Terzigno in inglese

(di Alessandro Chetta)
Sullo striscione c’è scritto “Nobody listen to us, Virgin Mary helps us”. Nessuno ci ascolta, Madonna aiutaci tu. Su un altro “Welcome to the rubbish park”. Lenzuoli vergati a spray e retti dalle coraggiose “mamme vesuviane antidiscarica” comparsi in uno dei tanti cortei contro il secondo immondezzaio di Terzigno, in provincia di Napoli. In un mare di cartelloni in italiano e napoletano (molti ironici, tipo “Eau de monnesse”, fragranza di discarica” oppure “Berlusconi le bugie hanno le gambe come le tue. Corte”), ne spunta uno in inglese. Qualcosa è cambiato.

La potenza dei media internazionali attraverso internet, le news e le foto che schizzano veloci sui pc e i tg di mezzo mondo in tempo reale, a quanto pare è stata compresa e utilizzata anche nelle proteste popolari di ampio scenario delle nostre terre (non nei blitz dei disoccupati, per capirci). I manifestanti vesuviani sanno bene che quella scritta -Nobody listen to us- comprensibile ovunque, riesce a volare alta, sicuramente oltre il Vesuvio, palazzo Chigi, il Tirreno, le Alpi.

Attraverso i tanti fotoreporter presenti, molti dei quali di agenzie come Lapresse e Reuters, la lotta antidiscarica arriverà, anche nel messaggio e al di là dei fuochi, nei quattro angoli della Terra. Accade la stessa cosa, da tempo, in Medio Oriente. I palestinesi scrivono in arabo le invettive anti-Usa e anti-Israele e poi in inglese. Successe con Twitter durante i giorni della rivoluzione verde per i brogli in Iran: i giovani ribelli lanciavano messaggi online in inglese, rilanciati sia dai grandi network che dalla rete. Ancora, ma al contrario: i folli ultrà serbi espongono un enorme “Vaffanculo” affinché il messaggio arrivi senza ambiguità ai cari telespettatori italiani. Gli esempi sono innumerevoli: i tazebao tradotti in inglese dai monaci buddisti in Birmania e nel Tibet e i manifestanti nei sit-in per il Nobel per la Pace Liu Xiaobo che scrivono “Release Liu”.

Anche chi non è troppo pratico di lotte sociali una volta sceso in campo inizia a ragionare “glocalmente”. Il dissenso parte dalla piccola Terzigno ma deve catapultarsi nel mondo. L’hanno capito anche le mamme antidiscarica di Boscoreale con il loro urlo forte e globalizzato: “Nobody listen to us”.