Soliti stereotipi

Foto di Alberto Giuliani Gli incappucciati di Nocera Terinese


(di Francesca Viscone – Quotidiano della Calabria)

Il caso editoriale
E’ uscito in Germania “Malacarne”, contestato volume sulle mafie italiane che dovrebbe spiegare ai tedeschi cosa sono camorra e ‘ndrangheta

Non sono in buona compagnia il bambino di Verbicaro travestito da angioletto, né la giocattolaia dietro una bancarella a Casal di Principe. E che dire degli “incappucciati”, sorpresi di notte, a Nocera Terinese? I riti della settimana santa in Calabria, le processioni di Platì, le donne devote nella chiesa di San Luca, ma anche i funerali di gente comune e il volto di donne in lutto “non coinvolte in crimini di mafia”, diventano nel libro fotografico di Alberto Giuliani «Malacarne. Leben mit der Mafia», Edel Earbooks (Malacarne. Vivere con la mafia) un modo per dimostrare lo stretto rapporto tra le mafie e la cultura popolare meridionale, come se alla base di quest’ultima ci fosse una sorta di necrofila cultura della morte in grado di spiegare l’esistenza stessa della criminalità organizzata.
Alle visioni alquanto stereotipate della “Vita del Sud” si alternano in Malacarne immagini shok: i fotogrammi dell’esecuzione di Mariano Brancaccio, davanti a un bar nel centro di Napoli; la macchina distrutta di Luca Megna a Papanice; l’attacco e lo smantellamento di una raffineria di coca in Sudamerica; arresti di narcotrafficanti; il Commando Giungla in Colombia; latitanti catturati in mezzo a due carabinieri; un tizio immobilizzato e ammanettato da due poliziotti, il medesimo mentre fuma l’ultima sigaretta “legato alla sedia e sorvegliato a vista”. E poi revolver, portafogli, carte di credito conservate nell’archivio di tribunali, il quartiere Brancaccio, “luoghi della strage” a Castel Volturno.

Le foto di Giuliani accostano le mafie italiane alla tradizione popolare del Mezzogiorno e a quelle sudamericane, riproponendo così luoghi comuni e stereotipi. Si pregiano tuttavia dell’accostamento ai testi di Andrea Amato, Rita Borsellino, Pino Corrias, Francesco La Licata, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, Roberto Saviano. Troviamo inoltre allegati due cd de «La musica della mafia» (testi di Siclari, Centofanti e Alessio; licensed by Francesco Sbano). Il Fatto Quotidiano, in un articolo intitolato “Saviano ingannato”, ha pubblicato una dichiarazione congiunta di Gratteri, Nicaso e Saviano: «Ci è stato chiesto un contributo editoriale per un libro fotografico. Ma nessuno ci ha avvisato della decisione di distribuire il libro con i canti di malavita, canzoni neo melodiche che inneggiano alla ’ndrangheta e alla camorra e che addirittura arrivano a deridere il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Da alcuni anni si sta cercando di mettere in campo una sofisticata operazione culturale per accreditare la ’ndrangheta come modo di essere piuttosto che come organizzazione criminale. Una sorta di interpretazione “calabrianista”, secondo cui non è possibile dissociare la ’ndrangheta dalla cultura calabrese. La stessa operazione è in atto da tempo anche in Campania. È opportuno prendere le distanze da questa strategia mediatica per evitare di confondere i sacrifici e le battaglie antimafia con iniziative ambigue e discutibili. La nostra storia e il nostro lavoro non possono essere accostati a operazioni come quelle dei canti di malavita che legittimano una sorta di valutazione o esaltazione dei comportamenti ’ndranghetisti e camorristi».

Malacarne dev’essere costato un patrimonio. Un grosso volume cartonato, sovracoperta lucida con foto a colori di Corleone vista da Montagna dei Cavalli, a pochi metri dalla masseria dove si nascondeva Bernardo Provenzano. Il formato è quello impegnativo dei cataloghi delle mostre, ma l’interno è molto più lussuoso. Testi, titoli, didascalie, indice, tutto è in due lingue, persino le canzoni di ’ndrangheta, e in due diversi colori di inchiostro: nero per l’italiano o il calabrese, rosso per il tedesco.
Il libro nulla dice sulla presenza della criminalità organizzata in Germania, dove pur è stato pubblicato. Lì le polemiche scoppiano in seguito all’articolo denuncia di Die Zeit, intitolato “La mistificazione” e firmato da Petra Reski, ripreso successivamente anche dalla Süddeutsche Zeitung. È di questi giorni un comunicato stampa con cui la casa editrice Edel prende posizione rispetto a tutte le accuse che sono state rivolte alla pubblicazione delle canzoni di ’ndrangheta con i testi degli inconsapevoli autori. La Edel puntualizza che nessuno può sospettarla di simpatie verso la mafia. E definisce un errore non l’aver allegato al libro le canzoni della ’ndrangheta, ma il fatto che l’introduzione alla musica incriminata sia troppo breve e non sufficientemente critica: «Il testo può infatti, ad un esame superficiale o in lettori prevenuti, suscitare l’impressione che la musica – fuori dal suo contesto – sia una sorta di patrimonio culturale che l’editore si sente chiamato a diffondere. Non è chiaramente questo il caso. Le canzoni allegate hanno l’unico e solo scopo di illustrare le perfide attività dell’organizzazione mafia, che vuole rendere innocue le sue gesta, cantandole allegramente e mettendole in musica».

