Stalking e ‘Ndrangheta

(di Domenico Logozzo)

A mali estremi, misure estreme. Le proposte che servono a ridare fiducia alla gente vessata dalla criminalità devono essere incoraggiate e sostenute con forza… Lo stalking ai danni degli imprenditori deve essere considerato un reato di ‘ndrangheta e le pene vanno inasprite. Si cerca in ogni modo di interrompere la spirale di terrore delle cosche. Non è facile. Ma è necessario provarci. Con tutti i mezzi legali disponibili o con nuove leggi. ”Non se ne può più”, è l’indignata affermazione di quanti lottano e soffrono per una Calabria diversa, libera veramente. Ben vengano, dunque ,le iniziative concrete,contro tutti i fumosi slogan propagandistici, che non approdano a nulla ed umiliano chi con fiduciosa e paziente azione di “ricostruzione” si batte contro la distruzione dei valori fondamentali della società civile. E’ per questo da sostenere e incoraggiare il giro di vite chiesto da Katia Stancato, presidente di Confcooperative Calabria. Lo stalking della ‘ndrangheta è una realtà amara. E in terribile espansione.

Denunciarlo e chiedere sanzioni più pesanti è un punto di partenza importante per ridare fiducia a chi lavora onestamente e vede continuamente minacciate le attività produttive. Un male che purtroppo in Calabria diventa sempre più profondo e ramificato. Non viene risparmiato nessun settore. Dall’edilizia all’agricoltura: pressioni indebite su persone buone e giuste, che spesso sono costrette a cedere. Perché si sentono minacciate dall’anti-Stato e non sono adeguatamente tutelate dallo Stato. Discorso vecchio, che ritorna d’attualità quando riemergono fatti di inaudita gravità. Molti non vengono completamente alla luce, perché la paura costringe al silenzio. E contro questo stato di sudditanza, questa maledetta sottomissione bisogna ribellarsi. Il 25 settembre, a Reggio Calabria,quarantamila calabresi chiamati dal “Quotidiano” ad “alzare la voce”, a dimostrare che “la Calabria c’è”, hanno detto “no alla ‘ndrangheta”. Una manifestazione di “onestà popolare”che non può essere dimenticata. Deve continuare. Non è stata messa nel cassetto dei ricordi. È una esperienza viva e palpabile. E la presa di posizione della Confcooperative Calabria, espressa con molta chiarezza da Katia Stancato a Gerace, costituisce un elemento propositivo che va nella direzione giusta. Non abbassare la testa. Avanzare a viso aperto. Sul sentiero sempre della legalità.

Le aziende devono andare avanti nel rispetto della legge. Stop ai prestanome. Basta con le truffe. E’ davvero apprezzabile e da sostenere la proposta di Katia Stancato, che giunge ad ipotizzare una sorta di “bollino verde”, un certificato di qualità che testimoni la correttezza dell’impresa. A rilasciarlo dovrebbero essere le Prefetture e le Camere di Commercio. Solo così molte imprese in odore di mafia, o diretta espressione della ‘ndrangheta, saranno messe in condizione di non operare. Fare pulizia. Esaltare il lavoro onesto. E’ giunto dunque il tempo di introdurre o riformare l’ordinamento italiano con nuovi interventi che mirino a codificare gli atteggiamenti corretti e a snidare il malaffare. “Lo stalking è subito anche dagli agricoltori – precisa Katia Stancato – che in molti casi finiscono per abbandonare i propri campi ormai svalutati dai ripetuti danneggiamenti. Bisogna fare le dovute distinzioni ed identificare il lavoro onesto, che in Calabria è tanto”. Rilanciato il progetto della cooperazione tra imprese, Istituzioni, banche locali. Buon segno. Così come tanti osservatori avevano salutato favorevolmente “la cooperazione nata nella Locride grazie alle intuizioni ed al coraggio di mons. Bregantini, il vescovo che ha unito le cooperative del nord con quelle della Calabria, esempio straordinario dell’integrazione, contro ogni odiosa discriminazione. Purtroppo nella Calabria delle polemiche spesso accadono fatti negativi che sarebbe stato meglio evitare. Per anni c’è stata una azione comune che ha dato frutti straordinari ma anche tanto fastidio alla ‘ndrangheta, che ha costantemente ostacolato l’azione innovatrice, devastando i terreni coltivati dai giovani strappati alla criminalità organizzata.

