Lettera al direttore

Natangelo MalitaliaCaro direttore,

“Non bacio le mani”. È uno slogan denso di significati, pieno di speranza, carico di indignazioni. Non bacio le mani ai boss della camorra, della mafia, della ‘ndrangheta. Non bacio le mani ai colletti bianchi, ai signori della borghesia mafiosa che ripuliscono il danaro accumulato grazie agli gli omicidi, alle stragi, alla droga, al pizzo, agli appalti truccati. Non bacio le mani ai politici eletti con i voti dei boss e a quelli che predicano il futuro e il rinnovamento, agitano le bandiere del riscatto civile e della democrazia incollati alle loro inutili ed eterne poltrone. E non bacio le mani a chi fa antimafia di parte. Quella che se serve a colpire il mio nemico promuovendo l’indignazione, denunciando soprusi e collusioni, voti sporchi e voti comprati, quella che va bene perché emoziona, affascina, indigna, mobilita, offre palchi e luci della ribalta. Ma poi, se a vincere e con gli stessi metodi, le identiche collusioni, gli stessi pacchetti di voti che a Casal di Principe, a Reggio Calabria, a Napoli o a Palermo si spostano come per miracolo divino di elezione in elezione, allora no, va tutto bene, perché questa volta a “salire”, ad occupare la poltrona piu’ prestigiosa al Comune, alla Provincia, alla Regione e finanche al Parlamento è l’amico mio. E allora non mi indigno più, non vedo, non sento, non parlo. Sono una scimmietta saltellante e con gli occhi sbarrati dall’opportunismo. Divento supergarantista. Ora ragiono, valuto, distinguo . E… le mani questa volta le bacio.

“Non bacio le mani” è l’iniziativa di un editore calabrese, Florindo Rubbettino, che pubblica tanti libri, di diversa natura, di autori con culture e storie diverse, che sulle mafie, sulla loro narrazione, sull’analisi dei fenomeni, hanno mille punti di vista, ma li pubblica quei libri. Partendo proprio dalla Calabria, terra di violenze e contraddizioni, di carnefici, vittime, ma anche di grandi eroi civili, di immense povertà e inesplorate ricchezze, vuole continuare a pubblicarli e a promuoverli. In tutta Italia, in tutte le librerie italiane, quelle piccole e le catene, i grandi supermarket della cultura. È una sfida, coraggiosa, al limite della più totale incoscienza, perché lanciata nei giorni in cui l’uomo più potente d’Italia, Silvio Berlusconi, capo del governo, ma anche editore della più grande e ricca casa editrice italiana, e detentore dell’informazione tv, di giornali, agenzie di stampa, siti web, dice che no, così non va. Che pubblicare libri sulla mafia, finanziare film e fiction che parlano di camorre, ‘ndranghete, boss e malacarne, è un vero danno che si fa al bel nome dell’Italia. Che scrittori grandi e piccoli, da Saviano al più sfigato blogger del più sperduto anfratto della Calabria, sono la peste che ammorba l’immagine del Paese all’estero.

Insomma, come dicono a San Luca, come ripetono a Casal di Principe, come sussurrano a Corleone e nelle mille altre capitali della mafiosità italica, la mafia non esiste e se c’è è perché qualcuno ne parla e ne scrive. Maledetti infangano il nome dell’Italia, ma anche della nostra terra. Quante volte ci siamo sentiti ripetere questo ritornello in giro per i luoghi piu’martoriati del Sud. Quante belle voci, e non solo di politici, ci hanno detto che no, San Luca non è solo Duisburg, donne ammazzate a Natale, maiali maschi scannati in una porcilaia e bunker, arsenali, armi buone per una guerra. Quante volte a Casal di Principe ci siamo sentiti ripetere che “Saviano è nu strunz” che si è arricchito con “Gomorra” e che lì la camorra non esiste. Pure quando sparano a sei “negri” innocenti, pure quando soffocano la vita delle gente onesta, pure quando tolgono finanche l’aria ai giovani senza più speranze. Basta: i peggiori nemici del Sud sono quei meridionali che non vedono, ciechi che non si accorgono del sangue che scorre, muti di fronte alla violenza, e quegli innumerevoli “paglietta” sempre pronti a cianciare di Magna Grecia, illustri filosofi, tradizioni, culture, ingiustizie storiche subite dalle nobili stirpi meridionali. Storditi dalle loro chiacchiere da quattro soldi non sentono il crepitare dei mitra che seminano morte e desolazione a quattro passi dai loro impolverati salotti.

Rubbettino e il suo giovane staff hanno scelto un’altra strada, quella della parola. Che sia analisi, approfondimento, reportage giornalistico, ma che sia parola. Narrazione, racconto degli eventi, delle storie, dei drammi di una terra che vive sotto il tallone di ferro di una mafia tra le più ricche, potenti e spietate a livello mondiale. Il contrario del silenzio e dell’omertà berlusconiane. È un grande atto di coraggio che la Calabria, come la Campania e la Sicilia dovrebbero assumere come proprio. “Io non bacio le mani” dovrebbe diventare il brand dei migliori prodotti calabresi, dai libri ai giornali che qui vengono stampati ed editati, dalla liquirizia ai peperoncini al tonno. Tutti non baciamo le mani, dei boss, dei politici corrotti, dei trasformisti, dei pavidi e degli opportunisti che agitano la bandiera dell’antimafia per quattro soldi e un lembo di potere. (Da Calabria Ora 21 aprile 2010)