Un bazooka contro la procura, è guerra a Reggio

Non è solo mafia. Il bazooka fatto ritrovare a pochi passi dall’ufficio del procuratore Giuseppe Pignatone non è solo opera di “coppole”. A Reggio Calabria si muovono “pupari” che sanno come governare quella sottile strategia della tensione inaugurata il 2 gennaio con la bomba alla procura generale. Una guerra dei nervi continuata per mesi con sabotaggi alle macchine dei magistrati, buste con proiettili ai pm dell’antimafia, e culminata ad agosto con la bomba che ha fatto saltare in aria il portone della casa del procuratore generale Di Landro.
Le menti raffinatissime che operano in riva allo Stretto organizzano le intimidazioni in base agli sviluppi delle inchieste, spesso sanno in anticipo quando, come e dove magistratura e forze di polizia colpiranno. Nella notte tra lunedì e martedì a Reggio era programmato un grande blitz contro la mafia. Almeno 250 perquisizioni, dalla Jonica alla Tirrenica, da Reggio alla Piana di Gioia Tauro: nessuna “famiglia” sarebbe stata risparmiata dai 700 uomini messi in campo da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Obiettivo: latitanti, armi e droga.

Eppure all’una qualcuno telefona al centralino della questura e annuncia il ritrovamento del bazooka dentro una cabina telefonica a pochi metri dagli uffici della direzione distrettuale antimafia. “È per il procuratore Pignatone. Sappiate che possiamo colpire quando vogliamo”. Questo il messaggio. Un evento indipendente dal blitz? Un segnale di potenza della ‘ndrangheta? Oppure chi ha ordinato quest’ennesima intimidazione contro la magistratura reggina sapeva delle perquisizioni? La domanda è più che lecita a Reggio, città dei veleni e delle complicità eccellenti. Qui da settimane la Procura sta indagando per dare un volto e un nome agli “infedeli”, “appartenenti ad uffici di polizia giudiziaria e/o servizi di sicurezza” che fornivano informazioni riservate al signor Giovanni Zumbo. Si tratta del commercialista che vantava ottimi rapporti con pezzi dei servizi e delle forze di polizia. Un uomo con le mani in pasta negli ambienti “politico-massonici” della città, già collaboratore strettissimo di Alberto Sarra (Pdl, ora sottosegretario della Giunta regionale), finito in galera per i suoi rapporti con le cosche Ficara e Pelle. Sapeva tutto Zumbo, delle microspie piazzate nelle auto e nelle case dei mafiosi, e con mesi di anticipo finanche delle operazioni delle procure di Reggio e Milano. “Io stesso – dice il boss Giovanni Ficara – ho assistito ad un incontro tra Zumbo e alcuni pezzi grossi venuti da Roma in giacca e cravatta”. Curatore dei beni sequestrati alle famiglie mafiose, galoppino di un politico che conta, Zumbo dal 2004 al 2006 è stato collaboratore dell’ex Sismi, lo ammettono i vertici del servizio in una nota inviata alla procura di Reggio. Un periodo limitato.

Ma in uno sfogo affidato ad un ufficiale dei carabinieri, il commercialista racconta un’altra storia. Parla di “loro”, quando vuole indicare “quei signori venuti da Roma”. “Loro mi avevano lasciato in pace per un po’, ma poi all’inizio del 2010 sono tornati ad inquietarmi per collaborare”. Inizio del 2010, la prima bomba a Di Landro è del 2 gennaio. “Loro mi dicevano che sulla Jonica c’erano molti latitanti, e io da Giuseppe Pelle ci sono stato mandato. Ora io sono nei guai, loro se ne stanno uscendo puliti”. Si sfoga Zumbo, poi tace. Forse ha paura e per questo tenta disperatamente di tranquillizzare qualcuno. “So cose che non dirò ai magistrati. Fatti successi negli ultimi dieci anni a Reggio, se mi pento io qui succede un terremoto”. Ma Giovanni Zumbo non è il “puparo”, è solo la pedina di un gioco più grande di lui. Altri soggetti decideranno quali saranno le prossime mosse della strategia della tensione. Altre bombe, altri avvertimenti? Non si sa, quello che è certo è che il fuoco a Reggio divamperà ogni volta che le inchieste si avvicineranno ai rapporti tra mafia e politica. Toccheranno la zona grigia nella quale sguazza la ‘ndrangheta e accenderanno una luce sulle massonerie della città. Una città in guerra, dove operano cosche potenti che hanno a disposizione vere e proprie “organizzazioni paramilitari” con una “struttura para-bellica operante in semi-clandestinità”.

E di un “lotto” di bazooka a disposizione delle cosche parlò nel 1994 il pentito Riggio. Un altro collaboratore, Lauro, confermò che le “famiglie” disponevano di bazooka monouso e a testata multipla. Alcuni sono stati usati nella guerra di mafia, altri sono stati nascosti per anni. Non è il Messico dei narcotraficantes, è Reggio Calabria, una città italiana.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 6 ottobre 2010)

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