Ammazzati

Muori perché non hai pagato il pizzo. Ti sparano sotto casa perché sei un sindaco e ti sei opposto agli affari dei clan, perché sei un sindacalista scomodo, un oppositore politico e in pubblico fai nomi e cognomi che non vanno neppure pronunciati. Si muore così in quella regione-mafia che è la Calabria, o in quella parte dei territori della Campania dove l’unica legge che domina è quella della camorra. Sono tante le storie delle vittime di mafia. Veri e propri romanzi di vita dalle trame diverse, che però nel finale si somigliano tutti. Ed è un finale tragico. Perché i morti di mafia non hanno diritto alla giustizia e alla verità. Figli che non sapranno mai chi e perché ha ucciso il padre, mogli senza risposte, compagni di lotta che pasolinianamente sanno, ma questo non basta. I processi durano decenni, la gente dimentica. Certo, ai funerali c’è sempre tanta gente, i gonfaloni dei Comuni e le bandiere dei partiti. Ci sono le manifestazioni e spesso arrivano i grande leader, ma il ricordo sbiadisce. I più fortunati avranno una piazza, una scuola intitolata, una targa che i passanti guarderanno sempre in modo distratto. Via Domenico Beneventano, medico, Scuola don Peppe Diana (sacerdote)…sono come via Rosolino Pilo, eroe del Risorgimento.

Chi li ricorda? Chi conosce davvero il tormento delle loro esistenze, la fatica dell’impegno, i momenti di esaltazione quando sembra che le parole che hai speso forse hanno scavato dei solchi importanti, e quelli in cui tutto ti sembra perduto? Pochi. I familiari che insieme alle associazioni che coltivano il vizio della memoria si battono perché il ricordo di un sacrificio non muoia, i pochissimi studenti che hanno la fortuna di avere insegnanti che sanno e che nei luoghi delle tragedie raccontano e trasmettono questo pezzo importante della storia d’Italia. Il tempo passa, l’Italia e il Sud cambiano. In peggio. E il ricordo di quei morti diventa ingombrante.

Carmela Ferro è una insegnante che vive a San Ferdinando, frazione di Rosarno, Calabria. Abita in una casa piena di libri e di ricordi. Il più struggente, le immagini che non si cancelleranno mai dalla mente, è quello del suo Peppino. Giuseppe Valarioti. Trent’anni fa erano giovani intellettuali del Sud, avevano mille idee in testa. Una sopra tutte: cambiare la Calabria, battersi contro quei boss che solo a pronunciarne i nomi avevi paura, i Pesce i Bellocco, padroni di tutto. Delle arance e del futuro di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro. Speranze e timori, la ricerca del lavoro dopo la laurea, il sogno di un matrimonio. Tutto spezzato il 10 giugno del 1980. Il Pci, il partito di Peppino, aveva vinto le elezioni alla Provincia, i compagni erano felici e avevano fatto anche un corteo per le vie del paese. Mani che si stringevano, occhi in lacrime, giovani studenti e figli di contadini diventati professori come Peppino. Troppo per i boss. Lo aspettarono all’uscita di un ristorante e gli spararono. Aveva trent’anni Peppino Valarioti. E per trent’anni Carmela, la sua donna, ne ha conservato il ricordo. Tutto: memoria, foto, appunti, progetti di vita. Sempre in silenzio e lontano dai riflettori.

Fino a gennaio scorso, quando Danilo Chirico e Alessio Magro, due bravi giornalisti calabresi, non le hanno chiesto una testimonianza per un libro sul suo Peppe (Il caso Valarioti, Round Robin editore). Carmela Ferro a gennaio aveva visto il suo paese, Rosarno, infiammato dalla rivolta dei braccianti africani contro i bianchi e il furore dei bianchi contro i neri. E l’indifferenza della gente, l’insopportabile odore marcio della ‘ndrangheta, le parole vuote di una politica calabrese che anche a sinistra, quando non è collusa, balbetta contro la mafia e il suo sistema di potere. “Oggi non esiste un altro Peppe Valarioti disposto ad esporsi per difendere la dignità del più debole… oggi sento che davvero Peppe è morto”. Il processo per l’assassinio del giovane intellettuale calabrese si concluse il 26 febbraio 1987, i boss Peppe Piromalli e Giuseppe Pesce vennero prosciolti con formula piena.

