La corruzione c’è. Ma non si vede.

(di Francesco Perrella)

Mentre l’Italia annaspa tra la crisi economica e quella istituzionale, c’è un altro parassita che scava, sempre più silenzioso e sempre più ignorato, nel tessuto amministrativo ed economico del nostro paese. Se ne torna a parlare sporadicamente e con grande scalpore, come ha fatto questa mattina l’Espresso, sull’onda di una classifica stilata da Transparency, organizzazione internazionale che misura la “corruzione percepita”, e che ci colloca al 63esimo posto (pari merito con l’Arabia Saudita), molto al di sotto della media di tutti gli altri stati occidentali, ma anche a sorpresa (?) paesi africani come il Botswana (alla faccia dei luoghi comuni) e paradisi fiscali come Hong Kong e la tanto famigerata isola di Saint Lucia.

Una classifica che stride però con i dati ufficiali: a diciotto anni di distanza dall’inizio di Mani Pulite, di dati riguardo il tasso di corruzione in Italia sembrano essere confortanti: appena 178 condanne nel 2008, quasi la metà rispetto alle 354 condanne del 2001, una media da paese “normale”. Troppo bello per essere vero? Probabilmente si, ed è un altro dato a dare il campanello d’allarme, quello delle condanne definitive per il reato di “istigazione alla corruzione”, che inquadra i (rari) casi in cui politici e burocrati di sorta rifiutano la “mazzetta” proposta da un soggetto privato: 121 casi nel 2001, altrettanti nel 2008. Ed ecco che la classifica Transparency ci appare già più chiara.

Altro dato interessante evidenziato dal quotidiano è che il calo più drastico di condanne per corruzione si condensa in tre anni, il 1999, il 2002 ed il 2005; tre annate non da poco, vista la corrispondenza con il varo di tre leggi cruciali per il nostro codice penale, spesso ribattezzate dall’opposizione come “leggi vergogna”: vale a dire, rispettivamente, il cosiddetto “giusto processo”, che priva di ogni valore le confessioni non ripetute in aula, la legge Berlusconi sul falso in bilancio (o “contabilità creativa”, per dirla alla Grillo), e la “ex Cirielli”, che dimezza i termini di prescrizione. Per finire in bellezza con l’indulto del 2006, un colpo di spugna per tante condanne gravi, come quella dell’ex ministro Cesare Previti. Ed il nostro codice continua ad offrire innumerevoli appigli a chi voglia sfuggire alla condanna per corruzione: la legge bicamerale del ’97, ad esempio, secondo cui favorire un privato con soldi pubblici non è più, di per se, un reato; diventa arduo per un pm antimafia, ad esempio, dimostrare che un politico stia finanziando un’impresa privata legata ad una cosca, se non si dimostra anche che tale amministratore sia a diretta conoscenza di far entrare fondi pubblici in tasca ai boss.

E ancora, in Italia si ignorano completamente convenzioni internazionali come quella promulgata nel 1997 dall’ Ocse, che ci imporrebbe nuove e più severe norme per combattere e prevenire nuove forme di corruzione. In molti paesi, ad esempio, se un politico accetta soldi o regali di sorta da un privato scatta il reato di “retribuzione illecita”; in Italia, invece, i magistrati sono costretti a dimostrare non solo l’esistenza delle mazzette, ma anche il loro specifico scopo. È cosi che il caso Scajola, a cui è stata “acquistata” una casa in centro a Roma, scoppia come una bolla di sapone sotto lo spillo dell’immunità legislativa: il trasferimento di fondi in nero c’è stato, ma non si può dimostrare che siano serviti per corrompere l’ex ministro.
Ciò che rende ancor più sconfortante questo scenario è la pressoché totale mancanza di sensibilità sul tema da parte dell’opinione pubblica, che vede ancora la “bustarella” come un peccato veniale, un “si fa ma non si dice”, tanto “lo fanno tutti”. La corruzione, invece, è un cancro che divora dall’interno non solo la validità di una classe politica, ma anche l’economia di una nazione; questo perché le tangenti impongono costi superiori alle imprese, fanno morire la concorrenza e fuggire lontano gli investitori stranieri. E come spesso succede nei grandi giochi del potere, chi ci rimette, alla fine, è sempre l’ultima ruota del carro.