La Edel si ripropone di allegare in futuro «un testo introduttivo più dettagliato, per evitare equivoci e per non far sorgere sospetti». Quindi ammette di aver sottovalutato la sensibilità del tema e si augura che in futuro sia possibile distribuire l’opera anche in Italia, dove al momento c’è un divieto di pubblicazione, semplicemente allegando un errata corrige con un’introduzione critica che spieghi il senso delle canzoni.
È interessante leggere cosa hanno scritto su Malacarne i giornali tedeschi. Giuliani sostiene di lavorare «spinto dall’urgenza di far conoscere l’attualità di un fenomeno tanto complesso e pericoloso». Anche se non è che sia poi tanto rischioso essere reporter di mafia, confessa all’Hamburger Abendblatt , la gente «spesso non avrebbe proprio saputo perché veniva fotografata». E aggiunge che «in Italia si può essere presenti in molte occasioni, se si viene ammessi come amico di un amico. Così ci si può muovere bene anche in questi giri e si è in un certo senso al sicuro. Ma quando in situazioni di mafia ci si accorge che è pericoloso, è già troppo tardi. Bisogna sempre ascoltare molto bene. E se qualcuno ti dice: non farlo, allora vuol dire proprio non farlo».

Giuliani ha una sua personale visione del Sud e delle mafie: fenomeni complessi e semplici nello stesso tempo. Al Morgenpost spiega che «la mafia non è solo un crimine – è uno stile di vita, un atteggiamento dell’anima». Come il buddismo, come essere vegetariani, come fumare la pipa? Il giornalista Heiko Kammerhoff riesce in poche battute a darci un’idea illuminante di come l’Europa “veda” la criminalità organizzata: Gangsterorganisationen (organizzazioni di ganster) che tutto decidono in tutti i campi della vita sociale italiana. Giuliani si è messo «in cerca del cuore dell’oscurità nel suo paese», da tre anni, pur essendo nato sull’Adriatico, «lontano dalla criminalità organizzata» (beato lui, e quante certezze). Ma il suo sguardo esterno lo avrebbe aiutato a comprendere tutto meglio, parlando con giornalisti, magistrati, avvocati e i poliziotti che lo hanno portato con sé in cerca di persone sospette: «Aveva il permesso di assistere persino agli arresti».
Leggendo i giornali tedeschi sembrerebbe che gli stessi fatti di Duisburg abbiano acclarato l’ipotesi che se in Germania la mafia c’è, essa riguarda solo gli stranieri. I tedeschi non immaginano che le mafie stringono ovunque alleanze con i politici, a cominciare dalle amministrazioni locali; non sanno che senza rapporti con il potere non si fanno affari, non cresce il consenso sociale né il radicamento nel territorio.

Ma anche molti italiani del Nord (di cui il bolognese Giuliani è un esempio) sono convinti che le mafie siano un problema “culturale” del Mezzogiorno? Se la cultura mafiosa caratterizza solo questi paesi, il Suditalia e il Sudamerica, non essendoci in Germania mentalità mafiosa, la logica conseguenza è che non ci può essere nemmeno la mafia. Una bella consolazione, mentre le mafie in Germania, come nel resto d’Europa, imperversano indisturbate.
Giornalisti che veicolano queste idee, sono molto utili a chiunque voglia “orientare” l’opinione pubblica e finiscono con l’ottenere un effetto contrario a quello da loro stessi desiderato. Si illudono di far conoscere meglio le mafie, invece rischiano di renderle invisibili. Spostano l’attenzione del lettore dalla sua realtà verso “territori lontani” e i cittadini rinunciano a vedere ciò che accade nel loro paese. I politici hanno un problema in meno, anche perché l’invisibilità delle mafie (la pax mafiosa) non fa sentire la gente meno sicura. I mass media possono diventare il palcoscenico pubblico della criminalità organizzata; sono i primi strumenti per cambiare la mentalità di un popolo (fatto di telespettatori, lettori, consumatori…). Creano il caso, la notizia, indirizzano il lettore, possono diffondere mentalità e valori mafiosi, seppure inconsapevolmente.

