Golem: le condanne inflitte ai favoreggiatori di Matteo Messina Denaro

Il gup oggetto di una intimidazione. Ci hanno provato i mafiosi, a intimidire, ma hanno fallito. L’ennesimo segnale che però ci dice che non è vero che c’è una mafia battuta e remissiva, ma una Cosa Nostra pronta a farsi sentire, al momento opportuno, quando serve. In questo caso il «segnale» è stato diretto al giudice delle udienze preliminari del Tribunale di Palermo Marina Pitruzzella, il gup che si è occupata di giudicare i soggetti coinvolti nell’operazione antimafia «Golem» dell’estate 2009, indagati per essere stati favoreggiatori e prestanomi del super latitante Matteo Messina Denaro: per 5 di questi indagati il gup ha pronunziato sentenza di condanna. Al giudice la mafia aveva fatto sentire il suo «fiato» sul collo. Lo scorso 5 agosto la Villa di Palermo, dove abita, è stata «visitata» da strani ladri, hanno rovistato all’interno senza portare via nulla, una indagine è in corso presso la Procura di Caltanissetta, un episodio mai svelato quello subito dal giudice Pitruzzella.

Il gup Pitruzzella è andata avanti senza tentennamenti ha sostanzialmente accolto le richieste di condanna avanzate dai pm della Dda Paolo Guido e Sara Micucci. Per traffico di droga sono stati condannati il romano Domenico Nardo, 8 anni e 60 mila euro di multa, Giuseppe Arcà, 6 anni e 30 mila euro di multa. Per mafia e intestazione fittizia di beni sono stati condannati i fratelli Indelicato, Franco e Giuseppe, di Campobello di Mazara, il primo ex consulente del sindaco Caravà. Per Franco Indelicato la pena più pesante 10 anni e 80 mila euro di multa, tre anni per Giuseppe Indelicato, tre anni per Lea Cataldo,per favoreggiamento.

Il giudice ha deciso la confisca dell’oleificio di Campobello di Mazara «Fontane d’Oro» che è stata la base di ritrovo dei favoreggiatori del boss Messina Denaro e le cui quote erano state fittiziamente intestate a dei prestanomi. Risarcimenti per le uniche parti civili costituite: provvisionali ciascuno da 20 mila euro per Confindustria (avv. Giuseppe Novara) che si è costituita solo nei confronti degli Indelicato e della Cataldo, e per il Comune di Campobello di Mazara (avv. Biagio De Maria) che si è costituito nei confronti di tutti gli imputati. Condanne severe che non lasciano spazi a dubbi, i soggetti erano a disposizione della potente mafia belicina, quella dei Messina Denaro, e nel frattempo colloquiavano con imprenditoria e politica. Difficile che la mafia non abbia profittato di questa loro dote.
C’è poi il capitolo Domenico Nardo, romano. Ufficialmente titolare di una società che gestisce eventi, produttore di spettacoli, a Campobello avrebbe portato qualche spettacolo, offrendo «vecchie glorie» della canzone italiana, ma secondo la magistratura a Campobello avrebbe portato anche droga e documenti falsi. Passaporti. Uno di questi finito tra le mani di Matteo Messina Denaro che l’avrebbe usato per uno dei suoi viaggi all’estero.

La Squadra Mobile di Trapani che, assieme al pool costituito per dare la «caccia» a Messina Denaro (composto dagli agenti della Squadra Mobile di Palermo e dello Sco di Roma) per diverso tempo, prima di fare scattare il blitz, nel giugno del 2009, ha tenuto sotto controllo l’azienda “Fontane d’oro” con video camere, ha «catturato» con le «cimici» i discorsi dei complici del boss, scoprendo che quello più che un oleificio era una centrale di smistamento dei «pizzini» del boss, e i locali servivano per i diversi summit di mafia. Qui si ritrovavano i componenti di una parte della «catena di comunicazione» a disposizione del latitante Messina Denaro, soggetti che a loro volta si collegavano con altri soggetti finiti in manette pochi mesi addietro nella seconda fase dell’operazione «Golem», quella che tra l’altro ha visto l’arresto di Salvatore Messina Denaro, il fratello del capo mafia latitante.

A capo della «prima» parte della catena c’erano Franco Luppino, lo «zio» Franco, soggetto che nonostante una condanna per omicidio è riuscito a uscire dal carcere usufruendo dell’indulto, quando fu condannato infatti non esisteva ancora il 416 bis, l’associazione mafiosa, che non gli è stata contestata e grazie a questa circostanza ha avuto aperte le porte del carcere, tornando a mettersi subito a disposizione della cosca campobellese cui ha sempre appartenuto. Quella capeggiata dall’anziano Leonardo Bonafede, uno dei più fedeli servitori della famiglia Messina Denaro, a casa sua negli anni sessanta fu tenuta nascosta la statuetta bronzea dell’«Efebo», che il patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, «cacciatore» di reperti d’arte, aveva cercato di vendere prima in America e poi in Svizzera, non riuscendoci. Una passione ereditata dal figlio Matteo, che tentò di rubare il Satiro, la statua bronzea «pescata» in mare dal peschereccio mazarese Capitan Ciccio, furto che non riuscì per un caso.Prima dell’odierno pronunciamento, tre indagati dell’operazione «Golem» sono stati giudicati col patteggiamento, Leonardo Ferrante, partannese di 65 anni, ed i castelvetranesi Giovanni Salvatore Madonia, 44 anni e Mario Messina Denaro, 57 anni: la pena definita per ognuno di loro è stata di 5 anni.

Un retroscena del blitz «Golem» sono i contatti tra i campobellesi e gli allora latitanti palermitano Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Il giorno in cui questi vennero arrestati, scovati dalla Polizia nel loro covo di Giardinello, Franco Luppino pare si stesse recando ad incontrarli, sembra che voleva andare a discutere con loro il «tradimento» scoperto della moglie con Franco Indelicato. Richiamando le regole dell’onorata società.