Ci metteva la faccia Peppino Valarioti, in quella terra di nessuno che era la Calabria degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso dove la ‘ndrangheta aveva già ucciso dirigenti sindacali e politici. Ciccio Vinci, 18 anni, amava la politica e i “New Trolls”, un gruppo molto in voga in quegli anni. Nel Consiglio comunale della sua città parlò della mafia nelle sue terre. “E’ un cancro da estirpare” disse. Fu ucciso che il sole stava appena calando, il 10 giugno 1977. Anche per la sua morte non ci sono colpevoli. Rocco Gatto era già un uomo maturo, un mugnaio con la passione degli orologi antichi. Anche lui era comunista e viveva a Gioiosa Jonica, il regno della famiglia Ursini. Si oppose al pizzo e lo proclamò anche in tv, si batté contro la chiusura del mercato voluta dai boss in segno di lutto, strinse rapporti con altri due personaggi da romanzo civile, il capitano dei carabinieri Gennaro Niglio e un prete salesiano che dal nord sbarcò in Calabria. Natale Bianchi, si chiamava, e scagliava il Vangelo contro i boss e i loro protettori politici. Rocco lo uccisero il 12 febbriao 1977, anche il suo processo si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove.

Si moriva di onestà e di coerenza in quegli anni di piombo mafioso calabrese. Undici giorni dopo l’assassinio di Peppino Valarioti a Cetraro, sulle sponde di un altro mare, viene ucciso Giannino Losardo. E’ un uomo di 54 anni, un funzionario dello Stato che nel suo paese fa l’assessore con la tessera del Pci. E denuncia, la ‘ndrangheta, i rapporti con quelli che chiama i partiti “ombra” del clan più potente, quello di Francesco Muto, “il re del pesce”. Il 21 giugno 1980 lo uccidono senza pietà. Un delitto atroce, rimasto impunito (Muto verrà assolto insieme ai presunti killer). Maledettamente profetiche le parole che Enrico Berlinguer pronunciò ai funerali. “Sono stati colpiti Valarioti in quanto serio organizzatore di partito, e capace di agire contro la prepotenza della mafia nella zona di Gioia Tauro e Losardo perche’, come assessore e come segretario della procura, ha sempre denunciato con vigore il dilagare della mafia sulla costa del tirreno cosentino.
Otto omicidi in due settimane, due comunisti caduti, bisogna fare attenzione perché si comincia dai comunisti, per colpire poi tutti gli uomini onesti di tutti i partiti. Nessuno si illuda che tutto ciò possa essere considerato un fenomeno locale, ci troviamo in una situazione intollerabile. Se le cose vanno avanti così, la Calabria diventerà una regione dove imperverseranno impuniti il delitto, il ricatto e la speculazione’’.

Ciccio, Rocco, Peppino, Giannino, chissà se Mimmo Beneventano, che in quegli anni viveva in un altro inferno del Sud, li conosceva. Mimmo, Domenico Beneventano, il dottore, faceva politica ad Ottaviano negli anni Ottanta. Anni di fuoco e di dominio incontrastato della camorra cutoliana. Don Rafele ‘o Vangelo, il primo violino della camorra, aveva in mente una cosa sola: dominare su tutto, sul suo paese e sulla Campania. Mimmo era consigliere comunale di opposizione e si batteva contro Salvatore La Marca, il sindaco socialdemocratico di Ottaviano. Un personaggio spregiudicato che voleva costruire ovunque, finanche resort e campi da golf sulle falde del Vesuvio. Mimmo, la barba nera e folta, le idee chiarissime era un pericolo. Era stimato in paese, i giovani lo adoravano e le sue idee camminavano. “Io lotto e mi ribello Mi sono votato ad un suicidio sociale. Non nella droga,come molti , troverò il rimedio per un mondo più giusto. Non parlo per me, son cosi poca cosa. Grido per coloro che non han più voce perché l’han persa urlando e piangendo. O per quelli che hanno dimenticato di averla…”. E’ una poesia, “L’Urlo”, che Mimmo Beneventano scrisse pochi mesi prima di essere ucciso il 7 novembre 1980. Urlava Mimmo, nel paese dove essere contro era costato caro all’avvocato Pasquale Cappuccio, anche lui consigliere comunale (tessera Partito socialista), anche lui contro il sindaco La Marca. Lo avevano ammazzato due anni prima in quel pezzo di America Latina, dove agli oppositori si sparava. Dopo l’omicidio Beneventano toccò a Salvatore La Pietra, suo compagno di partito. Lo aspettarono sotto casa e gli spararono in testa. Salvatore fu ferito gravemente ma si salvò. Lasciò il suo paese e andò ad insegnare al Nord. “Raffaele Cutolo – disse il senatore Francesco De Martino, che tornò ad indossare la toga nel processo per l’omicidio Cappuccio dopo 50 anni– ad Ottaviano ha creato un vero e proprio partito della violenza”. La generosità dell’anziano avvocato servì a poco. Raffaele Cutolo e il sindaco La Marca furono prosciolti da ogni accusa per gli omicidi Cappuccio e Beneventano e per il ferimento di La Pietra. Di Mimmo Beneventano restano tanti ricordi, scuole che portano il suo nome, ma il più bello è l’intitolazione di un pozzo in Kenya, nella regione del Kitui, finanziato dalla famiglia, dagli amici, e da “L’Ora Vesuviana”, un giornale on-line, attraverso l’Amref.

