Acciaroli, gli affari tra camorra e ‘ndrangheta

 

Il boss Francesco Muto ad Acciaroli si sentiva a casa. Era al soggiorno obbligato, ma aveva un’ampia libertà di movimento. Tanto da ritenere la “perla” del Cilento “suo territorio”. Accade quando i clan di Camorra legati a Carmine Alfieri decise di farla finita  con un “infame”, Mario Pepe, leader dell’Agro Nocerino sarnese, con forti ambizioni “scissioniste” nell’ambito del gruppo Alfieri-Galasso. Raffaele Cutolo e i suoi avevano stabilito buoni rapporti di collaborazione con la ‘ndrangheta di Reggio Calabria  e la famiglia De Stefano; mario Pepe, invece, aveva legato con le ‘ndrine dell’Alto Tirreno Cosentino. I Muto, innanzitutto. Al tempo “il re del pesce” era al soggiorno obbligato ad Acciaroli, ma non viveva da esiliato. Rimase a guardare il mare e fare business criminali dall’89 al 1992. Prima in un albergo sul porto, poi in una villetta doveva poteva ricevere liberamente gli emissari del suo clan e gli alleati della Camorra. Acciaroli era “cosa sua”. Un pentito ha rivelato “Nel 1990 ebbe inizio la guerra di mafia tra il nostro gruppo e il clan Alfieri, a seguito del tentavo di Mario Pepe di distaccarsi dalla “nuova Famiglia”. Nel 1991, nel corso della guerra, si recarano ad Acciaroli dove si trovava al confino Franco Muto, Giovanni Maiale e Angioletto Visciano per chiedergli di tradire pepe e farglielo ammazzare, ma Muto disse che nel suo territorio a pepe non poteva essere torto un capello”. E Pepe fu riconoscente,diventato collaboratore di giustizia,raccontò quell’episodio ai magistrati dell’antimafia di Catanzaro “debbo la mia vita a Francesco Muto. Fu proprio ad Acciaroli che Muto convinse gli emissari di Carmine Alfieri e Pasquale Galasso a non pronunciare contro di me una sentenza di morte”.

Viveva bene don Franco Muto ad Acciaroli, nella sua villetta si pasteggiava a champagne, raccontano i camorristi che lo frequentavano, e in paese era benvoluto. Nel piccolo borgo marinaro del Cilento, nessuno avrebbe mai immaginato che quell’uomo, che spesso venina invitato a fare da padrino ai battesimi dei nuovi nati, fin dagli anni Settanta era descritto nei rapporti dei carabinieri come “uomo violento e vendicativo”. Iniziò la sua carriera da ambulante e finì col diventare il re del pesce, ma anche della droga e dell’usura. Nel suo paese, Cetraro, i pescatori non facevano più le aste, consegnavano il pescato, direttamente alle aziende di Muto. Era lui che stabiliva il prezzo. “Muto Francesco – scrivono i magistrati della dda di Catanzaro- è riuscito a raggiungere una solida posizione economica, imponendo agli altri, nella sua attività di commercio , le condizioni di mercato, anche per effetto delle autorità e del rispetto acquisiti con l’appoggio dei malavitosi della zona e quindi grazie alla forza intimidatoria derivante dalla costituzione del clan”. Anche ad Acciaroli e dintorni Muto si occupava del commercio del pesce. Sono sempre i pentiti a rivelarlo. Parla Pietro Giordano “…un giorno lui disse ‘Voglio a’ cosa mia del pesce….sai io so stato sempre nel commercio e insomma..’ e cominciò a frequentare una pescheria all’ingresso di Acciaroli.prima gli impose la fornitura del pesce e poi, nel momento in cui il proprietario iniziò ad avere ristrettezze economiche lo sottopose ad usura fino ad estrometterlo dall’attività stessa” Ma non si trattava solo di saraghi e spigole, in Cilento, raccontano i collaboratori di giustizia. Muto continuò la sua attività di usuraio. Nelle maglie, stando alle ricostruzioni della DDA di Catanzaro,finiscono anche imprenditori del settore turistico. Vecchie carte, verbali di anni fa, ma che sono già sul tavolo del procuratore di Salerno Franco Roberti. E dei sostituti della DDA. Si vuole capire se nella sua lunga permanenza ad Acciaroli il re del pesce ha costruito legami che si sono proiettati nel tempo.

Perché tutte le strade vanno battute per trovare i mandanti e gli assassini di Angelo Vassallo, dicono i magistrati. Un brav’uomo, un amministratore onesto, come Giovanni Lo sardo. Pure lui faceva politica, era capogruppo del PCI, ma Cetraro, il regno di Muto, il 21 giugno di trent’anni fa lo aspettarono sotto casa e lo crivellarono di colpi. “Tutti sanno chi è l’assassino”, disse prima di spirare. La sua morte è ancora senza giustizia. Franco Muto è stato processato e assolto in primo e secondo grado.Lo Sardo venne ucciso, disse il pm in aula, “perché dava fastidio, il suo coraggio fece paura”. Proprio come Angelo Vassallo, il sindaco pescatore. La storia si ripete.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 10 settembre 2010)