Ho ricevuto una lettera. C’era scritto: “Andare oltre significa morte”

(di Giuseppe Baldessarro)

Hanno pensato a me il 19 febbraio. Li ha infastiditi una cosa che avevo scritto quel giorno. Un approfondimento sul processo Eremo, contro gli affiliati del clan Crucitti. Già condannati per associazione mafiosa; ho riguardato un’informativa nella quale si parlava di elezioni regionali. Incontri intercettati tra mafiosi e politici in vista del voto del 2005. Nessun reato, solo parole. Parole che però tiravano dentro consiglieri di circoscrizione e candidati alla Regione, pure un “amico” prete veniva citato come collettore di voti.

Il 22 febbraio sulla mia scrivania in redazione trovo una lettera composta con i ritagli del giornale di quel giorno: “Giuseppe Baldessarro. Andare oltre significa morte”. Nella busta il piombo di una cartuccia di fucile calibro dodici. Non mi ha sorpreso, mi occupo di giudiziaria da alcuni anni, e sapevo che prima o poi qualcuno avrebbe reagito. Non mi ha neppure spaventato, chi fa il nostro mestiere in Calabria certe cose le mette in conto.

Ho denunciato e poi sono tornato al mio lavoro, come sempre. Non è cambiato nulla nella mia vita, non l’ho consentito. Ho preteso che tutto restasse come prima sia sul piano professionale che privato. Non voglio che la ‘ndrangheta possa pensare di aver spostato qualcosa. Sono sempre io, sono sempre qua e scrivo con la passione di sempre. Il nostro è un mestiere bello ed entusiasmante, ed io non conosco un altro modo di farlo.

(da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre 2010)