni mi ha fatto crescere professionalmente e come persona. E proprio perché non voglio perdere quegli insegnamenti,che devono rimanere intatti e lucidi nella mia testa, che oggi scelgo di lasciare, di non confondermi più. Non ci sono le condizioni di andare avanti, perché le cose denunciate da Pollichieni nel suo editoriale si sono puntualmente verificate. La mia scelta è maturata in questi mesi e vista la mia giovane età e la mia inesperienza ho voluto sperare ma inutilmente. Finchè ho creduto che si trattasse di una condizione di passaggio sono rimasta al mio posto.
Distinti saluti

Cinquefrondi (Rc), 31 ottobre 2010
Angela Corica

*Questo articolo è catalogato tra le “Good News” perché dimostra che un’Italia diversa esiste. Esistono l’etica, la dignità,la coerenza, il coraggio… ci vogliono far credere che tutto questo sia sparito e che siamo diventati tutti uguali nel male. Non è vero.