Un esempio concreto? Il titolo dell’Abendblatt: «Nur Gott wird richten». Solo Dio giudicherà. Il messaggio è chiarissimo ed è quello che i detenuti di un carcere trasmettono a Giuliani in visita: «Quando incontreremo Dio, sarà lui a decidere, non tu». I mafiosi dicono spesso ai giudici: pentito sì, ma davanti a Dio, non davanti alla legge. Dopodiché, perché il titolista abbia scelto il punto di vista dei mafiosi, è per noi (e forse anche per lui) un mistero. È una bella frase, fa effetto, ma non rischia di far credere che la mafia, in quanto problema “culturale”, non possa essere risolto nei tribunali? Isaia Sales nel suo ultimo saggio, racconta come questa idea del pentimento del mafioso davanti a Dio abbia influenzato persino certi ambienti ecclesiastici.
A Mischke, Giuliani confessa che dell’Italia si vergogna: «Noi tutti, me compreso, ci siamo abituati a dire: ok, troveremo una soluzione. Non ci sono regole». E così, tutti quanti finiamo nel pentolone, giusti e ingiusti, destra e sinistra. Questa è solo la nuova veste dell’impegno political correct contro la mafia: così non ci si fa nemici, ma si offende la verità. Se basta non rispettare una regola per essere mafiosi, allora la mafiosità è come il peccato originale: è nella natura dell’uomo. Per Giuliani bisogna rappresentare il sistema mafioso come una cattiva cultura». Idee come queste non sono rare. Fanno parte di quel patrimonio di luoghi comuni e di stereotipi diffusissimi tra la gente, sono costruzioni di senso comune che hanno il solo scopo di rafforzare la propria identità a discapito dell’alterità, che proiettano il male lontano, in una “cattiva cultura” che evidentemente non appartiene a chi parla. Convinto di essere dalla parte dei giusti, questi convince e rassicura i suoi stessi interlocutori. Cosa nostra, la ’ndrangheta, la camorra, per Giuliani sono sintomi di un “dilemma culturale fondamentale”: «In alcune zone le persone non hanno scelta. Se si cresce lì, quella è semplicemente la cultura in cui si cresce. Non è una giustificazione, è la realtà. E se vogliamo risolvere questo problema, dobbiamo capire perché così tante persone sono implicate in crimini». Questi pregiudizi noi li conosciamo, li paghiamo sulla nostra pelle: intere regioni vengono indiscriminatamente criminalizzate, nonostante abbiano pagato un elevato tributo in termini di vite umane, anche innocenti.

L’Abendblatt scrive che la presenza delle canzoni inneggianti alla ’ndrangheta in un libro che contiene testi contro le mafie, suona come uno scherzo macabro. Giuliani spiega che a convincerlo è stata una foto scattata dalla polizia nella macchina di cinque rapinatori in fuga: tre passamontagna, una pistola, munizioni e un cd. Conclusione: se i mafiosi ascoltano questa musica, ci deve essere una spiegazione e allora anche la musica, come le foto, è un documento culturale… «Bisogna conoscere tutte le prospettive», dice. Anche quelle dei mafiosi? Ma perché, qualcuno pensa forse che “cantino” la verità? Degli autori, solo Amato non prende le distanze e invia a Il Fatto una lettera in cui definisce il libro «un enorme e splendido progetto» che vuole spiegare attraverso la musica «cosa sono le mafie, come si tramanda la tradizione mafiosa e, soprattutto, come si vedono e si raccontano i mafiosi attraverso le canzoni popolari».
Non ci stupiamo di fronte a queste affermazioni. Per anni abbiamo visto killer e latitanti intervistati dai giornalisti tedeschi, cantanti chiamati a testimoniare le origini gloriose delle mafie (Osso, Mastrosso e Carcagnosso), foto ricordo a incappucciati armati, giornalisti che si facevano immortalare con neobattezzati, per celebrare la scoperta di quel “documento culturale e antropologico” che sarebbero le canzoni di ’ndrangheta.

