Una vita da precario

(di Nicola Zanfardino)

Mi chiamo Nicola Zanfardino, ho quasi trent’anni e sono un creativo.
Potendo scegliere, mi piacerebbe che la mia storia cominciasse così. Creativo, dunque. Che poi significa tutto e niente, lo so. E allora provo a spiegarmi meglio: sono un autore televisivo e radiofonico, uno sceneggiatore teatrale, uno scrittore, un blogger. Beh, sì, sono tutto questo. O almeno ci provo. Quando – e se – me lo permettono. In tempi e modi che quasi mai ho la facoltà di scegliere. Senza preavviso, senza tutele, senza contributi e – spesso e (mal)volentieri – senza una paga adeguata.

Mi chiamo Nicola Zanfardino, ho quasi trent’anni e sono “un uomo precario.”
A pensarci bene, la mia storia sarebbe più giusto farla cominciare così. E non a caso ho detto “uomo” e non “lavoratore”, perché la precarietà di oggi è talmente pervasiva, da impregnare tutti gli strati della vita quotidiana: amore, lavoro e salute, per dirla con linguaggio di un astrologo alle prese con l’oroscopo del giorno.

Non è, evidentemente, un caso, se ho simbolicamente intitolato il mio blog generazionale “Seconda classe” ,perché i trentenni di oggi, che disperatamente provano a “viaggiare” verso il futuro, la “prima classe” non possono permettersela. Quasi mai. Non solo quando prendono un treno (o una nave, come diceva De Gregori).

In un mio scritto precedente, per esempio, a proposito dell’amore dei trentenni, ho definito quest’ultimo come un termometro sensibile, in grado di dare, istantaneamente, la temperatura di un’intera generazione, con rapporti di coppia sempre più “part-time” e relazioni tendenzialmente “a tempo determinato”. Non è forse questa una forma di precariato sentimentale? Ma non impelaghiamoci in discorsi fuorvianti e andiamo oltre. Parliamo di lavoro, dunque.

Quando, sei anni fa, ho rifiutato “il posto” all’Ikea, non immaginavo certo, cosa potesse aspettarmi in seguito. Ero un promettente e ben referenziato studente di Scienze della Comunicazione, in procinto di laurearsi con il massimo dei voti e non avevo nessuna intenzione di infagottare il mio spirito creativo dentro una sgargiante divisa gialla. Anche perché il giallo, su di me, non è mai stato particolarmente bene e a 23 anni pure il gusto cromatico merita la sua giusta considerazione.

C’erano tante cose, allora, che non avevo ancora capito bene. Ma non per questo mi pento delle mie scelte. Anzi. Nemmeno adesso che il giallo comincia a piacermi un po’ di più, tornerei sui miei passi. Non mi pento, ma rifletto. Riflettendo, capisco. Capendo, mi adatto. Adattandomi, provo a farmi un po’ di strada. Ma anche da “adattato” non smetto mai riflettere e di capire. E di aver voglia di cambiare le cose. Prima o poi.

Ma non è di me che voglio parlare. Non solo, almeno. Se finora l’ho fatto, è solo perché la mia storia, è spaventosamente simile a tante altre. E sotto tante divise gialle (o verdi, o rosse, poco importa), dietro i telefoni dei milleuno call center sparsi per l’Italia, a spasso tra spaces, social network, blog, eccetera, eccetera, c’è uno sfavillante ribollire di sogni, di idee, di progetti, di speranze. E di talento. Un talento tanto enorme, quanto inespresso. È per questo che urge trovare una soluzione. Sì, ma quale?

Un datore di lavoro che, oggi, in Italia, parla di “meritocrazia” è un po’ come un sessantenne che parla di sesso: sa benissimo cos’è, ma ha imparato a farne a meno. Ma se un sessantenne può rinunciare al sesso, perché magari se ne è fatto una scorpacciata in gioventù, un trentenne non può – e non deve – rinunciare alla meritocrazia. E nemmeno al sesso, ovviamente, ma questa è un’altra storia.

Forse sarebbe utile – e pure affascinante e adrenalinico – se tutti cominciassimo a pretenderla sul serio questa fantomatica meritocrazia, magari rifiutandoci di convivere e lavorare con chi non ce la riconosce. Già, ma chi è comincia? Quanti Masaniello e quante Giovanna d’Arco servirebbero per cambiare questo (in)naturale ordine delle cose? È evidente, insomma, che non è questa una strada facilmente percorribile. Serve qualche altra soluzione. Sì, ma quale, allora?

Devo ammettere, ma forse era già chiaro dalle premesse, che, per il momento, la soluzione giusta, io proprio non ce l’ho. Non per questo, però, rinuncio a dire una cosa in cui credo fortemente, anche a rischio di apparire banale: è fondamentale essere “almeno” consapevoli di “meritare la meritocrazia”, sapere che la sua assenza è, a tutti gli effetti, una latitanza e che la normalità è tutta un’altra cosa. Come dire: viaggiamo pure in seconda classe, se è questo che passa il convento, ma non dimentichiamo mai di meritare la prima.

Così quando toccherà “a noi ragazzi di seconda classe” prendere in mano questa nave alla deriva, almeno sapremo in che direzione andare. O no?( http://viaggioinseconda.blogspot.com)