Milano – Gomorra

(di Giuseppe Catozzella da L’Espresso)

Pensionati ricattati dal racket. Ragazzini che segnalano ai boss se un’auto della polizia entra nel quartiere. Case popolari “vendute” abusivamente dalla malavita organizzata. Così i clan controllano le periferie della metropoli. Nell’indifferenza del sindaco Moratti.
Due cuori e una casa popolare. Potrebbe essere una calzante descrizione della capitale morale d’Italia. Milano possiede due cuori: il primo, splendido, in bella mostra nelle vetrine di design delle vie del centro, o affannato a stringere la ventiquattore nelle strade adiacenti a piazza Affari. L’altro, dimenticato, straccione e volgare, delle periferie.

Tutta la cerchia della periferia milanese, a 360 gradi, è circondata da case popolari, nella maggior parte dei casi decadenti, gli stucchi cascanti o scrostati, casermoni enormi in cui vivono moltissime famiglie ammassate, i grandi cortili conosciuti dai commissariati locali come liberi luoghi di spaccio.
Ma le case popolari sono anche business. Affari per le cosche mafiose che abitano la zona, e che “vendono” per cifre fino a 4000 euro l’ingresso negli appartamenti, e in alcuni casi si fanno pagare affitti fino a 300 euro al mese. Vittime sono soprattutto gli anziani, che hanno paura ad allontanarsi dalla loro abitazione per paura che venga occupata, e così non si fanno ricoverare in ospedale, non vanno in vacanza.

Partendo da sudest e procedendo a 360 gradi, la periferia è in mano a molti clan. I siciliani di via Solomone, in zona Rogoredo; i pugliesi e i calabresi di via Stadera e via Costantino Baroni; i clan calabresi del Giambellino, nella zona di via Vespri Siciliani, via Bruzzesi e via Bellini; ancora i clan calabresi e siciliani a Baggio, in via degli Ippocastani e via Latici; i calabresi e i casertani di Quarto Oggiaro, in via Pescarella e via Lopez, e infine tutte e quattro le matrici mafiose della zona Niguarda, proprio di fronte all’ospedale maggiore: i clan calabresi in via Villani, i napoletani in largo Rapallo, i pugliesi in via Ciriò e i siciliani di via Luigi Monti.
Questa ricognizione è frutto del lavoro di un’associazione dal nome eloquente: “Sos Racket e Usura”. Associazione che ha riaperto lo scorso 22 aprile in piazzetta Capuana a Quarto Oggiaro. Luogo simbolo dello spaccio e del racket delle case popolari. Un’ampia piazza che sovrasta una distesa di box chiusi anni fa, dove l’Aler – la società regionale che gestisce gli alloggi popolari – ora sembra voler creare una palestra sotterranea.

Alle tre del pomeriggio del 22 aprile scorso, sotto il porticato di piazza Capuana, sulla sinistra, una scrivania, con un telefono che non si attacca da nessuna parte, il cavo pende tronco dal ripiano. E un grande striscione bianco: “Sos Racket e Usura”. Per monitorare le attività di racket, pizzo e usura delle cosche nelle zone popolari di Milano l’associazione si serve di un metodo tanto semplice quanto invasivo: questionari consegnati casa per casa e nelle attività commerciali, e da restituire via mail o fax, in maniera del tutto anonima. “Sos Racket e Usura” rimarrà a Quarto Oggiaro fino al 13 maggio, poi farà il giro delle periferie, dalla zona Niguarda, al Giambellino, poi viale Padova, viale Monza e viale Sarca.

L’associazione, con a capo Frediano Manzi, ha riaperto i battenti, ma si fa per dire, perché le mura non ce le ha. Il 7 febbraio scorso era stata costretta a sbaraccare per la totale indifferenza delle istituzioni milanesi. Una chiusura completa da parte di Palazzo Marino, nonostante la quale in questi 2 mesi e mezzo i cittadini hanno continuato a denunciare attività illecite all’associazione, e a chiederne con centinaia di lettere e mail la riapertura.

