I minatori dell’oro rosso

(di Alessandro Corroppoli)

29 luglio 2008 viene ritrovato, in un campo di pomodori nei pressi di Nuova Cliternia, una piccola frazione nel Basso Molise a pochi chilometri con la Puglia, il corpo del romeno Gheorghe Radu. Gheorghe non è un lavoratore stagionale come tanti altri: quando la Romania non era ancora membro dell’Ue , lui aveva già ottenuto il permesso di soggiorno. Gheorghe, viveva da anni a Torremaggiore nella Puglia settentrionale, la mattina del 29 luglio incomincia a raccogliere i pomodori prima dell’alba ma, quella, sarà la sua ultima alba stroncato dal caldo e dalla fatica prima di mezzogiorno.
Un po’ tutti dopo quel 29 luglio 2008 si sono detti “non sarà ma più come prima”. Ma è stato davvero così? Andiamo con ordine.

Un rapporto della Caritas ci dice che in Molise gli immigrati sono circa 7.500 unità di cui 5.358 compresi tra la città la capoluogo, Campobasso, e il resto della sua provincia. Di questi il 57% è donna. La maggior parte di loro proviene da Romania, Polonia, Albania, Marocco e Ucraina. In prevalenza sono inseriti nei settori delle costruzioni e dell’edilizia seguono l’agricoltura e nel settore alberghiero. Quasi la totalità degli immigrati nel settore agricolo si trova nel Basso Molise dove l’agricoltura è il settore trainante e di conseguenza offre più opportunità di lavoro e, ovviamente in questo periodo sono impiegati nella raccolta del pomodoro. Il loro impiego, ovviamente, si estende anche oltre i confini molisani andando ad infoltire l’esercito dei minatori dell’oro rosso della Capitanata. 2 milioni i chili di pomodoro (1/3 della produzione nazionale) su oltre 25 mila ettari. Mediamente sono 15mila i braccianti stranieri che vengono utilizzati di cui il 50% lavora in nero e la paga media all’ora è di 2.5 euro di cui 1/3 va al “caporale”.Questi i numeri oggi ma, nel concreto, sul territorio cosa è cambiato? Sono migliorate le condizioni di vivibilità degli immigrati?

Per quanto concerne la Regione Molise, anche se bisogna tener presente che gli agri coltivati a pomodoro sono molto meno di quelli pugliesi circa 1/4 -ecco perché molti braccianti stranieri sconfinano e anche perché molti imprenditori hanno terreni proprio al confine- praticamente nulla è cambiato: nessuna vera politica di accoglienza ma neanche nessuna politica di prevenzione al lavoro nero. Nessun controllo straordinario sul campo, tanto da invogliare il lavoro nero, ma solo – è partita da poche settimane – un censimento delle aziende agricole. Di contro la Regione Puglia per far fronte all’esercito dei “cercatori d’oro rosso” ha fatto costruire solo nella zona della Capitanata 20 cisterne per l’acqua potabile dalla capienza di 2000 litri cadauna e sono stati installati oltre 60 bagni chimici e inoltre sono stati attivati (4) gli alberghi diffusi, così vengono chiamati i nuovi centri d’accoglienza: possono ospitare fino a 300 lavoratori stagionali ciascuno e sono situati nella campagne di Cerignola (Fg) e nel suo interland.L’Asl ha aperto strutture ambulatoriali riservate ai migranti precisando che possono accedervi anche chi non fosse in possesso di un regolare permesso di soggiorno.
La Flai – Cgil ha costituito il “Camper dei Diritti” una specie di sportello itinerante che attraversa i paesi e le campagne dove maggiore è la concentrazione di lavoratori stranieri per informarli sui loro diritti e distribuire loro volantini.

Ma come sempre, nonostante queste migliorie, non è tutto oro quello che luccica. Infatti c’è subito da dire che l’Ispettorato al lavoro lamenta che il governo Berlusconi ha tagliato buona parte dei fondi e che, quindi, è difficile pagare la benzina a tutte le macchine che battono la zona.
Da un paio di settimane, in Basso Molise e nella Capitanata, la raccolta del pomodoro è partita per davvero: 12 ore di lavoro al giorno per 3 euro di salario all’ora quando va bene, un terzo dei quali da dividere con il caporale. Gli “alberghi diffusi” si sono svuotati e i braccianti hanno portato i loro materassi in baracche di cartone, site direttamente nei campi, tirate su in fretta e i vecchi edifici – le vecchie case dei cantonieri abbandonate – sono diventate ristoranti di fortuna e bazar improvvisati sempre senza corrente e acqua potabile.

