Giornalismo, quarto potere che ha cambiato mestiere?

(di Elia Fiorillo)

Di codici deontologici che dovrebbero regolare l’attività del giornalista ce ne sono ad iosa. Ma tante regole, come si dice, equivalgono a nessuna regola. Sembra proprio che sia così a guardare quello che avviene sui media del nostro Paese. Campagne di vera e propria delegittimazione precedono o fanno seguito ad esaltate giaculatorie a favore del personaggio che si è deciso di portare in auge. Momenti delicatissimi di una vita, che avrebbero bisogno di rispetto e di silenzio, scrutati senza alcuno scrupolo dal giornalista impietoso e opportunista. Insomma, una canea mediatica dove il cittadino rimane indifeso ed allibito spettatore. Prova a difendersi semplificando, facendo cioè “di ogni erba un fascio”. Non avendo strumenti per distinguere tra “i buoni e i cattivi”, tra il gossip e la notizia. La vecchia regola del giornalismo anglosassone che vuole il reporter “cane da guardia del potere” si è trasformata. Il molosso ringhioso che rispetta l’unico padrone che sono i lettori, si è trasfigurato in cucciolo affettuoso che scodinzola alla prima carezza di quel potere a cui doveva fare la guardia. Ma rimane cane feroce quando c’è qualcuno che attacca “il padrone” di turno. Si può ben comprendere ciò che significhi, sul piano della credibilità dell’informazione, l’alleanza spuria tra la politica, la finanza, il giornalismo.

Si buon ben capire che significato assuma il duopolio della stampa italiana, che corrisponde al bipolarismo politico, che è naturalmente portato a schiacciare tutte le posizioni che non sono allineate. Certo, è colpa tra l’altro della struttura editoriale tutta italiana, dove l’imprenditore spurio, che non si occupa solo di editoria – ma fa bel altro -, è la regola. Dove i conflitti d’interesse sono all’ordine del giorno. Per non parlare poi della Rai, che dovrebbe giocare il ruolo proprio di un network di proprietà statale, ovvero della collettività. La sua missione dovrebbe essere il “servizio pubblico”. Invece è al servizio dei partiti che l’hanno lottizzata. La Rai potrebbe essere il vero calmieratore dell’informazione di massa e non solo. Non credo nell’obiettività assoluta, che non ci potrà mai essere nell’informazione ma, per lo meno, la buona fede, la messa al bando del gossip. La notizia raccontata dal cronista con scrupolo e professionalità – leggi lealtà verso i lettori – , rispondendo ai classici interrogativi: chi, dove, come, quando, perché? Se l’informazione è il sale della democrazia, allora si capisce perché su questo fronte siamo in affanno. Sono talmente cambiate le carte in tavola che anche l’articolo 21 della Carta costituzionale, che sancisce la sganciamento della stampa dal potere esecutivo, è lontano dalla realtà di oggi. Attualmente ci si confronta con problemi di altro genere, per certi versi più condizionanti: il rapporto con il potere economico, le proprietà delle testate ed i corpi redazionali, la pubblicità. Ci vorrebbe, al di là della revisione del dettato costituzionale per certi versi pericoloso – si sa da dove si comincia, ma non si sa dove si va a parare -, uno statuto dei diritti all’informazione del cittadino. Poche e semplici regole, dettate soprattutto dal buon senso, che facciano chiarezza e sintesi tra i vari codici deontologici Qualcosa che potrebbe evitare, e soprattutto punire duramente, per esempio, gli “effetti patacca” finalizzati al discredito di questo o quell’altro personaggio pubblico. Ma, probabilmente e soprattutto, avremmo bisogno di più unità nel mondo del giornalismo.

Una unità che si fondi sull’autonomia a partire dagli organi di rappresentanza della categoria, Federazione nazionale della stampa italiana e Ordine dei giornalisti. Troppo spesso in contrapposizione tra loro, o affetti dalla sindrome da schieramento politico: il bipartitismo, senza possibilità di terzaforzismi, impera. L’unità vera porterebbe a posizioni non pretestuosamente di schieramento politico, ma di visione reale delle questioni in campo. E sarebbe una vera e propria rivoluzione, con una crescita di autorevolezza della categoria agli occhi dell’opinione pubblica.

“Direttore, qual’è la linea del nostro giornale sul congresso del partito Socialista?” Siamo ai tempi di Bettino Caxi. La domanda viene posta al direttore del Corriere della Sera dell’ epoca, Ugo Stille. La risposta immediata fu:”Dare le notizie”.

Appunto, dare le notizie in piena autonomia.