La Duisburg di Torino è un giallo alla Simenon

(di Giuseppe Legato – La Stampa)

Tutto cominciò quando nei boschi di Chianocco, un paesino sperduto nella Valsusa attraversato dai fiumi delle profonde gorghe dell’Orrido fu trovato un cadavere carbonizzato. Nei verbali di sopralluogo dei carabinieri chiamati in fretta e furia dai vigili del fuoco c’è scritta una data: 3 giugno 1996. Il giorno prima, lì, si è consumato un omicidio. È l’inizio di una delle faide più sanguinose del Nord Italia, di Torino. È una faida di ‘ndrangheta. Da una parte la famiglia Stefanelli da Oppido Mamertina con base a Varazze e con un florido mercato di stupefacenti, dall’altra i Marando di Platì che nell’hinterland torinese hanno trapiantato una “locale” militarizzata e particolarmente feroce.

Sono parenti, soci in affari. Si sono sposati tra di loro per rinsaldare – com’è uso nelle famiglie calabresi – i rapporti tra le “locali”. Si siedono allo stesso tavolo, mangiano dallo stesso piatto, bevono lo stesso vino e trafficano la stessa cocaina. Che è poi quella che arriva in Italia grazie a Pasquale Marando, “vangelista” (massimo livello) delle ‘ndrine aspromontane e trafficante con invidiabili rapporti in sudamerica nella colonia dei narcos di Bogotà.

Ci saranno morti ammazzati, vendette incrociate, padri e figli trucidati, testimoni scomodi eliminati, vedove diventate collaboratrici di giustizia (per poco) e aspiranti pentiti suicidi in carcere. E ancora processi perentori, ma anche indagini lente, condanne dure e scomparse eccellenti come quella di “Pasqualino” il boss dei due mondi di cui le tracce si sono perse ormai da sei anni. Introvabile, desaparecido, lupara bianca.

Tutto questo a due passi dalla Torino industriale, dal salotto della finanza, da piazza san Carlo e dai suoi caffè. Dall’ex capitale d’Italia austera e sorniona che negli anni ’90 ha già avuto la sua Duisburg.

Il cadavere ritrovato nei boschi della Val Susa non può parlare. Il fuoco non ha risparmiato quasi niente se non i bossoli di una 7.65 col quale i sicari lo hanno freddato. E allora, in un epoca in cui non ci sono ancora i Ris e le investigazioni scientifiche sono agli albori, ci pensa un medico legale – Roberto Testi – a svelare il mistero. Sul comodino dell’obitorio accanto ai resti dell’uomo senza nome c’è anche un anello che ha resistito alle fiamme. È una fede nuziale con un’incisione precisa: “Maria. 09-06-1990”. Quella Maria è Maria Stefanelli, 26 anni all’epoca, figlia di Antonino Stefanelli, capo della locale di Varazze in Liguria, sorella di Antonio rampollo emergente della famiglia e moglie del morto: Francesco Ciccio Marando.

Ciccio è uomo di potere, capo incontrastato della locale di Platì a Volpiano-Leinì-Brandizzo è il primo di cinque fratelli che sono poi il suo esercito: Pasquale, Rosario, Nicola e Rocco. È un boss Ciccio Marando, traffica cocaina tra Torino e la costa ligure. Sa fare bene il suo lavoro e a Platì si fidano molto di lui: “È uno serio. Se dice che la cocaina arriva, tu comincia a tagliarla col pensiero” racconta in dialetto uno dei suoi parenti in un’intercettazione telefonica.
Hanno ammazzato “Ciccio”. Il movente è la droga. Negli ultimi anni era cresciuto molto. Da picciotto liscio, all’età di 20 anni, era stato coinvolto (e poi discolpato) nel sequestro e l’uccisione di Lorenzo Crosetto, un imprenditore edile di Torino rapito mentre giocava a “Tressette” in un bar di corso Casale e infine trovato cadavere nei boschi dell’Astigiano. Per sfuggire alla pressione degli inquirenti era riparato ad Alassio in Liguria dove cominciò a trafficare droga. Gli arresti del 1984 e del 1991 non avevano rallentato neanche minimente una scalata da manuale per la quale si era avvalso dei cugini Trimboli, di un uomo di fiducia – un altro cugino – Francesco Sergi, e di Lorenzo Fiarè da Reggio Calabria.

Ormai lavorava coi colombiani e comprava dagli stessi fornitori dei corleonesi. Gente in grado di far arrivare cocaina nell’ordine di migliaia di chili. La droga che finiva ai Murazzi era la sua. La comprava, la faceva arrivare in Calabria, la faceva tagliare nelle raffinerie di Platì e poi, seguendo la line a della Palma, la faceva risalire fino a Torino coi corrieri che la vendevano agli africani. Un giro di miliardi e tutti nelle sue mani. “S’era ‘llargatu troppu” dirà un confidente. Qualcuno cominciava ad avercela con lui. Qualcuno della sua famiglia. Lui lo aveva capito. E 9 mesi prima di morire era scappato dal reparto dell’ospedale di Genova dove si era fatto ricoverare nel corso della detenzione simulando una crisi isterica. Da lì si era rifugiato in Aspromonte, poi era tornato a Torino per gestire dal freddo Nord i traffici illeciti sui quali aveva messo il suo timbro per vent’anni. E a Torino trovò il capolinea. L’omicidio di “Ciccio” non fu una semplice “mmazzatina”. Prima gli spararono e poi lo bruciarono – forse ancora vivo – con tutta la sua automobile. È la firma delle cosche che reclamano più potere.