”Vi è la necessità di essere uniti per evitare che la mafia,sempre in agguato, possa approfittare subdolamente della situazione. Le cronache di questi giorni portano alla luce intercettazioni telefoniche inquietanti. Come quella riferita al boss Cataldo che sperava di trovare “un posto di lavoro nella cooperativa del vescovo ”. Ecco a che punto arrivano certe “pretese”, avanzate ottimisticamente! E’ assurdo tutto ciò. E’ necessario fare chiarezza. Non lasciare zone d’ombra. L’infiltrazione della mafia. Una malaugurata ipotesi che non troverà sicuramente terreno fertile, perché chi ha fatto nascere e crescere le cooperative ha seminato il bene, quindi in queste realtà non dovrà mai e poi mai spuntare il male. Le radici sono buone e oneste.
L’invito venuto da Katia Stancato è stato chiaro: ”Condividere e insieme costruire un progetto meno vulnerabile e più forte, perché radicato nelle esigenze sociali, produttive o di lavoro di quel territorio e perché tutti i coinvolti saranno disponibili a difenderlo come proprio”. Parole molto chiare. Che danno il senso della validità sociale ed economica della cooperazione. E ricordiamo che a Gerace sono state portate come esempio le testimonianze di due eccellenze della cooperazione calabrese: “Cangiari” prima esperienza di mercato equo e solidale in Calabria, promosso dal consorzio sociale Goel e la cooperativa Valle del Marro, che coltiva terreni confiscati alla criminalità nella Piana di Gioia Tauro. Un buon segno di speranza, in una terra troppo afflitta dalla disperazione. I calabresi non possono e non debbono cedere alla criminalità ed alle difficoltà che crea giorno dopo giorno, né debbono farsi prendere dallo scoramento se non ricevono dalla politica e dalle istituzioni risposte chiare ed esaurienti. Per fortuna non c’è assuefazione, non c’è fatalismo, non c’è rassegnazione. Ci sono uomini e donne che lottano con coraggio. Che non si arrendono. Un segnale positivo – da rimarcare – viene infatti dai dati diffusi da Demoskopika. “Contro il salto di qualità della mafia, ci sono imprenditori – sottolinea Salvatore Magarò, presidente della Commissione regionale Antimafia – che consapevolmente scelgono di rimanere in Calabria”. Ma aggiunge opportunamente: ”Devono essere affiancati e sostenuti dalla politica. Abbiamo l’obbligo di non lasciare mai soli questi interpreti di quel sano sistema produttivo alimentato da capitali genuini e da professionalità qualificate”. Giusto. Alle parole debbono seguire i fatti. Perchè troppo si è detto e poco si è fatto per cambiare il tessuto economico, sociale e culturale della Calabria. Se un quotidiano è riuscito a portare quarantamila persone in piazza a Reggio Calabria, nella città più martoriata dalla ‘ndrangheta, vuol dire che c’è in questa regione una cultura della legalità ben radicata che nessuna violenza politico-mafiosa potrà mai fermare.
Una regione che purtroppo non si fida più delle promesse. Il reportage realizzato per il Corriere della Sera da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella su Reggio Calabria e i 150 anni dell’Unità d’Italia, descrive una realtà drammaticamente dominata dalla ‘ndrangheta padrona dell’autostrada e dai guai amministrativi che “hanno cancellato la primavera di Reggio del sindaco Falcomatà”. E i reggini sono sempre più diffidenti e non vogliono “mollare” i massimi tesori della città: i due Bronzi “pescati” nel mare di Riace. Scrivono Stella e Rizzo: ”Su una cosa a Reggio son tutti d’accordo: una volta usciti dalla città, c’è il rischio che i Bronzi non rientrino più. E Reggio perderebbe qualcosa di prezioso quanto lo status di capoluogo.

Tanto più che “quelli di Roma” avrebbero una scusa buona per sfilare quei capolavori: laggiù in fondo in fondo alla Calabria sono un po’ sprecati. Accusa infida. Nel luglio del 2009 il Quotidiano della Calabria ha rivelato che il Museo dov’erano custoditi ha staccato in un anno 130.696 biglietti. Quasi 24 mila in meno rispetto ai 154.227 dello zoo di Pistoia”. Capito? Attenti a non compiere passi falsi. Ma soprattutto avviare, una volta completamente restaurati, una seria campagna promozionale. Ma è chiaro che servono anche le infrastrutture. A partire dai collegamenti aerei, ferroviari e autostradali. Titolava domenica il Corriere: ”L’Aspromonte e la strada che non finisce. Qui nel 1862 il primo scontro tra patrioti. Poi, nella storia d’Italia, la Salerno-Reggio Calabria è diventata simbolo dello sviluppo impossibile”. Due pagine di pesanti critiche, dall’occasione sprecata del Porto di Gioia Tauro alle ingenti somme finite nelle casse mafiose con i lavori infiniti dell’autostrada. E poi una illustrazione di Beppe Giacobbe con fucili e pistole “fumanti” disseminate sull’autostrada e puntate verso il porto di Gioia Tauro. Quanta tristezza! Ma si deve avere la forza di reagire e di capovolgere questa umiliante immagine della Calabria. Operando per il bene della Calabria. Tutti insieme, per risorgere contro l’ingiusta emarginazione che viene dal lontano passato . ”La Calabria – scriveva infatti Pier Paolo Pasolini mezzo secolo fa – è stata sempre periferica, e quindi,oltre che bestialmente sfruttata, anche abbandonata”.

(pubblicato su IL Quotidiano di Calabria 1 novembre 2010)