Braccato dalla camorra scrive alla figlia: “Potrai giudicarmi quando sarai grande”

(di Val. Err. Il Messaggero.it del 24 settembre 2010)

Lettera di un 45enne di Casal di Principe in fuga dai clan, che cambia città ogni settimana, alla piccola Carol, 2 anni appena. A volte la geografia può segnare un destino. E nascere a Casal di Principe può significare avere la vita già scritta. Per Valerio è andata esattamente così. La strada, da giovanissimo, poi la delinquenza in un’escalation senza ripensamenti. Sempre dritto in una direzione: più o meno vicino ai clan, gente finita male, lontano dal rispetto delle regole e della legge. Così ha conosciuto il brivido della ricchezza e poi il freddo dell’indigenza. Le accuse e le condanne. E oggi, che ha circa 45 anni e ne dimostra un po’ di più, paga quelle scelte. Sta scontando una pena a vita che gli è stata inflitta dal tribunale della mala. E’ costretto a fuggire per evitare di essere ucciso in una di quelle lotte intestine tra clan campani che nascono per un niente e non finiscono mai.

Valerio cambia città e pensione quasi ogni settimana, di notte non può dormire e aspetta l’alba leggendo qualsiasi libro gli capiti in mano. Fuma sigarette e porta via le cicche, casomai a qualcuno venisse la fantasia di raccoglierle per estrarne il Dna. E ancora, se deve rivelare un segreto lo scrive su un biglietto per non essere intercettato, lo mostra al suo interlocutore, poi ne fa una pallina e la ingoia.

Qualche volta si maledice per non aver capito prima quali fossero le cose importanti della vita. Ad esempio Carol, la sua bambina, che ha visto solo per pochi mesi. Prima che le cosche lo costringessero a diventare uno dei pochi latitanti di fatto, non ricercato dalla polizia ma dai clan.La sua storia è anche simile a quella di altri padri separati. Che non riescono a vedere i figli per la conflittualità e i rancori che hanno lasciato in famiglia. Perché Valerio, uomo della ”mala”, non va più d’accordo con la sua ex compagna. Dice che non è questo a impedirgli di vedere la sua bambina. Se gli si chiede, quali siano i motivi, preferisce la diplomazia: «Le ragioni riguardano il contesto in cui sono cresciuto e il paese dal quale vengo, Casal di Principe. E in minima parte la conflittualità tra e me e la mamma della mia bambina».

Parla poco, questo campano pieno di tatuaggi che hanno anche significati religiosi. Dice di avere in mente le troppe cose che non ha mai detto a sua figlia. Teme di non poterle dire mai più. Per questo le ha scritto una lettera e l’ha consegnata al giornale della città in cui vive la sua famiglia, Roma.

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A Carol, mia figlia.Ciao bambina mia, hai appena compiuto 2 anni, e il papà sa che ora non puoi leggerla questa mia. Ma devi sapere piccola mia che una lettera scritta su un giornale come Il Messaggero rimane per sempre, potrai continuare a leggerla nell’emeroteca di qualsiasi biblioteca. E adesso vado a darti il mio cuore, con una promessa: non parlerò mai di tua madre e sarò sincero.

Quando nascesti, mentre mamma era in sala travaglio, un’altra signora che stava per partorire perse il bambino. Il padre impazzì di dolore, e insieme ad alcuni parenti iniziò a devastare il reparto. Tu non eri ancora nata, e la mamma sentendo quel trambusto si spaventò immensamente. Il tuo battito si fermò: accorsero in dieci tra medici ed infermieri, credo che fossero anche loro spaventati per quello che era successo. Vi portarono in sala operatoria per un cesareo, io ero terrorizzato, soprattutto per tua madre. Ero talmente spaventato che dissi al chirurgo: «Prima la madre, dottore». Lui mi rassicurò: «Tutte e due».

Appena nata un’infermiera ti portò fuori, avvolta in un asciugamano, da me. Mi disse: «Può baciarla se vuole». Ma non lo feci, amore mio, non ti baciai. Non perché non ti amassi già, ma perché volevo essere sicuro che avessi ancora una madre. Sai, oggi quella frase al chirurgo non la direi più. Ti amo tanto. Ma usare la parola “amore” è troppo semplice, Carol. Ti amo; e vivere senza vederti è un po’ come essere una pianta che non viene mai annaffiata.

Perché non viviamo insieme? Potresti chiedermi. Perche io e tua madre non stiamo insieme a te? Potrei spiegartelo ma dovrei parlare di tua madre, ed ho promesso di non farlo. Se il destino ci aiuterà ad incontrarci, io ti dirò la mia versione della nostra storia. Per ora devi accontentarti di quella di tua madre. Ma sappi che solo quando avrai modo di sentire anche me potrai deciderai chi condannare e chi assolvere. Ma non potrai mai decidere chi amare, perché questo sentimento non si può governare e lo scoprirai purtroppo anche a tue spese.

Papà tuo in questo momento è in una serie infinita di guai: ma tuo padre, Carol, è una persona estremamente intelligente e ne verrà fuori. Anche se esiste l’incognita dell’imprevisto. Ed è questa incognita che mi spinge oggi a lasciarti una lettera. Non pensare, ti prego in ginocchio, che non abbia passato un solo istante della mia giornata per tutta la vita ad amarti, desiderarti e a sentirmi a metà senza di te. Anzi nulla, senza di te.

Sei diventata bellissima; lo sei sempre stata. Qualcuno ti chiamava con il mio nome al femminile, per quanto mi somigliavi. Ma è impossibile; papà tuo non è bellissimo: forse hai preso dalla mamma e qualcuno ti chiamava così per guadagnarsi i miei favori. Carol, ho combattuto per te in tribunale: ho fatto allontanare alcuni assistenti sociali che si occupavano di noi. Ma alla fine il giudice ha detto che ha sempre visto i vitelli seguire le vacche e mai i tori.

Combatti sempre, non arrenderti mai, non rinunciare mai ai tuoi diritti, soprattutto, non arrenderti mai. Perché, amore grandissimo, ogni fallimento vale mille volte più del non aver combattuto. Credevo in Dio e più di una volta sono stato privilegiato; perché a differenza di molte persone, ho avuto dimostrazioni certe della sua esistenza. L’ho anche sfidato e lui ha vinto. Ma oggi, per quello che mi sta accadendo con te, talvolta sono tentato di dubitare della sua presenza.

Ti Amo

Tuo Padre V.G.