Mauro Rostagno. Una morte voluta dai boss di Cosa Nostra

Era un giornalista-giornalista. Per questo era diventato un ingombro per la mafia, quella alta: Cosa Nostra. Mauro Rostagno è stato ucciso perché ogni giorno metteva la sua faccia davanti alle telecamere di una piccola tv (Rtc) e parlava degli affari dei boss a Trapani.

La città dove, negli anni Ottanta come oggi, Cosa Nostra è danaro, rapporti con la politica, legami con la massoneria, inciuci con settori deviati dei servizi segreti. C’è tutto questo nell’inchiesta della procura palermitana, con la collaborazione della Squadra Mobile di Trapani diretta da Giuseppe Linares, e della Polizia scientifica di Palermo, che ha portato alla richiesta di arresto per il boss Vincenzo Virga e per Vito Mazzara.

Il primo è l’uomo al quale Cosa Nostra ordinò l’eliminazione di Rostagno, l’altro è il tiratore scelto che alle 20,10 del 26 settembre 1988 spara contro la «Fiat Duna» del giornalista. Quattro colpi precisi che colpiscono l’obiettivo senza scalfire neppure la donna che era al fianco di Rostagno, Monica Serra.

La sorte di Mauro Rostagno era stata decisa da tempo. «Per quello che risulta a me – fa mettere a verbale il pentito Vincenzo Sinacori, uomo d’onore della famiglia di Mazara – Rostagno è morto per le sue trasmissioni televisive contro Cosa Nostra».

L’«argomento» era oggetto di discussioni quotidiane tra i pezzi da novanta del Trapanese. Francesco Messina Denaro, padre del superlatitante Matteo, e all’epoca rappresentante provinciale di Cosa Nostra, e Messina Francesco, detto “Mastro Ciccio”, sottocapo della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, si tormentavano per trovare una soluzione. Un mese prima dell’omicidio il gotha di Cosa Nostra decide: ad organizzare l’assassinio del giornalista sarà Vincenzo Virga, capo della famiglia mafiosa di Trapani e del mandamento. «Messina Denaro Francesco disse a “mastro Ciccio” in mia presenza che aveva dato il mandato a Vincenzo Virga per fare a Rostagno. Dottore, fare significa uccidere. E se avesse avuto dei problemi ce lo faceva sapere che ci andavamo noi», racconta il pentito Sinacori. Un boss, capo di un “mandamento” non può “avere problemi”. L’omicidio era deciso, bisognava solo trovare il killer. Vito Mazzara, di Custonaci, possessore di un regolare porto d’armi e campione di tiro al piccione, uno che con il fucile non sbagliava mai.

Rostagno era stato minacciato, la tv dalla quale trasmetteva le sue inchieste contro la mafia della droga, degli appalti e dei rapporti con potenti della politica, aveva subito attentati. Testimonianza di Rocco Messina, telecronista sportivo che all’epoca lavorava nella stessa tv di Rostagno: «Ricordo la cura particolare che Mauro dedicava al rapporto tra mafia e politica citando i nomi dei politici coinvolti… Il tenore dei servizi così martellanti in un contesto sociale e giornalistico in cui i fatti di mafia venivano relegati a notizie marginali, costituiva un fatto rivoluzionario». «Dì a quello con la barba che non dice minchiate», è il messaggio esplicito che un vecchio boss, Mariano Agate, manda attraverso un cameraman a Rostagno durante un processo.

Trapani, immobile, dove la mafia era (ed è) parte della società, e Rostagno, elemento spurio, che rompeva tutti gli equilibri. Cosa Nostra poteva sopportare l’attività di «Saman», la comunità di recupero animata da Rostagno e dai suoi amici, ma non quella giornalistica.

Per questo venne ucciso. Dopo l’omicidio i giornali italiani parlarono di tutto tranne che di mafia. Si scavò nel complesso passato di Rostagno, che pochi giorni prima aveva ricevuto una comunicazione giudiziaria per concorso nell’omicidio Calabresi, e nella sua militanza in Lotta Continua. «Anche l’Unità – ricorda Saverio Lodato in “Trent’anni di mafia” – commise un pasticcio definendo “misterioso” l’omicidio e collegandolo in qualche modo ai tanti passati di Rostagno». In tanti ebbero dubbi. I boss, invece, avevano solo certezze. Giovanni Brusca da pentito racconta che dopo l’omicidio vide Totò Riina soddisfatto. «Si levarono sta camurria», disse il capo dei capi. Quattro colpi di fucile, due di pistola. Le perizie balistiche hanno accertato che il fucile calibro 12 usato per colpire il sociologo-giornalista era lo stesso impiegato in altri cinque omicidi. A sparare sempre Vito Mazzara.

Che il 29 aprile 2008 viene intercettato in carcere mentre parla con la moglie e la figlia. I giornali hanno pubblicato la notizia che l’inchiesta sulla morte di Rostagno verrà riaperta. «Il magistrato voleva chiudere, ma dietro c’è l’opinione pubblica che spinge, qua non comanda la magistratura, ma l’opinione pubblica e gliel’hanno fatta riaprire nuovamente…e tempo fa rimasticavano alcune situazioni, supposizioni. Lo hai capito? E per esperienza so che quando devono “vestire u pupu” (trovare una soluzione, ndr) sono capaci di fare qualsiasi cosa».

Vito Mazzara parla con la figlia, le da ordini, le dice di cancellare alcune eventuali prove. Nel garage di casa c’è un ripostiglio nascosto da mattoni rimovibili. «Se ci sono cose prendi e butta tutto. Può essere che non c’è niente, io non me lo ricordo, ma qualsiasi cosa ci dovrebbe essere butta tutto».

Alle 20,10 di quel caldo 26 settembre, nella contrada Lenzi di Valderice, i killer non si limitarono a sparare. Il loro compito non era solo quello di uccidere Rostagno. Cercavano qualcosa, forse appunti o scritti contenuti nella borsa. Un altro gruppo di mafiosi aveva il compito di portar via una cassetta, una delle ultime registrate da Rostagno. Per questo fecero irruzione nella sede di «Rtc» per portar via nastri che non erano mai andati in onda.

Se oggi un raggio di luce è stato irradiato sull’omicidio è anche grazie alla caparbietà di un funzionario di polizia, delle sue indagini e dei pm palermitani che gli hanno dato fiducia. «Avviando queste nuove indagini, due anni fa, ci piaceva pensare idealmente alla figura del commissario Luigi Calabresi e al fatto di poter rendere giustizia a un ex appartenente a Lotta Continua barbaramente ucciso dalla mafia, nell’ottica di un nuovo ideale ricongiungimento», ha detto Giuseppe Linares, capo della Mobile di Trapani.

(pubblicato su L’Unità 24 maggio 2009)