La guerra del 1940 e le macerie umane

(di Domenico Logozzo – Calabria Ora)

Rileggere gli eventi dei giorni successivi alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, non solo attingendo alle fonti storiche o alla memoria orale dei nostri nonni, ma anche agli scritti che ci hanno lasciato autorevoli uomini di cultura, come Corrado Alvaro, testimone diretto di una Calabria derelitta e affamata. Emergono azioni e reazioni imprevedibili. E’ bene parlarne. E’ giusto accendere i riflettori su certi modi di fare e di agire che oggi appaiono francamente assurdi, ma in quei tempi erano quasi “normali”. Nessun intento di denigrare una popolazione fin troppo provata, perché non si deve cadere nella trappola della ingiusta generalizzazione. La storia delle donne e degli uomini della Calabria è fatta soprattutto di sacrifici, di voglia di libertà, di riscatto!

Negli scritti che ci ha lasciato Alvaro si colgono aspetti comportamentali al limite dell’incredibile. Dalla disperazione per la terribile miseria, all’esaltazione della guerra, ritenuta persino una fortuna economica da tante famiglie calabresi. La fame, l’indigenza, l’illusione, il miraggio del riscatto sociale. Proprio così. E’ quello che emerge dagli “appunti” raccolti da Alvaro in “Quasi una vita” Righe amare di una povertà che stravolge tutto. Sconvolge i nuclei familiari. E in questi giorni in cui le pagine dei giornali sono piene di ricordi,commenti, riflessioni, reazioni e osservazioni senz’altro utili “per non dimenticare”, la testimonianza dello scrittore di San Luca aiuta a far capire e far soprattutto scoprire ai “distratti” giovani di oggi la Calabria d’allora, nella morsa della povertà e condizionata fortemente dalle infauste situazioni sociali e dalle palesi difficoltà culturali.

Rileggiamo Alvaro: ”In Calabria le donne hanno salutato come una fortuna il richiamo dei loro uomini alle armi. Così percepiscono un sussidio .Hanno comperato scarpe,vestiti e rispondono a fronte alta e con insolenza a coloro cui ieri erano sottomesse perchè povere”. E ancora: ”Le famiglie povere, poichè hanno la sovvenzione pei figli in guerra, si augurano che la guerra non finisca presto. Quelle che persero i figli piccini, si dolgono di non averli cresciuti per poterli mandare in guerra a sostenere la casa con altre sovvenzioni”.

Tempi bui. Situazioni estreme. Irragionevolezza che rasentava la disumanità. Da non crederci. Eppure il bisogno, la fame, l’oppressione, l’umiliazione, le ingiustizie, l’arroganza dei “ricchi” finivano per annebbiare i cervelli dei poveri e degli emarginati. Capito il clima? Si arrivava a far passare in secondo piano il supremo valore della vita, costantemente in pericolo per un “sussidio” che avrebbe potuto avere- e purtroppo in molti casi ha avuto- un epilogo tragico: i soldati o sono tornati chiusi dentro una bara, o i loro corpi non sono stati neppure recuperati ,o sono rientrati con gravi mutilazioni .Segnati irrimediabilmente nel corpo e nell’anima. Per sempre. Troppo sangue versato. Giovani esistenze spezzate nel fiore degli anni. Lutti. Quanti lutti. Il nero era il colore più diffuso, anche se per opposti motivi: il dolore e l’ideologia, stesso abbigliamento, diversi sentimentipaesi intristiti. Bellezze di Calabria donate da madre natura sciupate e umiliate. La tristezza aveva il sopravvento ma non riusciva ad imporre la rassegnazione.

Drammi. quanti drammi. E l’emigrazione e la guerra venivano considerate una via d’uscita. Per sopravvivere. Citiamo ancora Alvaro: ”Un dramma dei poveri in Calabria. La ricerca della fortuna con le terre nuove e l’emigrazione. Poi del semplice pane,con le guerre. Il potere, fantasia dei semplici sul potere. Senso della necessità stretta,che nessuno è mai riuscito a descrivere”. Facendo gli opportuni distinguo, viene in ogni caso da pensare e da avere paura, sì paura, per certi atteggiamenti che oggi, purtroppo, portano erroneamente tanti a cadere nella scellerata logica dell’arruolamento nell’esercito mafioso per trovare il modo di sbarcare il lunario, di guadagnare,di avere potere. Quanta ignoranza! Perchè i ricchi diventano sempre piu’ ricchi speculando sui poveri cristi. E i mafiosi diventano sempre piu’ potenti, utilizzando i piu’ deboli.

