Siamo poveri, per niente belli e molto tristi

( di Silvia Truzzi)

Vetrine da guardare e non toccare. Ferie da sognare. Romanzi da sfogliare, furtivamente, in libreria. Siamo poveri, per nulla belli, piuttosto incazzati: lo dice il Rapporto annuale della Commissione povertà – presieduta da Marco Revelli, docente di Scienza politica all’Università del Piemonte Orientale – presentato al ministero del Lavoro e Politiche sociali a fine luglio.

Professore, cosa esce dalla vostra indagine?
Un’estensione notevole del fenomeno per l’Italia. I settori di società indigenti sono ampi: otto milioni di cittadini vivono in condizioni di povertà relativa.

Che cosa vuol dire “relativa”?
Si tratta di persone che hanno una spesa mensile inferiore del 50 per cento della media nazionale. È una misura di distanza sociale, per una famiglia su dieci. Ed è una misura di esclusione. Chi sta così tanto sotto alla media è un emarginato. Invece sono un milione e 200 mila gli italiani in stato di miseria assoluta: tutti quelli che non possono accedere a beni e servizi considerati il minimo indispensabile per una vita dignitosa. Che non possono permettersi sempre un pasto regolare, di procurarsi un’abitazione decorosa, che non possono scaldarsi. Se confrontiamo questi numeri con altri Paesi europei siamo al fondo della graduatoria.

Perché la povertà relativa coincide con l’esclusione sociale?
Quando la capacità di spesa sta così sotto alla media, vuol dire che si vive in modo anomalo dentro la società: si sta in un’altra dimensione. Si fatica a pagare le bollette, ci si priva di servizi essenziali, non si possono comprare libri, non si può andare in vacanza nemmeno una settimana. Ma nonostante la vastità, il fenomeno non sta nell’agenda politica. E nemmeno in quella dei media.

Contromisure insufficienti?
Su questo non ci sono dubbi. Alla presentazione del Rapporto, che si è svolta in una sede pubblica, i giornali non c’erano. La povertà non fa notizia in Italia: non mette in scena nani e ballerine.

C’è un cortocircuito tra “i nani e le ballerine” e l’impoverimento crescente?
È lo scarto tra l’immaginario e il reale, una materia che rischia di forare la bolla mediatico-politica, la narrazione di un Paese che va a gonfie vele. Invece è un’Italia che vola basso, con una società fragile, che nell’ultimo decennio è scesa.

Scesa o precipitata?
Dieci anni fa nella graduatoria europea l’Italia era una ventina di punti percentuali sopra la media per quanto riguarda il Pil pro-capite. Oggi ha perso 18 punti. E questo non viene detto, nemmeno dall’opposizione. Dovrebbe essere un cavallo di battaglia per chi ha rappresentato il mondo del lavoro. Non ce n’è traccia.

E il ministro Sacconi, destinatario del documento che verrà portato all’esame del Parlamento, che cosa ha detto?
Sacconi alla presentazione non c’era. È intervenuto il capo della segreteria tecnica del ministero: ha ribadito una linea politica già nota, che si sposta dal welfare alla logica del dono.

Cioè la carità?
Nella neolingua della politica del centrodestra il “dono” sostituisce il termine filantropia.

Una logica pre-novecentesca.
Il ministro lo definisce neo-comunitarismo. La Commissione ha suggerito con forza la necessità di istituire un sistema di garanzia di un reddito minimo: tutti gli altri Paesi europei, tranne Ungheria e Grecia, ce l’hanno. È il grande buco nero dell’Italia.

In questo buco nero s’innescano dinamiche di rabbia sociale?
Da qualche anno a questa parte abbiamo in Italia un esercito di impoveriti, che talvolta sfuggono agli indicatori tradizionali. Non ci sono nelle statistiche dell’Istat, ma con l’esplodere della crisi sono costrette a vivere come poveri. A misurare livelli elevati di deprivazione materiale. E sto parlando di bisogni essenziali, non superflui.

Sono persone che si consideravano al sicuro dal rischio d’indigenza?
Lavoratori dipendenti, con un posto a tempo indeterminato, impiegati, in alcuni casi addirittura ingegneri. Figure forti di ceto medio che sperimentano una condizione di deprivazione anche grave. Sono categorie particolari, perché sono lontanissimi dalla cultura della povertà. Psicologicamente si rifiutano di considerarsi in miseria. Spesso difendono con le unghie e con i denti stili di vita e consumo che non si possono più permettere. Ma tendono a replicarli perché sono la condizione per mantenere uno status, la rete delle relazioni parentali e sociali. E soprattutto l’autostima.

Possibile che situazioni così non scatenino una ribellione?
Certamente c’è molta ansia sociale, molta frustrazione. Anche per via della solitudine: nessuno accompagna la vita dei poveri. In alcuni casi si tratta di risentimento e di rancore. Ma non si condensa, come sarebbe avvenuto nella parte centrale del secolo scorso, in un conflitto collettivo verticale.

La lotta di classe è morta?
Le nostre società si sono allungate: i ricchi ci sono, ci sono quelli che sono saliti mentre gli altri scendevano. Ma questa distanza si trasforma o in elaborazione rancorosa della frustrazione o in conflitto orizzontale negli strati bassi della società.

Impoveriti contro già poveri?
Sì, ma anche Nord contro Sud: pensiamo al grande serbatoio di rabbia in cui pesca la Lega. Oppure la ricerca del capro espiatorio: il lavavetri è un recettore di aggressività.

Perché mette in scena la paura di scivolare ulteriormente nella scala sociale?
È il tentativo di ristabilire una distanza nei confronti di un altro più in basso di sé, per ricavarne un supplemento di autostima. Si sono rotti i grandi contenitori dell’azione collettiva: sindacati, partiti di massa. Non si ha più fiducia nella possibilità di imporre politiche redistributive. La ricchezza si è smaterializzata, si muove nei circuiti globali. Cos’è successo? Che la controparte è salita tanto in alto da diventare invisibile.

da il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2010