Trapani e il mese di settembre, insanguinato dalle strategie mafiose

Quella che si apre è una settimana “pesante” a proposito di lotta alla mafia. Vecchia e nuova. Dalle “vittime” che segnarono giorni di settembre nemmeno tanto così lontani nel tempo, a chi oggi, restando nel “mirino”, si muove nel territorio del super ricercato, il capo di Cosa Nostra “sommersa”, Matteo Messina Denaro, il figlio del “campiere” don Ciccio, diventato presto “padrino”. E che ha saputo usare testa e mani per organizzare stragi e mettere su, allo stesso modo, cartelli imprenditoriali e gestire appalti miliardari, ai tempi della lira, e milionari adesso che c’è l’euro. Il filo è lo stesso. Scorrendolo si incontrano i delitti più efferati della mafia commessi a Trapani proprio nei giorni di settembre, ma si possono leggere le pagine di indagini e di sentenze passate in giudicato che hanno consegnato alle patrie galere i boss, alcuni anche con il classico “fine pena mai” scritto sui fascicoli, conservati negli uffici delle matricole dei penitenziari dove sono detenuti. Sullo stesso filo si incontrano anche le contraddizioni di uno Stato e di un governo che per decenni ha lasciato nel trapanese inutilizzati i beni confiscati alla mafia e quando un prefetto ha pensato di smuovere le acque, guarda caso lo stesso giorno ne decideva il trasferimento ad altra sede.Ci sono le storie raccontate da investigatori che parlano di una fedeltà allo Stato mai tradita che costa loro sacrifici anche perché talvolta c’è da mettere mano alle proprie tasche per far benzina all’auto di servizio, sapendo che difficilmente ci sarà il rimborso considerato che non riescono a intascare neppure i soldi per straordinari e missioni.

Ci sono le vicende dei giorni nostri che mentre da una parte ci dicono, i politici governanti, che il cerchio attorno a Messina Denaro si va stringendo, accade però che col classico sistema delle promozioni, o dei trasferimenti per tempo massimo raggiunto, dirigenti di polizia, ufficiali dei carabinieri, sono con le valigie in mano pronti ad andare via verso nuove sedi, lasciando vuote le poltrone di quella intelligence investigativa che fino ad oggi ha consegnato lusinghieri risultati nella lotta alla mafia e che se smantellata dovrà per forza ripartire daccapo, e concedere vantaggi. E’ la storia che si ripete a pensarci bene.

Era il 14 settembre 1992, sul lungomare di Tonnarella a Mazara entrò in azione addirittura il gotha della mafia siciliana per fare fuori il vice questore Rino Germanà che era appena uscito dal commissariato. A guidare l’auto del commando era Matteo Messina Denaro, appena poche ore prima lui e Germanà avevano incrociato i loro sguardi, si erano visti dentro un bar di Castelvetrano. Germanà era lì per ragioni di servizio, con lui un collega – la storia è raccontata nel libro Malitalia di Aprati e Fierro – e al bar c’era anche il giovane Matteo, gli sguardi si scrutarono a lungo, il boss sapeva cosa doveva accadere qualche ora più tardi, Germanà ovviamente non poteva saperlo, ma l’intuito di investigatore, in quei giorni che erano stati macchiati dalle stragi più orrende della mafia siciliana, lo portavano col collega a parlare con una preoccupazione evidente. Abile Germanà nell’intuito e nella capacità di dare filo da torcere ai mafiosi, anche a quei killer che quel primo pomeriggio del 14 settembre 1992 lo inseguirono sulla litoranea mazarese di Tonnarella per ucciderlo.

A mancare, per fortuna, il bersaglio furono boss del calibro di Luchino Bagarella e Giuseppe Graviano, gli uomini più fedeli a Riina, i cui nomi spuntano fuori sia che si parli di faide e guerre di mafia, sia che si parli di politica e organizzare partiti politici. La stessa cosa che accade sfogliando i rapporti su Matteo Messina Denaro. Oggi che si parla sempre di più di strategie precise dietro la stagione delle stragi del ’92, viene naturale chiedere risposta ad una domanda che nemmeno il relativo processo ha risolto, e cioè perché il vice questore Rino Germanà doveva essere ucciso, lui sarebbe stata la terza vittima eccellente di quel 1992 dopo Falcone e Borsellino.