Diciamolo con franchezza e senza inutili giri di parole: oggi tantissimi sono accecati dal sogno del benessere senza sacrifici, facile arricchimento, percorrendo la strada degli affari sporchi, seminando paura e provocando morti. Una guerra continua tra il bene ed il male. Tristi i tempi in cui una comunità deve combattere contro l’arroganza del potere, com’erano tristi i tempi in cui si partiva per la guerra senza la certezza del ritorno. E ingenuamente i familiari avevano certe convinzioni che fanno accapponare la pelle. La penna di Alvaro annotava: ”Le contadine benedicono le sovvenzioni sul figlio in guerra,che fanno guadagnare loro qualche centinaio di lire al mese e le rendono indipendenti. Indipendente è la grande parola per il popolo calabrese. In Calabria, perciò, c’è stata quasi una rivoluzione della società, ora che i poveri non devono dipendere dai signori”.

Pensate un po’ quale era il clima che si era creato in quegli anni! E per comprendere meglio l’”influsso” decisamente “deviante” della guerra sulle famiglie e sull’intera vita sociale, sconvolta e lontana anni luce dalla secolare tradizione, proponiamo dalle pagine di Alvaro un altro inquietante passaggio della “rivoluzione” portata dalla guerra nelle comunità povere e culturalmente assai deboli: ”I soldati calabresi partono per la guerra;alla vigilia si sposano in municipio promettendo di sposare solennemente in chiesa al loro ritorno. Compiono questo atto legale per lasciare la sovvenzione alla moglie. Non si considerano sposati, si considerano promessi. Ed è inteso che non toccheranno la moglie fino al ritorno. Così non nasceranno figli. Cioè, eventuali orfani. Un tempo, diversamente da oggi,le donne accompagnavano fuori dal paese i figli che andavano soldati. Essi partivano cantando e suonando. Essere presi soldati era una prova di efficienza”. Sentimenti sacrificati sull’altare della “convenienza economica”. Che pena. Quanta amarezza per la sofferenza imposta alle ragazze ed ai ragazzi. Vita piena di incubi. Con la costante paura di non tornare a casa e portare in chiesa la “sposa promessa”.

Gli anziani raccontano di tante “vedove di guerra” che hanno incontrato un altro uomo,hanno messo su famiglia, hanno avuto figli,ma non si sono risposate,per evitare di “perdere la pensione”. Sì, proprio così. Anche queste macerie umane ha provocato la guerra!

Ma Alvaro come ha vissuto il 10 giugno 1940? La risposta nel racconto dello scrittore: “Uscito di casa dopo la dichiarazione di guerra. La folla, come sgravata d’un peso, rideva tornando da piazza Venezia per il Corso. La strada vivace, ignara, né preoccupata ormai né serena. La sera coi lumi spenti. Pallore della città. Nell’ombra, un brivido piu’ forte di vita animale. La notte chiara, il cielo luminoso,la città con la sua massa di edifici nel cielo. Roma era improvvisamente ricaduta in un altro tempo”. Sempre in “Quasi una vita” qualche giorno dopo annotava: “Guerra senza canzoni”. Mi chiama Di Marzio per chiedermi di scrivere una canzone di guerra che musicherebbe il maestro B. Per l’appunto ricevuto stamani in udienza a Palazzo. Dice che sarebbe per me un titolo per ottenere onori,oltre alla tessera e ai forti guadagni dell’esecuzione. Mi informa che Y. ha accettato. Do una risposta puerile:che non scrivo da un pezzo versi. Per pratica so che i pretesti tecnici sono i piu’ efficaci. Non so perchè, hanno la virtu’ di troncare ogni insistenza”.

L’11 giugno ricorre il cinquantaquattresimo anniversario della morte di Corrado Alvaro. Il miglior ricordo? Quello che ha scritto lui stesso nell’”Avvertenza” di “Quasi una vita”. Rileggiamolo, perchè serve anche a fare chiarezza sulle polemiche sorte dopo le anticipazioni pubblicate dal “Corriere” su un saggio in cui venivano fatti i nomi degli intellettuali a libro paga del Duce: ”Non ho la stoffa del martire,a meno che non vi sia costretto. Ho cercato di sopravvivere per i miei doveri sociali e verso me stesso, pensando che un giorno avrei potuto dire una parola utile, se non necessaria, secondo l’eterna illusione che assiste uno scrittore. La vita, quando è stata dura e faticosa e sofferta, ci è doppiamente cara; è una somma di esperienza che ci illudiamo di poter trasmettere.

Così ho sempre cercato di evitare la prigione o di farmi uccidere, le occasioni piu’ facili, mi pare, che il nostro tempo offra agli uomini di cultura. Ho cercato anche di non andare in esilio. Non posso vivere lontano dal mio paese, e d’altra parte so che uno scrittore esule va quasi sempre perduto. E ho cercato di non avere onori ufficiali, di restare un irregolare, non classificato, non tesserato. Ho commesso gli errori di tutti quelli che si imbattono a volte in una realtà il cui male illude di contenere, e anzi contiene, una sua parte di bene. L’illibatezza dei sotterfugi per cui il soldato che scappa è buono per un’altra volta, secondo il detto borbonico, mi pare una ipocrisia che ha minato fra noi alcune buone situazioni,che ancora oggi intorpidisce molti animi”. Piu’ chiaro di così!