Rifiutai mazzette per continuare a scrivere

(di Antonio Sisca)
Abito a Filadelfia, un centro a cavallo tra il Vibonese e il Lamentino. Da almeno 25 anni scrivo per la Gazzetta del Sud e scrivo di mafia dove non si deve. La zona del bacino dell’Angitola (Filadelfia, Francavilla, Curinga, Pizzo) non è più un’isola felice, almeno dal 1985, da quando i grandi appalti sulla Salerno-Reggio e quelli della costruzione del doppio binario cominciarono a fare gola ai mafiosi.

Insomma, i boss che prima si dedicavano ai sequestri di persona mutarono strategia perché capirono che era più facile e meno pericoloso fare una montagna di soldi attraverso il racket delle estorsioni e il traffico della droga. La ‘ndrangheta aveva bisogno come l’aria del silenzio. Da venti anni sulla Gazzetta del Sud scrivo di traffico di droga, racket delle estorsioni e dei tanti casi di lupara bianca di cui sono rimasti vittime nel territorio di Filadelfia sei giovani tra i 20 e i 29 anni. Da qui una serie di minacce dapprima più o meno velate, pian piano diventate concrete con l’incendio della mia auto. Ho continuato, anche se la paura era tanta per le minacce nei miei confronti e dei miei familiari. Ho ricevuto pallottole, lettere anonime che riportavano parole come “sbirro, merda”, e altro. O frasi come: “Uccideremo te, tua moglie e tuo figlio”. La mattina di alcuni anni fa venni fermato in piazza da uno degli appartenenti a un clan che opera in zona; dopo avermi “ invitato “ a non scrivere più di droga o estorsioni mi chiese quanto mi dava il giornale per ogni pezzo che veniva pubblicato, poi mise le mani in tasca e mi offrì una somma rilevante in cambio del silenzio. Naturalmente denunciai la cosa al maresciallo dei carabinieri. Eppure nei Consigli comunali ci fu chi disse che la mafia a Filadelfia non esisteva perché non vi erano le condizioni economiche necessarie che attirassero gli appetiti mafiosi. L’ultima minaccia l’ho ricevuta a settembre del 2009; in una lettera qualcuno mi “consigliò” di non scrivere più di casi di lupara bianca altrimenti la lupara me l’avrebbero messa in bocca.

(pubblicato su Il fatto Quotidiano il 21 ottobre 2010)