Quando fummo braccia

(Emigranti italiani da emigranti.it)

(da Il Fatto Quotidiano)
Rospo, locusta, pipistrello, analfabeta, ubriacone. Nei Paesi dove arrivò “l’Orda” così venivano visti i lavoratori italiani

Da “Il viaggio più lungo – L’Odissea dei migranti italiani” di Gian Antonio Stella, che Rizzoli manda in libreria questa settimana, riportiamo alcune delle voci di un dizionario che gli italiani dovrebbero tenere bene a mente.

ALCOOL
Quello del vino è uno dei tanti «vizi» rinfacciati ai nostri emigranti. Come in tutti gli stereotipi c’era qualcosa di vero. Nell’Italia povera di un tempo il vino era spesso un integratore alimentare. Il consumo di vino pro-capite annuo, oggi intorno ai 50 litri, era nel primo decennio del Novecento di 126. Mandare i figli a scuola dopo aver dato loro una scodella di vino con la polenta vecchia era un’abitudine diffusissima, soprattutto nelle aree più povere dove veniva coltivata la vite. «La Rivista Veneta di scienze mediche» scriveva che in provincia di Venezia, «una delle città più sifilizzate d’Italia», su 12.000 scolari delle elementari «soltanto3000 non bevono, 9000 bevono regolarmente vino e la metà ne abusa».

ANALFABETI
Ai nostri emigrati è stato per molto tempo rinfacciato di essere più ignoranti rispetto a quelli di altri Paesi europei. I dati, del resto, non lasciano dubbi. Stando ai censimenti la percentuale di analfabeti nel nostro Paese, ancora del 21 per cento nel 1931, negli anni della Grande Emigrazione era spaventosa: 67,3 per cento nel 1881; 73 per cento nel 1871; 78 per cento al momento dell’Unità d’Italia nel 1861. Uno studio sulle liste passeggeri dei transatlantici di Ira A. Glazier e Robert Kleiner, del resto, dice tutto: su due navi a caso arrivate negli Usa nel 1910, gli immigrati analfabeti sbarcati dall’italiana «Madonna» erano il 71 per cento, quelli russi scesi dalla «Lithuania» il 49 per cento: 22 punti in meno. Quanto ai lavoratori specializzati, i nostri erano 7 su 100, i russi 40.

BABIS
Rospi. Uno dei nomignoli dati agli italiani in Francia alla fine dell’Ottocento.

BAT
Pipistrello. Soprannome insultante dato ai nostri emigranti in certe zone degli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e ripreso dal giornale «Harper’s Weekly» per spiegare come molti americani vedessero gli italiani «mezzi bianchi e mezzi negri» così come i pipistrelli sono mezzi uccelli e mezzi topi.

CHIANTI
Ubriacone (nomignolo dato ai nostri emigranti in Usa, con un riferimento al vino toscano che per gli americani rappresentava tutti i vini rossi italiani, chiamati «dago red».

FINESTRE
«Gli italiani tengono le finestre spalancate per tutta la domenica, dal primo mattino fino a sera. Le loro stanze sono affollate per tutto il giorno. Fanno tutto con le finestre aperte, anche vestirsi, come i selvaggi. Siedono intonando da mattina a sera canzoni oscene e alcuni giocano a carte sulle note dei loro strumenti d’ottone. La cara domenica ci viene guastata da questo indicibile e vergognoso comportamento. Abbiamo l’impressione di esserci trasferiti in una regione selvaggia». (Denuncia di un abitante del quartiere Petersberg del 1893)

GIOPPINO
Poche cose come la storia dei gioppini ricordano quanto l’Italia della Grande Emigrazione fosse un Paese molto povero. I gioppini erano le più popolari marionette bergamasche quando la provincia di Bergamo, oggi ricca, era ridotta in condizioni miserabili. Tutti i gioppini avevano i «tri gos», i tre gozzi, una malattia comunissima tra i montanari piemontesi, lombardi e veneti, sulla quale i bergamaschi trovarono il coraggio di ironizzare. Era causata dalla cattiva alimentazione e in particolare dall’ipotiroidismo dovuto al bere, senza alcuna integrazione, acqua del tutto priva di iodio. Sarebbe bastato del normale sale marino a sanare la piaga. Ma costava troppo e la gente usava sale da salgemma.

IGIENE
«La verità si è che nella maggior parte dei nostri operai non è per nulla sviluppato il sentimento della pulizia e della decenza, che le loro condizioni di vita all’estero rispecchiano fedelmente le loro condizioni di vita in patria. L’operaio che viene dalla Basilicata o dal Napoletano, dove abita in piccole, poverissime case simili ad alveari, talvolta scavate sotto terra (…); o dalle campagne venete e lombarde, ove abita in casolari intessuti di fango e vimini; o dalle pendici alpine; (…) l’operaio, dico, che arriva da queti luoghi, ha dei bisogni limitatissimi da soddisfare; egli non sente nessuna necessità di elevarsi un po’. (…) Domandate un po’ a questi operai perché vivono così male ed essi vi risponderanno invariabilmente che a casa loro vivevano assai peggio.» (Gli italiani in Germania, rapporto del 15 novembre 1914 del regio ispettore dell’Emigrazione Giacomo Pertile)

JIM ROLLINS
Era un giovane nero dell’Alabama processato nel 1922 per il reato di «miscegenation » (mescolanza di razze) con l’accusa di avere avuto rapporti sessuali con una donna bianca. Condannato in primo grado, Rollins fece ricorso in appello: «Non era bianca, era italiana». Il giudice, come ricorda la studiosa Bénédicte Deschamps nel suo saggio Le racisme anti-italien aux États-Unis, nella raccolta del 2000 curata da Michel Prum, Exclure au nom de la race, gli diede ragione. Spiegando nella sentenza che «non si poteva assolutamente dedurre che ella fosse bianca, né che fosse lei stessa negra o discendente da un negro».

KATZELMACHER
«Fabbricacucchiai» nel senso di stagnaro, artigiano di poco conto ma anche «fabbricagattini» forse perché gli emigrati figliavano come gatti. Nomignolo appiccicato ai nostri emigrati in Austria e Germania.

LOCUSTE
«[Sono] briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo. (…) Se il boicottaggio vale a qualcosa, è in questo caso degli italiani che debbasi applicare. Siamo certi che i nostri capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste.» («Australian Workman», 24 ottobre 1890).

NOMI
Nel mondo ci sono 6 Crotone, 5 Pavia, 4 Siena, 5 Como, 20 Palermo, 33 Firenze, 27 Verona e 44 Roma. («Gazzetta del Sud», 21 luglio 2000, citando «Focus»).

RIMPATRIO
«Le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane. (…) Ho visto centinaia di persone (…)costrette a ritornare nei Paesi di provenienza, senza soldi, e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate, che non si erano mai riunite: madri separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo». (Edoardo Corsi, All’ombra della Libertà, 1935)