I rapporti mafia-politica nella Calabria del 1955

(Tratto da CalabriaOra – di Domenico Logozzo)

Corrado Alvaro

Corrado Alvaro

Il reportage dell’Espresso, Alvaro e i nostri giorni.
«Intervengano energicamente le Autorità contro i pericoli che incombono alla gioventù, avvicinata e sfruttata a soli fini di interesse personale, politico, o peggio ancora invitata a fare parte di tenebrose società segrete, sempre condannate dalla Chiesa e da ogni coscienza onesta».
Il grido d’allarme dell’arcivescovo di Reggio Calabria, monsignor Giovanni Ferro, risale al 15 agosto del 1955.
A sottolinearlo con il giusto risalto era stato il primo numero de “L’Espresso” del 2 ottobre 1955, il mitico settimanale diretto da Arrigo Benedetti. L’intera terza pagina era stata dedicata all’“Operazione Aspromonte, psicologia della macchia”, con un commento di Corrado Alvaro ed un coraggioso reportage di Luigi Locatelli, dal titolo piuttosto significativo: «Dietro la caccia ai banditi, lotta fra le correnti democristiane».

E ne spiegava con dovizia di particolari i motivi, confermando quello che adesso è sotto gli occhi di tutti: l’onorata società è legata alla politica da interessi che vengono da molto lontano. E che per questo bisogna cercare una volta per tutte di tentare di sradicare. Con i fatti. Non a parole. Rileggiamo Luigi Locatelli, per capire meglio le radici di una illegalità dilagante che oggi paralizza larghissimi settori della Calabria: «Negli ultimi otto anni, Vincenzo Romeo ha creato un tipo di bandito del tutto nuovo in Calabria che imita lo stile di Giuliano. Benché condannato per rapine e omicidi, è sempre vissuto nella sua casa di Bova Superiore, commerciando in bestiame e controllando la concessione degli appalti per la costruzione di case coloniche e di cimiteri, in società con il fratellastro Domenico Larizza, che il 10 settembre è stato condannato a cinque anni di confino. L’impresa edilizia gli procurava notevoli guadagni mentre le tombe assicuravano un comodo e sicuro rifugio per sé e per i suoi compagni di banda. Diventato ricco e potente, mise la sua influenza a servizio dei candidati alle lezioni amministrative e politiche, ricevendo compensi che variavano da uno a quattro milioni».

espresso 1955

L'Espresso del 1955

Questo accadeva 55 anni fa. Mafia-politica: binomio subito solido. Tanto che “L’Espresso” era riuscito a fare anche un po’ di conti e di stabilire che tutto sommato, la «propaganda di Romeo era meno costosa dei comizi e dei manifesti e molto più efficace: oggi a Reggio Calabria si fanno i nomi di deputati e di sottosegretari che sarebbero stati eletti per suo merito, ma l’omertà e la paura delle vendette rende le confidenze estremamente caute». Capito da dove provengono le storture di adesso? I pesanti condizionamenti, le “elezioni deviate”, le “urne sporche” hanno luoghi di nascita ben definiti, intrecci e patti fin troppo profondi. Qualche tempo fa è scoppiata la polemica sui “voti indesiderati della ’ndrangheta”. Non è un una situazione da sottovalutare, ma una questione da affrontare con la massima serietà, a partire dalla magistratura e delle forze dell’ordine che hanno il dovere di vigilare sul democratico svolgimento della consultazione in Calabria. Il giudice Gratteri è stato molto chiaro: boss e politici tuttora sono in contatto per concretizzare patti scellerati che devastano il tessuto sociale e civile. Scende la fiducia nello Stato.

Per l’ennesima volta – ci raccontano le cronache – la Calabria è avvelenata dai sospetti e dalle accuse di pesanti collusioni. Si cercano le prove. Un lavoro investigativo molto delicato. I sofisticati mezzi usati dall’“Onorata società” spesso sono tecnologicamente più evoluti di quelli in dotazione alle forze dell’ordine. Schede di cellulari usate per pochi secondi e subito buttate via, per non essere individuati. Apparecchi modernissimi che intercettano i movimenti di polizia e carabinieri. Bunker inaccessibili, dotati di tutti i confort. Come sono diventati criminalmente evoluti i figli dei contadini e dei pastori che una volta popolavano l’Aspromonte! Adesso usano i computer per essere sempre collegati con le “cosche” operanti negli Stati Uniti, in Canada, in Columbia e tutte le altre aree del mondo dove la ’ndrangheta fa affari. Comunicazioni moderne.

