La Chiesa è di tutti

(di Paolo Pollichieni)

“La Chiesa è di tutti”, la frase che ripetevano un po’ tutti ieri a Sant’Onofrio. Dal discusso priore Michele Virdò (che rifiuta di consegnare alla magistratura l’elenco degli iscritti alla sua confraternita) a Nicola Bonavota, figlio del boss uscito con un’assoluzione piena dai processi contro l’omonimo clan. Non dovrebbe essere così perché una Chiesa che ritiene di dover alzare steccati contro i divorziati, i gay e gli abortisti non può spalancare le sue porte a chi uccide, estorce, traffica droga, azzera la legalità ed impone la supremazia mafiosa.

Oggi molti parlano di una pagina positiva scritta a Sant’Onofrio. Non siamo tra questi. Cosa c’è di positivo in una rappresentazione sacra seguita a spari e intimidazioni e praticata in un ambiente blindato, dove i cittadini erano solo comparse strette tra forze di polizia, politici in passerella e “bravi ragazzi” costretti a far pace solo “per non dare sazio agli sbirri”? E cosa c’è di positivo in un’omelia che non riesce a pronunciare la parola ‘ndrangheta ed il massimo che concede è di definire i bulli che si contendono a colpi di pistola il “prestigio” di portatori delle statue sacre “persone che hanno preso strade deviate”? Quasi a voler restare coerenti con la sottovalutazione suggerita dal nuovo governatore della Calabria, che ieri proprio a Sant’Onofrio asseriva che “la presenza criminale rappresenta solo una rumorosa minoranza che non fa paura alla nuova stagione che si è aperta in Calabria”.

E’ semmai, quella di Sant’Onofrio, un’occasione mancata per cominciare a voltare pagina in un’ancestrale e brutta storia di commistione tra sacro e profano, dove nei riti della chiesa più legati alla tradizione popolare si annidano costumi mafiosi e ostentazioni.

Scrive lo storico Isaia Sales nel suo pregevole volume “I preti e i mafiosi”, che “Sono duecento anni che esistono le mafie in Italia. Se non sono state ancora sconfitte vuol dire che i motivi del loro «successo» non sono stati completamente individuati”. E nel suo libro affronta il tema delle responsabilità della Chiesa cattolica e dei suoi esponenti nell’affermazione delle organizzazioni mafiose, esaminando l’apporto culturale che direttamente o indirettamente la dottrina della Chiesa ha fornito al loro apparato ideologico.

“Come spiegare il fatto – si chiede Sales – che in quattro «cattolicissime» regioni meridionali si siano sviluppate alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo? Come spiegare che la maggioranza degli affiliati a queste bande di assassini si dichiarino cattolici osservanti? Che rapporto c’è tra cultura mafiosa e cultura cattolica? E perché questo rapporto non è stato mai indagato in sede storica e, invece, è sempre smentito o sottovalutato? Fino a pochi anni fa la Chiesa ha taciuto sulle mafie, non le ha mai considerate nemici ideologici. Oggi il silenzio è stato in parte interrotto, ma moltissimi preti continuano a tacere o a essere indifferenti al tema”.

Ecco, da Sant’ Onofrio oggi arriva intera la conferma a questo “doppio binario”: da una parte la chiesa che “accoglie tutti”, dall’altra quella che considera un dovere cristiano lottare la ‘ndrangheta. Da un lato i presuli che nelle loro omelie ribadiscono che “la chiesa accoglie non condanna”, dall’altra i parroci che non volendo “accogliere” vengono affrontati e minacciati pubblicamente.

Tutto questo diciamo non  certo con intenti scandalistici e neanche perché preda di un pregiudizio anticlericale. Anzi, è l’esatto contrario perché, come Isaia Sales, coltiviamo la convinzione che senza il sostegno culturale della Chiesa le mafie non si sarebbero potute radicare così profondamente nel Sud del nostro Paese. Il successo di queste organizzazioni criminali rappresenta dunque un insuccesso della Chiesa cattolica ma, al tempo stesso, senza una Chiesa realmente e cristianamente antimafiosa la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga e forse anche impossibile.

Sant’Onofrio e la sua “Affruntata”, dunque, come paradigma che riattualizza un inquietante domanda: la ‘ndrangheta avrebbe potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia della Calabria e dell’intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avesse beneficiato del silenzio, della indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale di una teologia che trasforma degli assassini in pecorelle smarrite da recuperare piuttosto che da emarginare dalla Chiesa e dalla società?

La risposta è no.