La ‘ndrangheta risponde

La risposta della ‘ndrangheta non si è fatta attendere. È arrivata quasi in tempo reale, ma secondo le modalità tipiche di questa mafia che non ama i gesti eclatanti, quelli, per intenderci, al modo stragista dei Corleonesi. La ‘ndrangheta preferisce esprimersi per “segnali”. E quelli sono arrivati due giorni fa, proprio nelle ore del maxiblitz che ha portato in carcere oltre trecento persone tra Calabria e la Lombardia e svelato i rapporti politici dei boss all’ombra della Madonnina. Sono da poco passate le nove di martedì, la dottoressa Adriana Fimiani, sostituto procuratore presso la Procura generale di Reggio Calabria, si prepara per andare a Locri. Qui, nella città dell’omicidio di del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno, si sta celebrando il processo per la strage di Duisburg. L’ultima grande strage di ‘ndrangheta, per le cronache. Il più grande errore delle “famiglie” di San Luca, per gli esperti.

La dottoressa Fimiani è “applicata” in quel processo, viaggia da Reggio a Locri (109 km) per partecipare alle udienze. Gli agenti di scorta hanno disposizioni precise: bisogna controllare la blindata del magistrato prima di partire. Vedere se è tutto a posto. Una pignoleria necessaria, perché nei mesi scorsi l’auto del Procuratore generale, Salvatore Di Landro, ha avuto uno stranissimo incidente. I bulloni di una ruota un po’ deboli che si allentano fino a staccarsi del tutto. Per un miracolo l’autista del magistrato – che non era a bordo della macchina – riesce a non finire fuori strada. Un brutto episodio, mai chiarito del tutto, che negli ambienti investigativi reggini stentano a spiegare come un normale guasto meccanico. Quattro bulloni su cinque della ruota anteriore sinistra erano stati allentati, troppi per non insospettirsi. Per questa ragione, da quel giorno le macchine dei magistrati vengono controllate prima di uscire. Anche quella della dottoressa Fimiani è stata sottoposta a controlli poche ore prima, ma quando l’autista l’ha messa in moto ha notato che qualcosa non va. Troppi rumori sospetti. L’autista chiama subito la polizia e la macchina viene nuovamente ispezionata da cima a fondo.
Motore a posto, anche il resto in ordine, ma i bulloni di una ruota risultano allentati. “Bastava percorrere qualche chilometro a velocità sostenuta e sulla statale jonica – riferisce un investigatore – e la ruota sarebbe saltata, con quali conseguenze è facile immaginare”. Per Salvatore Di Landro, procuratore generale di Reggio, “siamo di fronte ad un episodio inquietante. Non credo all’ipotesi di un guasto meccanico, sarebbe il secondo dopo quanto è avvenuto alla mia macchina. La verità è che qui a Reggio siamo di fronte ad un innalzamento del tiro, la ‘ndrangheta sta subendo colpi seri, si arrestano i latitanti e si sequestrano patrimoni importanti, e tutto questo i boss non lo possono sopportare. E poi hanno capito che da noi sono venute meno le situazioni che facevano pensare che la Procura generale fosse una sorta di camera di compensazione. Comunque andiamo avanti sapendo che il clima per tutti è difficile”.

Da tempo tira una brutta aria a Reggio Calabria. Il segnale più inquietante fu la bomba del 3 gennaio scorso alla Procura generale, un panetto di esplosivo collegato ad una bombola di gas destinato più a far rumore che danni seri. Un segnale: possiamo arrivare dove vogliamo, quando vogliamo. Un chiarissimo messaggio al nuovo Pg Di Landro, che all’atto del suo insediamento aveva annunciato il nuovo corso della procura generale. Diciotto giorni dopo, il 21 gennaio, un altro episodio. In città arriva il Capo dello Stato, parlerà di lotta alla mafia e della necessità di catturare patrimoni e sequestrare beni. Ma in un campo a ridosso delle piste di atterraggio viene fatta ritrovare una macchina zeppa di armi ed esplosivo. Non servono per un attentato, ma sono un segnale di potenza militare. È il linguaggio della ‘ndrangheta, far capire attraverso le minacce ai magistrati che hanno in mano i fascicoli più scottanti, quali sono i terreni che non vanno toccati.

È questo il significato da dare alla lettera di minacce che cinque giorni dopo l’episodio della macchina arriva sulla scrivania del pm Lombardo, un magistrato che ha in mano il filone delle inchieste che riguardano i rapporti tra le cosche reggine e i vertici della politica. Lettere con proiettili, microspie piazzate nell’ufficio di Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto della Dda attivissimo sul fronte della lotta al narcotraffico, del pm De Bernardo e dello stesso procuratore Pignatone. Ma il clima a Reggio è destinato a diventare ancora più pesante. Le cosche, come ha dimostrato l’ultima maxi-inchiesta, hanno “talpe” che sanno tutto in anticipo. Anche del blitz milanese. “Qua ci sono microspie, filmati, sanno tutti i cazzi nostri”, lamenta il boss Giovanni Ficara. In galera è già finita uno degli informatori della ‘ndrangheta, Giovanni Zumbo, di professione commercialista e per molto tempo curatore dei beni sequestrati alla mafia. I pm lo accusano di essere l’uomo che passava le notizie su inchieste e arresti ai Pelle e ai Ficara. “Io faccio parte di un sistema molto più vasto di quello che…”, dice in una telefonata. Ed ha ragione: attorno alle cosche c’è un reticolo di uomini in divisa e 007 che hanno scelto di tradire lo Stato.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano 15 luglio 2010)