Tra pizzini e cronache del passato emerge che nel 1955 Vincenzo Romeo aveva fatto sapere dal suo nascondiglio sull’Aspromonte di avere scritto un memoriale dove svelava «i rapporti avuti con alcuni uomini politici, di cui conservava anche le lettere». Viene utilizzato il ricatto come arma per “proteggersi” dall’azione di repressione che un settore della politica –molto probabilmente per fini elettorali – intendeva mettere in atto. Il giornalista dell’Espresso svelava i «movimenti politici» di allora affermando che «l’operazione Marzano è stata voluta dall’attuale direzione democristiana per motivi politici. A ogni nuova elezione diminuivano i voti dei partiti di centro, a vantaggio dei monarchici e dei comunisti,e la democrazia cristiana stava per essere affogata dai due gruppi di avversari. La destra Dc era in maggioranza, sostenuta anche dai liberali, dai monarchici e dai potenti capi dell’onorata società, con i quali aveva interessi comuni da difendere e si opponeva alla linea politica del partito. I giovani della corrente fanfaniana, organizzati dal commissario straordinario, il dottor Marino Maestri, scalpitavano impotenti, malgrado fossero appoggiati dall’arcivescovo monsignor Ferro».

Giovanni Ferro, Giulio Pastore, Vittorio Barone Adesi

Reggio Calabria 1958. Da sinistra: l'Arcivescovo Monsignor Giovanni Ferro, il Ministro della Cassa per il Mezzogiorno Giulio Pastore e il Sindaco di Reggio Calabria Vittorio Barone Adesi.

Ecco, il ruolo della chiesa aveva un dimensione importante. Attiva. E si faceva sentire. Oggi è opportuno che sulle orme di monsignor Ferro riprenda il giusto e buon cammino di un impegno sociale e morale teso all’effettivo rispetto delle regole, per non umiliare ulteriormente l’uomo e la democrazia. C’è troppa prepotenza in giro, troppa arroganza, poco, pochissimo rispetto della persona umana. Legge calpestata. «Lo Stato è un infiltrato in Calabria», ha detto con amara ironia il procuratore della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi, intervendo alla presentazione del libro di Nicola Gratteri La Malapianta. Quanta verità c’è in questa affermazione, frutto della conoscenza di una società dove la ‘ndrangheta si sente più forte ed autorevole dello Stato! Obiettivamente la situazione è drammatica. Le elezioni del 28 e 29 marzo debbono segnare davvero una volta. Per il bene della Calabria. Gran parte del territorio e nelle mani delle cosche. «Eppure – scriveva Luigi Locatelli nel 1955 – per restaurare il rispetto delle leggi, forse, sarebbe stato sufficiente mettere a disposizione del questore Pietro Sciabica, allora in carica, altri reparti di polizia e rifornire gli automezzi d benzina necessaria; così la situazione permetteva di raggiungere obiettivi più lontani: colpire cioè i capi mafia che organizzavano la campagna elettorale degli avversari».

Capito: anche allora scarseggiavano i mezzi e la benzina! Sembra storia d’oggi. Con i capimafia che gestiscono pacchetti consistenti di voti. Perché il “repulisti” non c’è stato? Perché la mafia è cresciuta ed è diventata sempre più potente? Corrado Alvaro, aveva individuato fin da subito i “punti deboli” dell’“Operazione Aspromonte”, iniziando così la sua nota sulle condizioni in cui si erano venuti a trovare i contadini ed i pastori dell’Aspromonte in seguito alle nuove operazioni di polizia contro il banditismo e la malavita: «Con uno spiegamento di inviati speciali, la stampa italiana si è buttata sull’“Operazione Aspromonte”, secondo il termine cinematografico adottato per l’occasione. In verità, vi si gira un filmetto mediocre che non vale tanta pubblicità. I Romeo e i Macrì sono esistiti da cinquant’anni, lo sanno i prefetti che si sono succeduti nella provincia, devono saperlo le forze dell’ordine nei vari comuni. Una normale operazione di polizia, e meglio una consistente azione della polizia, poiché i nomi degli affiliati al banditismo li conoscono perfino i ragazzi della provincia di Reggio Calabria, sarebbero bastate a ripulire l’ambiente, a evitare le reviviscenze, e a scongiurare le dicerie dei reggini, secondo cui l’azione, con l’apparato di uno stato di assedio, sarebbe stata intrapresa soltanto perché un sottosegretario di Stato calabrese è stato per errore fatto segno ad un assalto dei banditi».

E Luigi Locatelli, a questo proposito è stato più esplicito: «Sette incauti ricattatori, scambiando l’automobile dell’on. Capua, sottosegretario all’Agricoltura, per quella dell’industriale Rullo, al quale avevano imposto una forte taglia, hanno fatto scattare l’“Operazione Aspromonte”. Ricorda poi “L’Espresso”: «Seguirono contrasti molto confusi, poi è incominciata, violenta, la reazione dei personaggi minacciati,direttamente o indirettamente, dall’azione della polizia». Molto duro Alvaro: «Si cercano le connivenze con i “galantuomini”. Ma è da tempo che si sono chiusi gli occhi sulla loro forzata acquiescenza». E infine: «Il problema della società calabrese è un problema di lealtà». Ancora oggi. Purtroppo.