Berlusconi, Fini e la fine del bipolarismo

( di Elia Fiorillo )

Non c’è niente da fare, chi nasce tondo non può morire quadro. Berlusconi ha provato in tutti i modi a trovare un modus vivendi con Gianfranco Fini. Ma alla fine non ce l’ha fatta più. Tra la ragion politica, sicuramente ben argomentata dal fido Gianni Letta, e le ragioni d’immagine, il Cavaliere ha scelto queste ultime. Meglio i dissidenti fuori dal Popolo della libertà, che dentro con tutte le querelle proprie dei partiti. Certo, ha anche e soprattutto pensato al consenso popolare all’atto dello strappo e alle elezioni anticipate. Ma poi ha deciso che la miglior cosa da fare fosse la liquidazione del cofondatore, senza se e senza ma. Ha fatto bene Silvio a giocarsi la carta della cacciata? Dal punto di vista dell’immagine probabilmente sì. Il Presidente Berlusconi non si poteva permettere tutti i santi giorni d’essere ripreso, apostrofato, rimbeccato dal numero due. La sua immagine e quella del Pdl ne uscivano corrotte. Non più il leader carismatico, padre padrone del Pdl, ma un semplice capo partito in balia delle insidie e degli spifferi del Palazzo. Fuori Fini e i suoi, allora, e si ricominci da prima del matrimonio tra Forza Italia e An.
I matrimoni che si rompono si portano dietro sempre questioni di divisioni patrimoniali e il presidente del Consiglio di queste cose ne capisce per esperienza personale. Pare però che il quantum in termini di deputati passati dall’altra parte non sia stato ben calcolato. Ci sarà allora un Governo con una maggioranza risicata che dovrà fare i salti mortali per non andar sotto. E ci saranno i finiani che certo appoggeranno il Governo sulle tematiche di routine, ma sui temi qualificanti quali intercettazioni, giustizia, moralità pubblica, ci daranno sotto a differenziarsi dall’Esecutivo. E sopra tutto ciò aleggerà per tutti la paura del ritorno anticipato alle urne. Né a Berlusconi, né a Fini serve, per il momento, far saltare il banco. A Fini perché con molta probabilità una campagna elettorale senza preparazione potrebbe essere esiziale. A Berlusconi perché le elezioni anticipate, come le dimissioni, sono qualcosa da minacciare ma mai da dare senza sapere come potrebbe andare a finire. Nella cacciata di Fini, Berlusconi ha ricordato Sandro Pertini, citando le sue dimissioni da presidente della Camera nel 1969 di fronte alla divisione dei socialisti. Non ha detto però che Pertini la rinuncia la fece nella consapevolezza della riconferma. Cosa che non si azzardò a fare la giovane Irene Pivetti. Nel litigio tra Bossi e Berlusconi si guardò be- ne dal dimettersi, sapendo che avrebbe perso lo scranno più alto di Montecitorio. I pensieri del Cavaliere sono rivolti anche a Casini. Una sua scelta a favore della maggioranza ridarebbe a Berlusconi i numeri persi con Fini, ma gli aumenterebbe il potere di contrattazione con Bossi soprattutto per quanto concerne il federalismo. Più che mai oggi Pier Ferdinando si guarda bene dall’ipotizzare un’alleanza con quello che resta del Pdl. E’ chiaro che grida ai quattro venti che bisogna fare un governo tecnico che metta mano alla legge elettorale per poi andare alle urne. In tutta questa vicenda chi sicuramente ne guadagna è proprio lui e il suo centro. Una cosa è certa: il bipolarismo ipotizzato da Berlusconi con due forti partiti di riferimento, il Pdl ed il Pd, non c’è più e non ci sarà più. Al Pdl abbiamo visto cos’è successo e non è minimamente ipotizzabile una fusione con la Lega. Il Pd, con Rutelli, ha già perso una costola e potrebbe continuare a perdere pezzi del suo centro. Insomma, una stagione è finita.
Un’altro periodo potrebbe cominciare a condizione che la legge elettorale venisse modificata. E’ difficile però che Berlusconi e Bossi mettano nella loro agenda un’eventualità simile. Perché farlo? Solo la pressione popolare potrebbe convincerli, ma per il momento un’eventualità del genere non si vede.
Ipoteticamente il centro si allarga. Casini, Rutelli, ma anche le posizioni di Fini non possono più essere considerate di destra. Un grande raggruppamento di centro potrebbe nascere e potrebbe fagocitare soggetti oggi imbrigliati nel Pdl e nel Pd. La cosa che mina in partenza questo disegno sono gli attuali leader. Né Casini, né Rutelli, né tanto meno Fini potrebbero mai accettare un leader del raggruppamento diverso da uno di loro. L’idea non peregrina di una “cosa bianca” passa, comunque, per una nuova leadership e forse proprio per questo non si farà.