Oggi Rino Germanà fa il questore a Forlì dopo che per anni fu tenuto dai suoi superiori del Viminale a guidare il posto di polizia di un aeroporto, anzi che impiegarlo per approfondire quelle importanti conoscenze nella lotta alla mafia che addirittura avevano fatto muovere i sicari più temibili di Cosa Nostra. I risultati sono lo stesso arrivati, col tempo però, uno ad uno i boss trapanesi e le loro trame sono state via via scoperte, ma è come se si sia dato un “vantaggio” a Cosa Nostra in quel 1992, trasferendo lontano da Trapani e dalla Sicilia Rino Germanà, isolandolo dopo l’agguato fallito, lasciando sguarnita quella squadra di investigatori che lui aveva cominciato a riorganizzare dopo essere tornato a Trapani, dove aveva già diretto la Squadra Mobile. Le indagini di Germanà erano quelle che per la prima volta a Trapani aveva visto incrociarsi tra loro, legati da interessi svariati, anche leciti, nomi di politici, imprenditori. Chi ha seguito quelle inchieste oggi racconta di avere percepito l’”odore” dei soldi del riciclaggio, di avere visto le grandi imprese edilizie e commerciali che cominciavano a prendere piede, e tutto questo accadeva in quel 1992 e mentre la mafia faceva stragi e la prima repubblica crollava, in provincia di Trapani, guarda caso, si cominciavano a convocare riunioni di mafia per discutere di costituire un nuovo soggetto politico, un partito per concorrere alle elezioni,“Sicilia Libera” doveva chiamarsi, progetto che si fermò quando invece nacque Forza Italia. Il pentito mazarese Vincenzo Sinacori che quel 14 settembre 1992 doveva fare da palo per l’attentato a Germanà, lo ha detto durante una udienza che dai capi mafia direttamente arrivò l’ordine che bisognava votare per Forza Italia.

C’entrano con le strategie e le commistioni di alta mafia le indagini di Germanà?. Certamente erano indagini delicate: Germanà da capo della Mobile, prima di tornare a fare il commissario capo a Mazara, aveva anche scritto il rapporto sui soldi passati per le casseforti della Banca Sicula, la banca dei potenti D’Alì, un rapporto che non ha avuto esito giudiziario, ma è pietra pesante nella storia della vita si sbirro di Rino Germanà: lo ha raccontato in questo modo lui stesso durante un processo dove era testimone e quando il pm gli chiese di riassumere le sua attività investigative, lui inserì anche le indagini sulla Banca Sicula, chiosando a conclusione… ”e poi mi hanno sparato”; suscitando il pm a porgli una conseguente domanda, se metteva in relazione quelle indagini con l’attentato subito: “no dottore – rispose al pm – è solo la sequenza dei fatti nessuna relazione, prima ho fatto quella indagine e poi mi hanno sparato”.

C’è voluto tempo, perchè gli affari intuiti da Germanà hanno potuto trovare riscontro in indagini e processi, ma c’è voluto tempo, tempo che è servito in provincia di Trapani ai boss di diventare capi mafia, di commettere ancora delitti e faide, diventare imprenditori ed entrare a pieno titolo nelle stanze della politica prima e delle istituzioni dopo, riuscendo a rendere lecito tutto ciò che era illecito, instaurando un sistema di illegalità diffusa. Basta leggere alcune sentenze per rendersi amaramente conto che rischia di essere finta la vittoria dello Stato contro la mafia, perché lo Stato è arrivato quando oramai i mafiosi avevano fatto tutto quello che doveva essere fatto. Oggi addirittura queste sentenze permettono di dire a certi politici che la mafia non c’è più, è stata battuta, sconfitta. Ovviamente pm, giudici e investigatori non la pensano così, vorrebbero poterlo spiegare che la vittoria non è vera, ma oggi, dalla stanze governative, si sta facendo in modo che loro non solo non abbiano più diritto di parola, ma possano pure ritrovarsi senza “armi” per indagare, per fare il loro mestiere.

Le intuizioni di Rino Germanà in quei primi anni ’90, anzi ancora da prima, disegnavano la possibile esistenza di quel sistema di diffusa illegalità, oggi la si potrebbe chiamare “cricca”, ed è questo che è venuto fuori dalle carte processuali che non ci raccontano di una mafia al passato, ma viva e attuale, presente ancora nel tessuto trapanese. Ma si sa le sentenze non sono fatte per i giornali e per essere lette fuori dai Palazzi di Giustizia. A meno che non si tratti di assoluzioni o archiviazioni. In quel caso ci sono speciali rotative che vengono messe in moto, destinate a restare ferme invece quando si tratta di condanne o di prescrizioni sul fil di lana.
Sono trascorsi 18 anni dall’attentato a Rino Germanà, e a Trapani in silenzio, la mafia è tornata a riprendersi il suo vantaggio, gli investigatori che hanno fatto terra bruciata attorno, come il capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares, diventato meritatamente primo dirigente si appresta a lasciare Trapani, lo Stato ed il Governo che dicono di volere fare la lotta alla mafia non si sono posti problema alcuno di come continuare a sfruttare lui e la sua squadra nella lotta a Cosa Nostra, non tanto nella sola cattura del super latitante Messina Denaro, ma contro la nuova mafia, come se il “manovratore” non dovesse essere disturbato. La storia della mafia trapanese è una storia diversa da tutte le altre mafie, qui i veri mafiosi hanno avuto natali borghesi, i primi capi mafia sono stati latifondisti, gli operai erano la loro manovalanza, nei terreni da coltivare e nel territorio da controllare con le lupare. Le più recenti indagini che hanno consegnato come vertici della mafia trapanese raffinati imprenditori, ci dicono che le cose non sono cambiate. Ma oggi è come se qualcuno vuole che il “mirino” venga spostato, che si guardi alle retrovie, e non a ciò che avviene in prima linea.