Nel foggiano 4 imprese su 10 sfruttano il lavoro nero: in questo 40% si nascondono quasi tutti i problemi del lavoro irregolare, estenuante e sottopagato e senza accoglienza (è pur vero che sono attivi gli alberghi diffusi per i lavoratori ma son sempre più vuoti perché i gestori chiedono 8 euro al giorno troppi per chi guadagna 15 al netto della tangente lasciata al caporale). La legge considera più lesivo e punibile con l’espulsione il comportamento dell’immigrato irregolare piuttosto che quello del datore di lavoro che gli sfrutta. Così di fatto si consente ai caporali (quasi sempre stranieri anche loro per favorire la comunicazione con i lavoratori) di assumere comportamenti criminali nei confronti dei loro sottoposti: le vittime sono soprattutto marocchini ma anche – specie negli ultimi due anni – romeni e bulgari, ai quali chiedono il versamento di 6mila euro in cambio della chiamata nominale che garantisce assunzione e permesso (per i non comunitari). Quando si presentano “sul campo” l’imprenditore, il più delle volte, non si fa vedere e quando va bene i nuovi schiavi hanno 12 ore di lavoro e paghe dimezzate rispetto ai loro colleghi del Nord.

A tutto ciò bisogna aggiungere il fenomeno dei falsi braccianti. A inizio mese ne sono stati beccati una decina nei pressi di San Severo (Fg). In cosa consiste il fenomeno dei falsi braccianti? In sostanza per 10, 15 euro è possibile diventare braccianti e ottenere l’indennità di disoccupazione agricola. Il meccanismo è semplice. I proprietari delle aziende agricole fanno lavorare, in nero, i migranti dell’Est Europa senza versare i contributi che, invece, vengono sistematicamente venduti ai falsi braccianti agricoli che a loro volta avranno diritto all’indennità previdenziale. Un sistema in cui ci guadagnano tutti tranne il lavoratore. Infatti l’azienda passa per quella che paga i contributi, il falso bracciante percepisce l’indennità di disoccupazione agricola (il più delle volte sono parenti stretti dei proprietari stessi). Il lavoratore, invece continua a lavorare in nero e senza tutela. Il fenomeno è recente e consente ai falsi braccianti di svolgere altre attività. A questo fenomeno va aggiunto quello dei lavoratori veri (regolari) costretti a pagarsi i contributi per percepire l’indennità di disoccupazione agricola:”tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera a 20 euro ti pago fino a 30 euro e i contributi te li versi tu”.

Ma nonostante tutti i rischi legali che corrono i datori di lavoro e la caduta dei prezzi agricoli la domanda di manodopera in nero resta alta per due motivi.

Primo: questa sarà l’ultima estate con i sussidi dell’Ue: 1.000 euro a ettaro al produttore.

Secondo: da fine luglio i contributi raddoppieranno per la fine degli sgravi fiscali al Mezzogiorno. Quindi salirà la domanda di lavoro irregolare.
Dove finisce l’ora rosso prodotto nel foggiano e in minima parte anche nel Basso Molise?
Da 2 anni il 30% viene lavorato in loco (In Molise solo lo scorso anno ha riaperto dopo circa 4 anni l’unico stabilimento per la trasformazione del pomodoro. Gli agricoltori vendevano e vendono il loro prodotto a compratori privati oppure che a loro volta lo rivendono in Puglia e in Abruzzo) da un’azienda salernitana, il resto va in Campania. Così vuole la camorra.

Ma, come dicevamo prima, la paura dei controlli c’è: quest’anno molti imprenditori agricoli spinti dalla paura preferiscono “assumere” lavoratori comunitari ma non per regolarizzarli. Insomma i datori di lavoro pensano di potersela cavare sfruttando rumeni e bulgari anziché gli africani ma, questi ultimi si offrono a gruppi ai caporali e, al mercato della disperazione, spuntano salari più alti.
Nell’attesa che qualche miracolo cali dal cielo loro, i minatori dell’oro rosso, vivono e lavorano così sotto l’unico sole dell’uguaglianza: il sole nero.