E il 18 aprile scorso sono stati sparati 8 colpi di arma da fuoco contro il bar latteria di proprietà di una delle cosche coinvolte proprio nel racket delle case popolari, i Pesco. Cosa che potrebbe indicare un riassetto delle dinamiche in zona Niguarda, ora che il clan è sotto processo.

“A differenza di Palermo e Catania, per esempio, a Milano il sindaco nega la sede all’unica associazione antiracket. Avendo fatto noi 4 denunce contro l’Aler (la società che gestisce le case popolari, ndr), eravamo incompatibili con l’assegnazione da parte dell’amministrazione comunale di una sede. E la responsabilità è di una sola persona”, spiega senza mezzi termini Frediano Manzi. “Noi siamo fieri di avere una sede come questa, perché rispecchia la Milano vera che si tiene nascosta: quella dei quartieri popolari. La Milano di gente per bene che vive nei quartieri più poveri e che non ha mai smesso di fare segnalazioni, a cui puntuali sono seguite le nostre denunce alle autorità. Come gli anziani, che hanno paura di andare in ospedale o in vacanza per timore che la propria casa venga occupata”.
Di questo si tratta. Le cosche che si occupano dell’affare vendono gli appartamenti statali. Per entrare bisogna pagare somme fino a quattromila euro, e in alcuni casi – solo per gli stranieri – anche un affitto mensile fino a 300 euro, oltre all’istigazione dei residenti all’aggressione verso gli agenti, in caso di sgombero, come ha spiegato il capo della squadra Mobile, Alessandro Giuliano. Agendo in questo modo, poi, le famiglie si garantiscono anche il pieno controllo del territorio, preparato così per lo spaccio di droga, di cui parlano anche i cittadini, riguardo a piazzetta Capuana di Quarto Oggiaro: “È pieno di ragazzini di 12 o 13 anni che girano in bicicletta, soprattutto di sera, e che avvisano i grandi se per caso dovesse passare qualche auto della polizia”. Come in “Gomorra”, ma a Milano.
Il lungo lavoro di “Sos Racket e Usura” ha portato finora un risultato concreto, oltre agli sgombri ai danni della famiglia Pesco – ma si spera che presto si potranno vedere altri frutti di questo duro lavoro sul territorio: il processo al clan palermitano dei Pesco-Priolo-Cardinale, in cui lo stesso Manzi è testimone. Il clan fu incastrato da un video in cui un uomo dell’associazione, oggi in incognito, fingeva di avere urgente bisogno di un’abitazione, e si rivolgeva per questo a Giovanna Pesco, donna del clan, detta “la Gabetti”: “Era stupefacente l’assoluta tranquillità con cui tutta l’operazione si è svolta”, dice l’uomo: “La sensazione di totale controllo del territorio, la certezza che nulla sarebbe mai venuto fuori. Uno stato d’animo di convinzione di una grande copertura. Di affari che sono durati per anni e anni nella convinzione che nulla sarebbe mai stato scoperto”.
Le accuse per il clan che ha continuato a svolgere indisturbato i suoi affari per 13 anni sono di associazione per delinquere finalizzata all’occupazione abusiva e occupazione abusiva continuata di un quarto delle case popolari del popolare quartiere di Niguarda, proprio di fronte all’ospedale. “Il pm Antonio Sangermano mi ha domandato esplicitamente se, prima della nostra denuncia, noi avessimo fatto esposto alle autorità sulla situazione”, dice Frediano Manzi. “E la mia risposta è stata affermativa: il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutti i gruppi consiliari. Lo sapevano tutti, e nessuno è intervenuto. Voglio citare anche l’esposto risalente al 1997 di 9 cittadini di via Luigi Monti al Comune di Milano. Quell’esposto lo dice chiaro e tondo: la cosca Pesco-Priolo-Cardinale spaccia e fa racket degli alloggi almeno da quella data, e si è resa colpevole, tra l’altro, in quel periodo, di 5 omicidi per tossicodipendenza e un suicidio”.
A oggi l’attività di “Sos Racket e Usura” e dei suoi coraggiosi volontari ha permesso di denunciare alle autorità competenti centinaia di casi di usura, pizzo e racket delle case popolari a Milano, cavando fuori a fatica briciole di omertà ai suoi cittadini.