Era il 14 settembre del 1988 quando a Trapani fu ucciso il giudice Alberto Giacomelli. Era diventata in quel tempo esecutiva una sentenza che confiscava un possedimento al fratello del potente Totò Riina. Una sentenza che Giacomelli aveva firmato quando era giudice nell’ufficio delle misure di prevenzione. Quando fu ucciso era già in pensione, forse i suoi colleghi avevano dimenticato quella firma, i mafiosi no, e per questo lo uccisero. E lo uccisero una seconda volta quando era già morto facendo mettere in giro storie di ignominia. Anche per Giacomelli c’è voluto tempo per scoprire il movente del suo omicidio e tempo per dedicargli (l’anno scorso) una piazza del centro storico della città.

Tempo, maledetto tempo. Come quello che è servito per cominciare a dare una forma a chi e al perché il 26 settembre del 1988 fu ucciso Mauro Rostagno. Ci sono voluti 20 anni perchè venisse scritto un atto giudiziario che sancisse la responsabilità mafiosa in quell’omicidio, una responsabilità che risultava chiara già quella sera stessa del delitto.Oggi siamo in attesa del processo che apra gli scenari sull’omicidio. E’ vero che i moventi possono essere stati diversi, ma non certo quelli che come cantilena ci siamo spesso sentiti ripetere in questi anni, le lotte sociali, la pista Calabresi, Lotta Continua, i litigi dentro la comunità. Mauro Rostagno fu ucciso dalla mafia nel 1988 quando a Trapani non era facile parlare di mafia, e mentre la mafia stava attendendo il momento giusto per fare il balzo prendendosi grandi imprese e grandi appalti. Rostagno fu ucciso nel 1988 mentre a Trapani la mafia stringeva patti con pezzi dello Stato, con la Massoneria, in un periodo i cui le rotte usate dai criminali per trafficare in droga ed armi venivano messe a disposizione di lobby internazionali per fare sparire enormi quantità di rifiuti tossici e scorie, o ancora per fare passare quelle armi che servivano ad armare eserciti nei paesi, dell’Est, o africani, dove l’occidente finanziava i conflitti. C’era Gladio a Trapani, e ci sono indagini, non sospetti, che ci dicono che questi traffici venivano fatti col bollino di Stato, pezzi dello Stato erano in contatto con i mafiosi. E qui a Trapani si stipulavano precisi “patti”.

“Rostagno era attorniato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato” ha spiegato, in una battuta, il capo della Squadra Mobile Giuseppe Linares che riprendendo il fascicolo di indagine, e facendo fare una nuova perizia balistica, ha impedito che l’indagine sul delitto Rostagno andasse in archivio.

Non sono giorni qualsiasi quindi quelli cui andiamo incontro in questo mese di settembre a Trapani. Germanà, Giacomelli, Rostagno, ognuno di loro racconta un pezzo della storia della mafia e della lotta alla mafia. Messe insieme sono lo spaccato di una strategia più vasta. Bisognerà vedere però come queste storie saranno raccontate, se lo saranno, e con quale spirito spiegate. Se lo spirito sarà quello di dire che erano solo vendette di una mafia che oggi è battuta, sappiate che questa è l’unica delle trame possibili che non ha riscontri, sappiate invece che la storia vera ancora deve essere finita di essere scritta, ma per farlo, ci dicono pm e investigatori, non servono processi brevi e processi giusti, lodi e salvacondotti, anzi così c’è il rischio che la legge non sia uguale per tutti e certe indagini, comprese quelle sulla nuova di “Cosa Nostra” non andranno avanti.

La mafia è tutt’altro che sconfitta e il “diavolo” non è stato così lontano da Trapani mentre in giro i mafiosi andavano a mettere le bombe e nelle chiese si celebravano i morti ammazzati con i colpevoli magari seduti anche in prima fila.