Gaetano Saffioti, testimone per giustizia

(di Nicola Lillo e Antonio Amorosi)

Da alcune procure d’Italia arriveranno novità sul fronte della lotta alla mafia. Soprattutto nelle regioni del Nord, su tutte l’Emilia Romagna. “Ci saranno arresti? Si, ce ne saranno”. Parola di Gaetano Saffioti, imprenditore calabrese, da anni testimone di giustizia.
Dal 1993 al 2001 ha vissuto al Nord, per lo più a Bologna. Conosce nomi e cognomi di imprenditori collusi; conosce le aziende che fanno da prestanome per le famiglie di ‘ndrangheta. Sa bene quali sono le dinamiche mafiose di quelle terre, che sembrano così lontane da certe realtà criminali. E grazie anche alle sue denunce all’autorità giudiziaria le indagini stanno portando ad ottimi risultati. “L’Emilia Romagna è gustosa, più della Lombardia. Attira a livello economico, grazie alla riviera, alle catene di hotel, allo Stato enclave di San Marino. Ma in quei territori gira anche tanta droga e prostituzione, elementi sempre importanti per la ‘ndrangheta”. La sua azienda ha lavorato nelle province emiliano-romagnole, e proprio nell’Emilia rossa delle Cooperative, sono sorti tanti problemi. “L’Emilia Romagna – continua – non ha infiltrazioni, ma è del tutto impregnata di mafia!”.

“A Bologna ad esempio – ci confessa – ci sono persone di sesso femminile che hanno consentito ad uomini della piana di Gioia Tauro di potersi insediare in società in cui non compaiono, una sorta di prestanome”. Fanno riciclare denaro, investono sul territorio, con un avallo consapevole. La ‘ndrangheta è vista come potere, come risolutore di problemi, per ottenere denaro facile.
L’imprenditore calabrese è convinto del fatto che i suoi colleghi delle regioni del Nord non possano non essere a conoscenza della storia delle società con cui fanno affari. “Nel momento in cui c’è il contatto, si sa vita, morte e miracoli di tutti. È troppo facile dire non sapevo, non credevo, non volevo”. Una semplice via di fuga per giustificarsi.

Nel campo del lavoro, però, necessità economiche portano spesso ad essere vicini a questo sistema criminale, ma alternative ce ne sono. “Se non vuoi denunciare, gira le spalle, non accettare. È meglio pane e cipolla, ma fronte alta. È meglio chiudere. Bisogna credere in questi valori. L’alternativa esiste”.Lo stato da solo non basta per questa lotta. Non può sistemare le cose autonomamente. Anche la gente deve pensare in questa ottica, con la necessità di isolare, creare una sorta di respingimento, di isolamento.

La sua azienda è presente sul mercato nazionale e internazionale dal 1981, impegnata in attività di movimento terra, edilizia pubblica e privata, costruzione di strade e condotte fognarie.
Quasi cinquantenne, Gaetano Saffioti, è sempre accompagnato da una volante della Guardia di Finanza. È da otto anni sotto scorta a causa delle continue minacce ricevute in seguito a denunce, che hanno portato all’arresto di 48 persone, dieci delle quali tra i cinquanta boss più pericolosi. Oggi è testimone di giustizia e simbolo di quell’imprenditoria che “lavora onestamente, rimboccandosi le maniche, dandosi da fare e non dovendo usufruire di appoggi poco puliti”.
“Il prezzo da pagare per me è altissimo, non auguro questa vita al mio peggior nemico. Ma sono le conseguenze di questa lotta. Ora sono un uomo più libero di prima”. Gaetano non ha perso la forza e il coraggio. E neppure la sua fermezza: “ho rifiutato i contributi dello stato per i testimoni di giustizia. È una scelta, non un obbligo essere testimoni. Credo che vivere di assistenzialismo non sia la strada giusta. Voglio dimostrare che nonostante tutto e tutti, quasi mai solidali e spesso avversi, si riesce con le proprie capacità a uscire fuori da questa situazione e fare una vita dignitosa, senza l’aiuto di nessuno”.
Ma la sua vita non è contraddistinta dalla piena libertà. Spesso gli hotel rifiutano le sue prenotazioni, e molti appartamenti non gli vengono dati in affitto, a causa della scorta armata, motivo di paura, o ancora per timore di attentati.

Da otto anni a questa parte, non è cambiata solo la vita personale, ma anche il lavoro. “È stata un’apocalisse”, dice ridendo Gaetano, che non ha perso il senso dell’umorismo. “È stato un cambiamento forte. Sono come un appestato. La gente ha paura, non vuole avere a che fare con me. La ‘ndrangheta vuole distruggermi, oltre che fisicamente, anche economicamente. Fa terra bruciata intorno. Allontana clienti, fornitori, amici, banche. Pensi di aver fatto la scelta sbagliata. E molti ci pensano due volte, prima di fare il passo che feci io”. Esempio di questo isolamento sono i lavori in partnership. Molte società, infatti, fanno affari e lavorano al fianco della Ditta Saffioti; ma solo all’estero. In Italia, e soprattutto in Calabria, neppure si parlano. “Questo perchè chi lavora in Calabria sa chi è il padrone del territorio, e sa benissimo che io sono sgradito alla ‘ndrangheta, e quindi mi fanno stare lontano e mi estromettono dagli affari. E queste società pretendono comprensione”.

“Le potenzialità del Nord sono grandi, e non capisco che bisogno abbiano certi imprenditori di avere a che fare con certa gentaglia. Noi qui al sud, siamo peggio che sottosviluppati. Ma su al Nord possono farne a meno. Sono già in una situazione privilegiata”. In questo quadro sconfortante per Saffioti una via d’uscita c’è. Creare una rete, un insieme di tasselli che possano disegnare un mosaico di giustizia e legalità. “Ognuno faccia il suo. Il politico lasci alcuni contatti poco puliti, l’imprenditore prenda le dovute informazioni. Bisogna incominciare da qualche parte, e ciascuno nel suo settore deve farlo”.

(audio intervista sul sito: www.antonioamorosi.it)