Applausi quando sul set di Avetrana arriva la bara bianca

Sarah Scazzi funeraleQuando alle 8 di sera arriva la bara bianca di Sarah la gente applaude. Ci sono migliaia di persone in piazza. E centinaia di telecamere.” A morte l’assassino”, grida uno. E gli altri applaudono. Concetta, la mamma, si siede davanti a quel legno bianco e la guarda fisso per ore. Ci sono suo marito e suo figlio Claudio. Un cameraman lo inquadra e lui lo prende di petto. Lo devono tenere e calmarlo. Concetta, invece, fa filtrare parole di pietà. “Siamo tutte vittime . Michele ha distrutte due famiglie”. Michele, suo cognato, l’uomo che aveva trasformato la vita di una quindicenne solare in un inferno di attenzioni morbose, molestie ripetute, sguardi viziosi. “L’avevo già toccata altre volte”, avrebbe rivelato al giudice che lo ha interrogato ieri. Ed è la ferita più grande. Concetta pensa a Sabrina, la figlia dell’orco, ci sono molti sospetti che si addensano sulla famiglia di Michele. Voci di coperture e complicità assurde che solo l’inchiesta potrà chiarire. “L’ho vista piangere – dice la madre di Sarah – ho sentito le sue parole, né lei né Cosima (la moglie di Michele Misseri ndr) potevano sospettare”.

Avetrana è oramai il set di un film che racconta più tragedie. Quella di Sarah, innanzitutto. Lei che, a quindici anni appena,è stata uccisa e offesa anche da morta. Ma c’è una tragedia tutta italiana, quella di un paese dove tutto è tv. Anche il dolore più atroce. Non esiste lacerazione autentica dei sentimenti se non appare in televisione. Se le lacrime non bucano lo schermo. Non c’è rabbia, delusione, schifo per un padre che all’improvviso si scopre “orco” se non lo si comunica ad un giornalista in diretta. È un immenso reality. Crescono gli ascolti, schizza lo share. E così accade che giovedì pomeriggio, Claudio, il fratello di Sarah, prima di arrivare la paese da Milano, dove vive con il padre e si guadagna un tozzo di pane facendo il muratore, prima di poter piangere la sorella e abbracciare la madre Concetta, debba fermarsi a Roma. È ospite del talk show del pomeriggio, c’è un salotto, tante poltrone e il solito caravan serraglio di esperti, criminologi, tuttologi, psicologi. C’è il pubblico e Mara Venier . È “la vita in diretta”, bellezza.

Claudio parla, racconta , dice che Michele, lo zio, “è meglio che si uccide in carcere”. Rivela i litigi della sorella con Sabrina, la figlia di Michele, quando la povera Sarah le parlò delle attenzioni morbose dello “zio”. Claudio è seduto sulla poltrona di ordinanza, non tradisce emozioni, in testa ha il cappellino da baseball dal quale non si separa mai. Il piercing riluce sotto i lampi dei riflettori. Funziona alla grande: 3 milioni di spettatori, 34,45%. Un successone. Per il dolore, quello vero, quello privato, c’è tempo. Ed è una gara senza tempo tra le tv. Così anche nella giornata di ieri, Valentina, l’altra figlia di Michele, viole dire qualcosa al padre. Come? Con un messaggio telefonico inviato ad una giornalista de “la vita in diretta”. “È inutile parlare di pena di morte perché è la via più facile. Mio padre deve rimanere a vita in galera e vedere scorrere lentamente i giorni”.

La pena capitale, gli occhi delle telecamere si accaniscono su uno striscione attaccato a pochi passi dalla casa di Sarah Scazzi.”Pena di morte per lo zio animale”, c’è scritto. Va bene pure quello nell’attesa che dalla casa del dolore esca il padre di Sarah e fugga veloce inseguito da microfoni e obiettivi. L’uomo corre , e allora meglio i passanti, i curiosi, i turisti del dolore che cominciano ad arrivare in questo buco del Salento. Cercano il microfono e lo ottengono. Parlano, raccontano, danno particolari su cose che non sanno. Processo mediatico, tragedia televisiva, da gestire con avvocati e esperti di quelli che in tv vengono bene e ci sanno stare. La famiglia di Sarah ha una vita modestissima, domenica allo stadio volerà una mongolfiera in ricordo della piccola e si raccoglieranno soldi, “da destinare alla famiglia Scazzi”, dice il Sindaco Mario De Marco al termine del Consiglio comunale straordinario. Eppure a rappresentarli ci sono i pezzi da novanta dell’avvocatura.

Come Walter Biscotto e Nicodemo Gentile. Sono conosciuti dal grande pubblico dei talk show per aver difeso Rudy Guedee in un’altra grande tragedia che per mesi ha fatto schizzare gli share: il giallo di Perugia. E come consulente c’è un altro beniamino del pubblico appassionato del genere, il generale dei carabinieri Luciano garofano, ex comandante dei Ris. Uno specialista. Professionalità eccellenti che contano. Alla domanda su chi paga, l’avvocato Biscotti risponde infastidito “C’è un’associazione. L’importante è risolvere il caso in tutti i suoi aspetti e in fretta”. L’avvocato ci liquida in fretta. C’è il microfono di TeleRama ad attenderlo.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 9 ottobre 2010)