Le indagini sono difficili. Il piano per uccidere “Ciccio” Marando era studiato bene. E ancora oggi non c’è una verità giudiziaria su questo omicidio. Di certo c’è il suicidio in carcere di Rocco Stefanelli che rimane ancora oggi avvolto nel mistero: si soffocò con una busta di plastica, ma prima fu cosi zelante da lasciare un biglietto inequivocabile: “Mi uccido perché sento il rimorso di aver assassinato mio cognato Francesco Marando”. I dubbi restano. Ciò non vuol dire che i fratelli del boss ucciso non avessero in tasca la loro verità. Per Pasquale, in particolare, dietro la morte del fratello non potevano che esserci gli Stefanelli: Antonio e Antonino, per l’esattezza cognato e suocero di Ciccio. Maria Stefanelli, moglie del morto, è infatti sorella di Antonino e zia di Antonio.

La condanna a morte è già scritta nelle intercettazione del Gico. Due compari di Marando parlano tra di loro: “Ciccio se lo sono fatto loro. Fanno i furbi, ma tanto a Torino ci devono tornare”. I furbi sono Antonio e Antonino Stefanelli che un anno dopo perderanno la vita nella faida di Volpiano.

Che non tiri per niente un’aria serena, gli Stefanelli lo capiscono pochi mesi dopo. In via Fontanassa a Savona, un affiliato del clan esce dal locale in cui ha appena cenato con alcuni amici e si ritrova il suo Porche Carrera decorato da alcuni fori di proiettile. Sconosciuti gli hanno sparato contro. Ed è strano che accada tutto questo perché a Varazze, gli Stefanelli comandano abbastanza per non aspettarsi “cadeaut” di questo tipo. La droga gira solo nelle loro mani, non ci sono altre associazioni criminali del loro calibro che possano anche solo immaginare un gesto intimidatorio cosi forte. È un segnale.

Qualcuno della famiglia pensa a un avvertimento degli africani, ma Antonino Stefanelli, padre di Antonio è un uomo sveglio e ci impiega poco a decifrare messaggio e mittente. E allora comincia a mettersi in moto. Prova a spiegarsi con i Marando, con Pasquale soprattutto che è particolarmente arrabbiato e convinto di aver individuato i killer del fratello proprio tra gli Stefanelli.

Pasquale però non ne vuole sapere di messaggi inviati per conto terzi. Traffica la cocaina direttamente coi colombiani, figuriamoci se delega a terzi il chiarimento sull’omicidio di suo fratello. Antonino ci prova e ci riprova, poi si arrende. Capisce che deve incontrarlo. E contatta un mediatore che risponde al nome di Giuseppe “Pino Lezzi”, 68 anni ai tempi dei fatti. E’ un incensurato, imprenditore edile originario di Staiti. Lui è un fedelissimo di Domenico Marando, fratello di Pasquale, ed è al corrente della vendetta che stanno preparando a Volpiano, ma è l’unico uomo che può portare i killer di Ciccio nella tana del lupo.

Organizza tre appuntamenti, i primi due saltano. Antonio Stefanelli ha paura, conosce la ferocia di Pasquale, sa bene che nel suo mondo il sangue si lava col sangue. Che l’onta della morte di un familiare si supera solo col sacrificio di qualcuno. Lui però vuole salvare la vita al figlio. Nel giovane erede ha risposto molte speranze, forse vuole lasciargli l’impero ligure, lo sta addestrando, indottrinando. È a buon punto. Il lavoro fatto fin lì – e il figlio tanto amato – non li può perdere. E cosi al terzo appuntamento decide di presentarsi. I Marando vogliono padre e figlio insieme. E Antonino deve accettare le condizioni dei parenti.

Quando Leuzzi chiama i parenti a Oppido Mamertina (Rc) per chiedere perché non arrivano all’appuntamento, padre e figlio sono già morti. Avevano 55 e 35 anni. I loro corpi non sono mai stati trovati. Tra cadaveri fantasma. Sembra un giallo di Simenon. Insieme a loro morirà pure Francesco Mancuso che li avevi accompagnati all’appuntamento con la morte. E poco tempo dopo anche Roberto Romeo odontecnico di Rivalta testimone oculare dell’omicidio sarà freddato a colpi di pistola. Nel 2004 scompare Pasquale Marando, il mandante degli omicidi di Stefanelli padre e figlio. Pure lui è morto, ma forse non per colpa di questa faida. Quattro morti, due lupare bianche, un suicidio sospetto in carcere. Può bastare per la Duisburg di Torino.