Mafia: fuoco su terreni confiscati

La stagione degli incendi non risparmia nessuno. E’ successo pochi giorni addietro quando un rogo doloso ha quasi inghiottito la montagna di Erice, arrivando con le sue lingue di fuoco a sfiorare il borgo medievale. Si è ripetuto ancora di recente, tra lunedì e martedì, stavolta il fuoco ha invaso un terreno confiscato alla mafia, che è stato attraversato dalle fiamme, distrutto da un rogo doloso. Non è la prima volta che accade e che succede a Castelvetrano, ancora una volta nessuno sa nulla. Per primi si sono detti ignari di ogni cosa i tre arrestati nella giornata di martedì mattina dai carabinieri, sul luogo del misfatto. A parte il circuito investigativo, la notizia scorre sotto silenzio, cosa che fa crescere ancora di più lo sgomento dei soci di «Libera» che si preparano a fare un documento, ma intanto, prima di mettere mano a carta e penna debbono occuparsi di quel terreno finito in cenere e che all’associazione da poche settimane era stato affidato in gestione. Sono in corso le procedure per affidarlo ad una cooperativa, sull’esempio dell’uso di altri terreni confiscati. L’incendio rischia di mettere tutto in discussione.

Incendio sicuramente doloso ma frutto di una sfida mafiosa? Le fiamme hanno percorso con meticolosa precisione il terreno confiscato, senza travalicarne i confini, il rogo poi che ha interessato almeno il 60 per cento dell’estensione terriera, è come se fosse stato appiccato «a macchia di leopardo. I tre arrestati, presi dai carabinieri, mentre si portavano via la legna degli ulivi semi bruciati, nulla hanno a che fare con Cosa Nostra. Ma si sono mossi a colpo sicuro, come se sapevano dove dovevano andare «a far danno».
La cronaca. Il terreno incenerito si trova in contrada Seggio-Torre, apparteneva al boss mafioso palermitano (famiglia dell’«Uditore») Gaetano Sansone, un’area ricca di ulivi quelli pregiati della famosa «nocellara del Belice», e poi ancora vigneti e agrumeti, e un bosco di conifere. Il rogo potrebbe risalire anche allo scorso fine settimana, martedì nella mattinata i carabinieri hanno sorpreso i tre finiti in manette a tagliare gli ulivi e a caricare la legna su un furgone.
Probabilmente oggi ci sarà chi insisterà per il caso, chi dirà che la mafia non c’entra nulla e nemmeno il boss Messina Denaro, potrà avere pure ragione, ma è la sottovalutazione dei fatti che al solito non funziona, perchè un terreno confiscato che va in fumo, proprio mentre si apprestava a diventare produttivo, sotto il profilo anche occupazionale, non può diventare un fatto ordinario e così trattato.

Un terreno che proprio qualche giorno addietro era stato «riupulito» dalle sterpaglie (così era stato consegnato a Libera) dai giovani della «vicina» cooperativa palermitana «Placido Rizzotto», proprio per evitare un rischio incendi. Lavoro inutile.