Finalmente una buona notizia. Il Ministro Bondi non andrà al Festival di Cannes a rappresentare l’Italia

(da Draquila)

(di Katia Ippaso da Gli Altri)

Finalmente una buona notizia: il ministro Bondi non andrà al Festival di Cannes a rappresentare l’Italia. Niente cerimonie ufficiali, nessuna dichiarazione retorica, nessuna cela di gala. L’Italia in cravatta, guardie del corpo e vocine robotiche, latita una delle più importanti occasioni mondane. Questo perché il film di Sabina Guzzanti ha provocato un eccesso di bile nell’anatomia imperfetta del ministro della cultura, rivelando, in fondo, una falla all’interno del sistema di potere. Invece di dare il suo pericoloso consenso, Bondi si è fatto altare la giugulare e ha gridato ai quattro venti: “Esprimo rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda, che offende la verità e il popolo italiano”.
A questo punto c’è soltanto da sperare che il ministro non torni sui propri passi. Se, come ha minacciato, non passeggerà con aria soddisfatta e complice sui tappeti rossi della Croisette (dal 12 al 23 maggio), vuol dire che le opere hanno qualche speranza di farcela da sole.
In mancanza di una “rappresentanza”, il cinema può per una volta lasciare a se stesso la possibilità di “rappresentarsi” e soprattutto di mandare avanti la propria “rappresentazione” della realtà. Il che vuol dire che Sabina Guzzanti, con il suo Draquila, potrà godere del privilegio non solo di essere “fuori concorso” ma anche “fuori” dalla benedizione di questo governo. Non c’è una situazione migliore per conservare la propria indipendenza intellettuale e morale. Per non parlare della pubblicità involontaria che il ministro, nella sua cecità di censore (i censori del mondo non hanno mai brillato per intelligenza strategica), sta regalando all’ “affair Draquilia”, per cui sono stati riesumati Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci, Il Decameron di Pasolini, Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, per citare soltanto alcuni dei celebri casi di film censurati in Italia. In questo caso non è stato apposto nessun bollino proibitivo né è stato fatto nessun taglio da arte di una commissione che vigila sul senso del pudore e sulla errata o legittima rappresentazione del nostro paese del mondo. Ma il clima che si respira oggi in Italia ci riporta a certi periodi e certi esempi della storia che non hanno brillato per democrazia. I colleghi di Sabina Guzzanti, da Salvatores a Virzì, gridano allo scandalo, Monicelli rievoca il monito andreottiano “i panni sporchi si lavano a casa propria”. E’ lo stesso monito che ha mosso il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel momento in cui (dimenticando che il libro è edito da Mondadori), ha attaccato Gomorra di Saviano: “La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c’è stato un supporto promozionale che l’ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese”.

Questa volta, l’oggetto del discorso non è la camorra, ma lo stesso Silvio Berlusconi. Il documentario di Sabina Guzzanti ricostruisce, attraverso una inattaccabile documentazione, il clima di intimidazione, violenza e manipolazione che ha segnato i mesi seguenti al terremoto in Abruzzo. Il disegno che ne emerge è di una chiarezza esemplare, e dobbiamo ammirare il coraggio di questa donna che con ostinazione si è messa a trafficare tra le carte, interrogare i cittadini dell’Aquila, interpellare magistrati, ex funzionari della Protezione Civile, sindacalisti, per ricostruire alla fine un puzzle angosciante dello stato delle cose. “Ma è una dittatura!” ha esclamato una signora alla fine della proiezione del film in un cinema romano. Come va chiamata in effetti se non dittatura quella mostruosa alleanza tra affari, edilizia e occupazione militare di una città?
Il documentario di Sabina Guzzanti ha molti pregi e un unico grande difetto: non c’è bisogno che l’intervistatrice dica “è spaventoso” commentando le parole o le immagini che va raccogliendo. La cosa in sé è già abbastanza orrenda. Si racconta da sola.
Al tempo stesso, è anche vero che la notorietà di Guzzanti la obbliga in qualche modo a stare in campo, ad accompagnare la sua opera “in presenza” e “in voce”. Al di là della sua qualità estetica, il film è un ibrido, interessante, stringente, un veicolo di conoscenza e d’informazione.
Che Draquila, allora, se ne vada a Cannes senza padrini che benedicono e assolvono ad ogni loro passaggio, è un buon risultato, un fatto da considerare con attenzione.
Per due ragioni. La prima è stata già detta: l’opera prende l’aereo da sola e da sola si sottomette al giudizio del pubblico.
La seconda riguarda la natura imperfetta di questa nostra supposta dittatura. Il potere oggi è più sofisticato di un tempo: non lavora sulla censura, ma sul consenso. E’ un organismo capace di trasformare tutto in merce e di assorbire nella lucente macchina propagandistica anche i dissidenti, di anestetizzarli e lucidarli a nuovo.
La rabbia di Berlusconi nei confronti di Gomorra, l’indignazione di Bondi contro Draquila, vanno letti come sintomi di un impero in disfacimento, come gesti di vistosa debolezza che non può che giovare a chi in Italia esercita la critica.
Questo privilegio va considerato però in seno relativo, e non assoluto. E qui ritorna in ballo l’arte.
Sabina Guzzanti ha fatto il suo lavoro e si è assunta una responsabilità collettiva. La sua opera va protetta difesa e applaudita, perché fa informazione sul presente e ci aiuta a leggere i meccanismi occulti e marci del potere. Qui, ora, subito.
L’arte invece ha percorsi differenti, più lenti. Nella dialettica tra memoria e dimenticanza, gioca una parte delicata, ambigua. E sarà il tempo a fare da unico vero giudice dell’opera d’arte.
Per questo, l’artista non andrebbe issato sul trono, ma lasciato in pace, a lavorare nell’ombra. “Io sono stato assistito fin troppo – diceva Carmelo bene in una storica puntata del “Maurizio Costanzo Show” – Io chiedo ora di essere trascurato, chiedo l’oblio di me. Già sono sfuggito alle apprensioni di mia madre…voglio sfuggire ora alle apprensioni dello Stato e degli altri”.Niente cerimonie ufficiali, nessuna dichiarazione retorica, nessuna cela di gala. L’Italia in cravatta guardie del corpo e vocine robotiche latita una delle più importanti occasioni mondane. Questo perché il film di Sabina Guzzanti ha provocato un eccesso di bile nell’anatomia imperfetta del ministro per la cultura, rivelando, in fondo, una falla (e in fondo un’umanità) nel sistema del potere. Invece di dare il suo (cannibalico) consenso, Bondi si è fatto saltare la giugulare e ha gridato ai quattro venti: “Esprimo rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda, che offese la verità e il popolo italiano”.