L’estate degli evasori furbastri

(di Elia Fiorillo)

“Di necessità virtù”. Se non si può lasciare Roma nel periodo ferragostano per motivi di lavoro, allora si può provare a godersi la città nei momenti liberi. Guardandola in modo diverso si possono scoprire cose che pur avendole sott’occhio non si riuscivano a cogliere. Ho ragionato così e mi sono attrezzato a controllare se l’assunto fosse giusto.
Il Colosseo è uno di quei siti mitici che pur vedendolo in continuazione, ogni santo giorno, alla fine è un soggetto misterioso. Forse l’hai visitato anni addietro. Ti è certamente familiare, ma non lo conosci per niente, se non per sentito dire. Decido allora di tornare a visitarlo. A mezzo internet prenoto una guida per dieci euro e così comincio la mia vacanza stanziale limitata.
Scelgo di camminare a piedi, per fare una cosa diversa dal solito. Mi armo pure di macchina fotografica per sentirmi “turista a casa”. L’appuntamento con la guida è per le diciassette alla fermata metro del Colosseo. Arrivo in anticipo e scelgo di prendere una bottiglietta di tè. Faccio la fila e mi colpisce l’enorme smercio di succhi, bibite, gelati. Ed anche la rapidità con cui i clienti vengono serviti. Per la gran parte sono stranieri. Noto anche che nessuno scontrino fiscale viene rilasciato. Dimenticanza o calcolo? Arriva il mio turno. Pago, prendo il tè e aspetto. Lo sguardo del barista-cassiere è interrogativo. Perché non lascio il passo? Gli chiedo il ticket fiscale per i tre euro. A fatica batte infastidito i tasti del registratore di cassa e capisco che mi considera un rompicoglioni italiota che è meglio che si levi al più presto di torno. Mi faccio di lato e continuo ad osservare l’infaticabile ed ineffabile distributore di bibite. No, è proprio allergico ai tasti della cassa.

L’Anfiteatro Flavio è uno spettacolo grandioso, anche in fatto di file. Chi ha avuto la ventura di prenotarsi la guida sorpassa guardando beffardo le centinaia di suoi simili in riga. Aspettano impazienti ed accaldati – siamo a metà agosto – d’arrivare al botteghino per comperare i biglietti. E non c’è altro tipo di vendita di ticket per evitare quell’ingorgo umano? E se c’è perché non viene pubblicizzata? Me lo chiedo, ma non so darmi una risposta. Devo dire che la decisione della guida è stata un’ operazione felice. La ragazza, probabilmente una studentessa di architettura, è puntuale nei suoi racconti. Si sofferma nei dettagli e capisci che lo fa per passione. A metà giro si stoppa e chiede di saldare i conti. Dieci euro a testa per il suo compenso, più dodici per l’entrata. Meglio soldi non potevo spendere. Sono appagato dalla bellezza maestosa dell’ Anfiteatro, dalla sua storia, dai suoi miti e dalla voglia di far bene della guida-studentessa. Non mi pongo stavolta il problema di documenti fiscali o di dichiarazione dei redditi.
Il giro guidato del Colosseo dura più di un’ora eppoi il gruppo si scioglie per le più varie direzioni. Decido, per chiudere la giornata, di andare a fotografare il Campidoglio con la sua vista unica di Roma e dei Fori. L’osservazione di quelle meraviglie “illuminano d’immenso”.
Anche la carne ha i suoi bisogni. Ridiscendo dal Campidoglio ed entro in un bar. Assisto ad una conversazione tra il padrone ed una cliente. “Mi dà un Magnum?”, chiede la giovane turista. Il barista consegna un gelato di altra marca ed alla protesta dell’acquirente lui risponde serafico: “Questo è il magnum della sua serie!”. Che figlio di… La giovane donna, vogliosa di gelato, lascia perdere e accetta il surrogato che gli viene imposto. Paga e va via. Di ricevute fiscali manco a parlarne. Viene il mio turno. Ordino il solito tè freddo e chiedo di un bagno. La bibita arriva subito e con essa una gran bella scusa per i servizi: “Mi dispiace, ma non sono agibili, li hanno appena lavati”. E a riprova di quello che afferma fa notare una scopa che impedisce l’accesso ai bagni. Sarà che son prevenuto per via del gelato, ma mi pare una gran scusa da furbastro inveterato. Pago e aspetto. Lui, ritengo il proprietario-barista, non capisce e con voce un po’ alterata mi ripete dei cessi non agibili. Gli chiedo dello scontrino per i tre euro della bevanda. Lo sguardo s’infoca di rabbia e rancore.

Sembra che dica: “Ma non ti vergogni di chiedere una ricevuta fiscale di tre euro?”. Alla fine mi sbatte quasi in faccia il rettangolino di carta. Torno a casa e scopro che non c’è niente da mangiare. Telefono al ristorante giapponese di cui ho trovato la pubblicità nella buca delle lettere. Ordino dal menù un po’ di cose che credo di conoscere, California maki, birra Sapporo e altre prelibatezze di cui non ricordo i nomi. Dopo mezz’ora il trillo del commesso con il fagotto delle vettovaglie giapponesi. Trenta euro. E la ricevuta fiscale? Il giapponese non capisce la mia richiesta e mi indica per la terza volta il talloncino con l’elenco delle vivande e con il dettaglio dei prezzi. Italia Giappone in fatto di fisco si eguagliano alla grande.
Dimenticavo. Per ragioni di lavoro all’ora di pranzo mi trovavo dalle parti di piazza San Lorenzo in Lucina. Al collega che stava con me propongo di mangiare un boccone insieme. Niente di speciale per la verità. Chiedo alla fine del frugale pasto due caffè ed il conto. Arrivano i caffè e finalmente quello che io ritenevo fosse un talloncino fiscale. No, all’ apparenza aveva tutte le sembianze di una bolletta fiscale, ma non lo era. Ma vuoi vedere che è colpa mia se tutti quelli con cui ho a che fare non mi degnano di un misero, piccolo, insignificante ticket fiscale? Chissà.