Si muore perché si combatte, si è nemici della camorra, ma si muore anche perché si vuole difendere la propria vita, anni di lavoro. E si dice no a quella tassa maledetta che nelle zone di mafia si chiama pizzo. Raffaele Granata, 70 anni, di mestiere faceva il gestore del “Lido La Fiorente”, uno stabilimento balneare sul litorale di Giugliano. Nel 1992, insieme ad altri denunciò l’aggressione del racket. Sedici anni dopo, la mattina del 12 luglio 2008, due uomini in moto, casco integrale a coprirgli il viso, gli presentano il conto. Lo uccidono con dieci colpi di “9×21”. Due giorni prima gli avevano chiesto di pagare e farsene una ragione. “Siamo casalesi…”. E casalesi, nel senso di appartenenti al clan più feroce della camorra campana, erano gli assassini del sindacalista degli ambulanti Federico Del Prete. Quando Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, è andata a Casal di Principe a celebrare la sua giornata della memoria in ricordo delle vittime di mafia, i suoi sette figli erano sul palco, a tenersi per mano insieme agli anziani genitori di don Peppino Diana, il prete che pagò con la vita il suo “in nome del mio popolo non tacerò”. Del Prete aveva denunciato il racket delle estorsioni che strozzava i commercianti, aveva fatto nomi e cognomi, aveva indicato un vigile di Mondragone che chiedeva le tangenti in nome e per conto del clan La Torre. Eppure non aveva protezioni, doveva testimoniare nel processo contro i malacarne che vivevano sulla pelle dei suoi colleghi e avrebbe parlato chiaro. Lo ammazzarono il giorno prima, il 18 febbraio 2002, mentre era seduto dietro la scrivania del suo ufficio. La sua storia, quella di un uomo perbene, di “uno dei migliori cittadini italiani”, come disse il giudice Tullio Morello, presto diventerà un film.

Che forse aiuterà la gente a ricordare. Perché nelle zone di mafia si è vittime due volte, della violenza e dell’indifferenza. Quanti, nella sterminata periferia napoletana ricordano Mimmo Beneventano il medico poeta? E quanti, tra i giovani, soprattutto, non sanno a memoria le scene clou del film di Tornatore, “Il camorrista”, che YouTube diffonde in decine e decine di clip? E i partiti, cos’è rimasto nel dna degli uomini politici con tessera Pd nel portafogli, cosa rimane, in Campania come nella devastata Calabria, della lezione morale di Mimmo, Rocco, Salvatore, Peppe, Ciccio… i martiri della mafia? Poco, veramente poco. Uno come Angelo Vassallo aveva capito, non faceva proclami anticamorra, non si perdeva nelle parole, spesso stucchevoli, dell’antimafia da parata, ma agiva con rigore, serietà ed onestà. Ed ha pagato. Sono in tanti a fare altro. Dicono perché la società e la politica, anche nel Sud, sono cambiate. Ma ha ragione Carmela Ferro: è cambiata sì, ma in peggio. E ogni volta che un amministratore si intrufola in storie di malaffare, che un politico accetta i voti di camorra e ‘ndrangheta, che fa finta di lottare contro i boss, Rocco, Ciccio, Peppino e gli altri, muoiono di nuovo. Perché il loro sacrificio è stato inutile.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 21 settembre 2010)