Tra il 2000 e il 2005, quando uscirono i tre cd de La musica della mafia, le canzoni furono presentate come l’ultima musica popolare underground d’Europa, alta espressione artistica dei mafiosi, descritti come poveri Robin Hood che rubano ai ricchi per dare ai poveri, un’etnia minoritaria perseguitata dallo stato, piemontese e straniero. Una giornalista americana pianse quando andò via da Polsi, dove, nel loro ambiente naturale, aveva ascoltato canzoni ’ndranghetose e aveva capito che si trovava di fronte ai “resti” di una cultura che stava per scomparire.
Sono le stesse canzoni che ora aspirano a rifarsi una loro verginità, legittimate dagli scritti di inconsapevoli magistrati e giornalisti, e a diventare un documento utile all’antimafia (a quale “antimafia”?). Una metamorfosi kafkiana. Intanto noi non crediamo che sia sufficiente cambiare il contesto perché cambi anche il valore e il significato di un’opera. Le canzoni di ’ndrangheta, come i proverbi, le filastrocche e il linguaggio mafioso tendono molto più a nascondere che a dire. Sono un corpus giuridico che ha uno scopo preciso: l’educazione ai corretti comportamenti mafiosi, la propaganda, il consenso. Né basterebbe allegare ai cd un’introduzione “dettagliata e critica”.

Questa soluzione proposta dalla Edel non è condivisibile. Quando abbiamo scritto nel 2005 “La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media” (Rubbettino) noi non abbiamo allegato i cd al libro e non abbiamo suonato le canzoni mafiose nelle scuole dove lo abbiamo presentato, perché farlo, anche in un contesto critico, significa legittimare le strategie comunicative della ’ndrangheta e la sua manipolazione della cultura popolare, rendendola per l’ennesima volta efficace. Se una musica bisogna far ascoltare, allora è quella popolare autentica che sia capace di mettere in evidenza le differenze profonde che esistono con le brutte canzoni di ’ndrangheta. Anche perché, diciamolo una volta per tutte: di cattiva musica si tratta, di testi volgari, non di “tarantelle meravigliose” e ben interpretate. Queste canzoni sono un’autentica offesa a qualunque orecchio musicalmente sensibile. L’editore Edel non può pensare che il suo errore sia solo la banale introduzione ai cd. L’errore vero è la pubblicazione dei cd: tutte le canzoni di ’ndrangheta, non solo queste di Malacarne, sono un falso in sé, una mistificazione. Il vero scandalo è la musica popolare usata come pretesto per la propaganda mafiosa.

Né condividiamo quanto nell’introduzione si legge, cioè che i canti mafiosi siano «inevitabile patrimonio musicale della tradizione italiana meridionale». Non è così, e non ci interessa discutere di questo con Giuliani o con la Edel. Pubblicare queste canzoni, anche in un contesto antimafioso, è come voler indurre la gente ad ammirare i souvenirs kitsch del Davide di Donatello, invece di quello vero. E cosa penserebbero i tedeschi se foto di nazisti che ammazzano ebrei e bambini venissero pubblicate con canzoni apologetiche? Magari con lo Horst-Wessel-Lied, inno del partito nazista, tuttora vietato secondo gli articoli 86 ed 86a del codice penale della Repubblica Federale di Germania.

La distanza enorme che separa le canzoni di ’ndrangheta dall’autentica musica popolare è dimostrata da quella dedicata a Carlo Alberto Dalla Chiesa, spietata, beffarda ma soprattutto recente. Nessuno può credere che faccia parte di un qualsivoglia “patrimonio folklorico”.
La mafia non è cultura e non è solo meridionale. È criminalità, internazionale, transnazionale e non da oggi. Non è criminalità comune. Come tutte le società, ha bisogno di coesione per esistere. E a tale scopo crea un sistema di valori, di simboli, di riti, di riferimenti “morali” di cui fanno parte l’omertà, la vendetta, l’onore, cantati nelle canzoni. Trasformarle in un prodotto commerciale, in maniera critica e acritica, non significa neutralizzarle, ma diffondere la cultura e la mentalità mafiosa anche in territori apparentemente estranei alla criminalità organizzata. Significa dare una parvenza di legittimità ai vari atti di rapina e assoggettamento della cultura popolare portata avanti dalle mafie: dalle processioni ai battesimi, alle musiche. Non può essere consolatorio per gli autori ingannati che il libro esca in Germania e non in Italia, dove comunque arriva in pochi giorni. Sarebbe come dire: mezza beffa, mezzo danno.

Solo l’on. Borsellino, fino ad oggi ha chiesto alla Edel tramite lettera che la sua firma sia immediatamente ritirata dal libro, sia dalle copie già distribuite che da quelle che saranno stampate in futuro.
“Cultura” è un termine che, genericamente, può essere riferito a qualsiasi prodotto dell’intelligenza umana. Anche il cannibalismo è una forma di cultura. Qualcuno cerca testimoni dall’interno? Lo faccia, e poi venga a raccontarcelo. Ma prima che sia troppo tardi, ci spedisca le foto. Le pubblicheremo con le musiche di quelli che se lo sono mangiato.