La giornalista francese che racconta la Calabria

(da Calabria Ora)
“Io rimango convinto che un giornalista non è un ragazzo del coro e che il suo ruolo non è quello di precedere la processione, la mano immersa in un cesto di petali di rosa. Il nostro compito non è non fare del male, è di portare la penna nella ferita ». Così diceva Albert Londres, giornalista francese morto nel 1932 dopo aver raccontato l’Italia della prima Guerra Mondiale, le prigioni della Cayenna, l’Albania, i giovani, i poveri, gli infami. Era un uomo curioso e testardo che osservava il mondo, e comunicava le sue impressioni come un dovere. Londres lottava, attraverso i suoi scritti, contro le ingiustizie, le assurdità e le contraddizioni del potere. La sua lotta era contro il silenzio dell’informazione. Ed con questo spirito che è stato istituito, nel 1933, il premio « Londres » per i giornalisti francesci, sotto i 40 anni, che con i loro reportages hanno descritto realtà, luoghi, persone.
Vincitrice del premio per il 2010 è Delphine Saubaber, trentaduenne giornalista francese de L’Express, con 4 reportages. Uno su Karadzic, uno sulla Romania e due sulla Calabria. Una Calabria conosciuta anche attraverso reportages di altri colleghi ma che Delphine ha voluto “vivere” sulla sua pelle. E’ stata a Rosarno, ha parlato con la gente, ha sentito testimoni. Ha toccato con mano la realtà e l’ha raccontata con le sue parole, con quello che i suoi occhi avevano visto e le sue orecchie udito, proprio nello spirito di Albert Londres “portare la penna nella ferita”. Dal suo lavoro ne è uscito un ritratto obiettivo, sincero, umano della terra e della gente calabrese.
Delphine è legata all’Italia, anche per i suoi antenati. Tanti sono i suoi reportages sulle mafie, tutte. E’ una giovane curiosa, attenta ai sentimenti che non si accontenta mai e che non accetta la verità “appararente” e che cerca sempre di andare oltre.
Cosa vuol dire per una giornalista giovane come te vincere un premio come l’Albert Londres?
E’ una emozione indefinibile, un immenso onore che mi e’ stato dato. Il premio Albert Londres , il più prestigioso per noi, e’ un mito di cui si osa appena sognare. Ricompensa il lavoro del “grand reporter” nella sua dimensione dell’ impegno . Da 2 anni, il mio capo mi spingeva a partecipre ma non mi aspettavo di vincerlo.
E cosa hanno rappresentato i 4 reportage che hai scritto?
Una convinzione, di incontri rari ed eccezionali con delle persone che hanno accettato di raccontarmi la loro storia e di fidarsi di me, come Angela Donato, questa madre calabrese, ex moglie di boss, che ha visto il suo figlio ucciso dalla ‘ndrangheta. e che osa parlare, in questa terra di spariti, e combatte la mafia con la sua parola. Come i rumeni che mi hanno raccontato la loro tragedia personale, dopo aver scoperto, con l’apertura recente degli archivi de la polizia politica di Ceausescu, che un membro della loro famiglia, una moglie, un amico, aveva dato per anni delle informazioni su di loro alla terrificante Securitate … Come gli immigrati che si sono nascosti nella campagna di Rosarno, dopo la caccia all’uomo in Calabria, una storia molto più complicata di un semplice atto di razzismo come abbiamo voluto vederlo … Ho anche raccontato la storia della fuga di Karadzic, convertito in Guru per nascondersi.. Non dimenticherò mai tutte queste storie, queste persone e questo premio rende omaggio a loro prima di tutto. Come rende omaggio al lavoro dei combattenti antimafia che mi hanno aiutato e che ringrazio infinitamente, perchè la giuria ha preso in considerazione proprio il lavoro sulla Ndrangheta.
Tu hai scritto molto di Italia e di mafie. Perché? Cosa ti ha spinto a conoscere così profondamente questo fenomeno?
Ho sempre lavorato sul fenomeno della violenza, anche prima di arrivare agli esteri, quando mi occupavo della società francese. Perchè l’essere umano mi appassiona, e perchè la violenza è spesso un sintomo sociale e politico interessante che permette di capire molte cose, di affrontare molte domande, il sistema del potere, dell’ economia .E il mio interesse per la mafia è nato sia dal fatto che, per il giornale, mi occupo di Italia, sia perchè ho delle origini italiani … Poi le terre di mafia sono terre forti, coinvolgenti, eloquenti dove il peggio convive con il meglio, l’eroe convive con il carnefice, la compromissione, la complicità, la debolezza … Si trovano tutte le tipologie di uomini si trovano. Non si può fare al meno che interessarsi…
Angela Corica, una ragazza di poco più giovane di te, che fa la giornalista in una terra come la Calabria. Cosa ti ha colpito di lei?
Ho ammirato la sua volontà, la sua tenacità ad esercitare il suo mestiere in condizioni difficili, di lottare ogni giorno contro l’indifferenza e qualche volta l’avversione. Nella solitudine. Questi giornalisti che hanno subito minacce ma che continuano a fare informazione malgrado tutto, fanno onore al mestiere. E’ profondamente scioccante vedere un giornalista dover lavorare sotto scorta o con una minaccia di morte sopra la testa.
Che immagine si ha, in Francia, dell’Italia in generale e delle regioni più colpite dal fenomeno mafioso?
L’Italia è un paese affascinante. Per molti francesi. Però è anche un paese complesso, difficile da capire, e quindi spesso lo si riduce ad un cliché, come la mafia, ovviamente. Ma della realtà profonda della mafia, dei suoi grovigli complessi, economici politici, delle sue risorse umane e finanziarie, di questa atmosfera così particolare, i francese sanno poco, in fondo. La parola ‘Ndrangheta’ è largamente sconosciuta per esempio. E poi, dell’Italia, tengono in mente anche Berlusconi, ovviamente …
Ed è vero che parlare di questi fenomeni provoca gravi danni all’immagine del paese come dice Berlusconi?
La presenza della mafia, che supera oltre tutto, largamente le frontiere dell’Italia per diventare un problema europeo, certamente non aiuta a “magnificare” l’immagine del paese. Però il fatto di vedere gente lottare contro questo fenomeno, invece che contribuire a soffocarlo e tacerlo, è ,al contrario, un onore. I giornalisti non sono qui per imbellire o imbruttire l’immagine di un paese, non è questo il punto…
Ed è proprio questo il punto: i giornalisti devono raccontare quello che vedono, sentono. Sono un po’ come il medico che ci dice e ci spiega la malattia che abbiamo. Certo è doloroso, qualche volta non vorremmo ascoltare. Ma conoscere il male da cui si è afflitti rende più facile la cura. E poi come diceva Albert Londres il giornalista “deve mettere la penna nella ferita”.