In morte della borsa di studio

studenti universitari(di Francesco Perrella)
La battaglia è di quelle che non fanno sconti a nessuno, ed il massacro prosegue inarrestabile. E’ toccata prima al tempo pieno delle scuole elementari, poi alle ore di lezione nelle scuole superiori, passando dalle graduatorie dei ricercatori universitari per arrivare all’annientamento di interi atenei. Ora, nella titanica lotta tra la pubblica istruzione e l’amministrazione Gelmini (con la straordinaria partecipazione di G. Tremonti), la vittima è l’istituto della borsa di studio. Sacrificata anch’essa sull’altare dell’economia, dei fondi che non bastano mai, e l’unica soluzione è tagliare, tagliare, tagliare. Poco importa se stiamo parlando di un istituto economico che ha alle spalle più di cinquanta anni di storia: nata nell’immediato dopoguerra, dal 1946 intere generazioni di studenti hanno visto in una borsa di studio un mezzo di sostentamento per gli studi, una sorta di pre-salario che per moltissimi è stato il primo fondamentale passo per migliorare la propria condizione sociale. Ma in tempi di crisi nessuno più bada alla retorica del “tutti uguali”, e qui la scure arriva davvero impietosa. In appena due anni (2010-2011) i fondi stanziati per contribuire al sostentamento degli studenti meritevoli fuori sede è passato da 246 milioni a 25,7 milioni di euro. Meno 89,55%.

Ma ovviamente non è finita: per il 2012 si scenderà a poco più di 13 milioni di euro (e sì, la fine del mondo è proprio vicina). Il resto è demandato alle singole regioni, in base alle loro risorse finanziarie, e non c’è bisogno di dilungarsi molto su questo punto. In questo modo, non solo aumenta enormemente la distanza tra gli studenti “che possono” e quelli che invece non dispongono di che mantenersi durante gli studi, ma si allarga ancora di più la frattura tra il Nord ed il Sud. Solo regioni “virtuose” come l’Emilia Romagna, il Piemonte e la Toscana possono garantire un assegno annuale di mille, al massimo duemila euro annui per quegli studenti che dichiarano un reddito familiare inferiore ai 17.000 euro annui ed una media lodevole, e ciò spinge già numerosi studenti a “migrare” per poter frequentare un corso universitario.

E le statistiche sono disarmanti: su 184.034 studenti aventi diritto al sussidio, più dell’80% non vedrà un euro; tra l’altro le graduatorie, in autunno inoltrato, non sono ancora definitive. Percentuale altissima in Europa: in Francia scendiamo al 70%, in Germania al 60%, in Olanda siamo al 4%. Continua imperterrito il processo di demolizione della pubblica istruzione da parte del governo Berlusconi, verso una scuola di stampo elitario e di qualità sempre inferiore. Una scuola che anziché appianare le differenze sociali le esalti. Una scuola che sia l’argano per tirarci fuori dal pantano del ristagno economico e culturale. Per lo meno, ancora una volta il Cavaliere dimostra di essere un esempio di coerenza, mettendo in atto quanto promesso nel 2006, durante un confronto televisivo elettorale con Romano Prodi, ebbe a dire: “Questi (riferendosi ai “comunisti”) vogliono ridistribuire il reddito […] vogliono rendere uguale il figlio del professionista con il figlio dell’operaio”.