L’inascoltato allarme meridione

(di Elia Fiorillo)

Nel linguaggio immaginifico dello studioso meridionalista degli anni Ottanta il Mezzogiorno era “segmentato, a pelle di leopardo, non più omogeneo nel sottosviluppo”. Non erano tutte rose e fiori, ma quella “pelle di leopardo” faceva ben sperare. Le due Italie si cominciavano ad avvicinare. La forbice sembrava restringersi. Attenzione, non più di tanto però. Il segnale comunque pareva positivo in una situazione di grande degrado. Il tanto vituperato “intervento straordinario” per lo meno all’inizio era servito. Una spinta verso l’alto l’aveva data. Poi la degenerazione, il clientelismo avevano ucciso la Cassa per il Mezzogiorno e l’Agensud, che aveva preso il suo posto. Proprio quando, in periodo d’espansione della piccola e media impresa, un “aiutino” non clientelare sarebbe stato importante. A tutto ciò era sopraggiunta poi la teoria dell'”autopropulsività”, la “volontà del fare” era diventato l’antidoto a tutti i mali. Il darsi da fare è sempre un’ottima cosa. Ma non basta in certe situazioni.

Quando hai una malattia grave la volontà di guarire è importante, ma ci vogliono gli antibiotici e poi le terapie riabilitative. Per il Meridione non è stato così. A lucide analisi dei meridionalisti dell’epoca, è subentrata un’apatia colpevole delle classi dirigenti meridionali, e non solo. Esse hanno provato ad affrontare l’enorme problematica a pezzi, secondo interessi territoriali, senza rendersi conto che l’intreccio delle questioni superava l’ambito campanilistico e doveva essere affrontato a livello meridionale. Insomma, la poca voglia di fare unità ha ancor di più diviso il Sud. Se a tutto questo s’aggiungono le posizioni leghiste, il gioco è fatto.
Non è che il Nord abbia tutti i torti a considerare il Mezzogiorno un problema per il Paese. Sono tali e tanti gli esempi di malcostume che vengono da questo pezzo d’Italia che elencarli tutti diventa impossibile. La questione vera è come procedere con sano pragmatismo lasciando perdere i discorsi demagogici finalizzati a facili consensi.

L’ ipotesi cara alla Lega di lasciar i “terroni” al loro destino è anacronistica e superficiale. A forza di battere e ribattere sul localismo, la reazione che potrebbero ottenere Bossi e i suoi è un rigurgito sudista che non servirebbe a nessuno. Un partito del Sud? I partiti locali, se diventano determinanti a livello di maggioranze governative, possono assumere caratteri di pericolosità. Perché, proprio in quanto rappresentano interessi di minoranze localistiche, sono costretti ogni giorno a battere la grancassa dell’interesse di parte. Non c’è compensazione con altri pezzi del Paese. L’obiezione è che finché il più bravo viene bloccato dallo svogliato non si va avanti. Se il maestro è capace mai frenerà l’intelligenza e la volontà dei più bravi per aspettare i meno dotati. Lavorerà su due binari paralleli.
A leggere i dati del rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno si resta esterrefatti. Per la loro crudezza e soprattutto perché sono passati sotto silenzio come se non fossero indici di una pericolosità assoluta per tutti. Nel corso del 2009, sono circa 88mila i posti di lavoro persi nel settore dei servizi al Sud, con punte del -3,9% nel commercio, il doppio che al Centro-Nord (- l,7%). Gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008. E, come non bastasse, tra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno: destinazione principale il Centro-Nord (9 emigranti su 10). Inoltre, una famiglia meridionale su 5 non ha soldi per andare dal medico e il 44% non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro (26% al Centro-Nord). A rischio povertà quasi un meridionale su 3, contro 1 su 10 al Centro-Nord. I dati si commentano da soli.

L’ipotesi che avanza la Svimez, per provare a tracciare una strategia di contenimento dell’attuale situazione e per programmare interventi strategici per il rilancio del Sud, è quella di affidare il compito progettuale ad una Conferenza delle Regioni meridionali, in stretta relazione con la Presidenza del Consiglio. Ma se questa interessante ipotesi non dovesse realizzarsi, forse sarebbe il caso che le forze sociali e i sindacati ipotizzassero loro, unitariamente, una Conferenza per il Sud. Potrebbe essere un grande stimolo alla politica per spingerla ad affrontare una questione nazionale che diventa sempre più delicata.