Rai per una notte. Informare libera la mente

Barbara Serra

Barbara Serra

Seimila dentro al Paladozza, altrettanti fuori ad osservare il maxischermo di “raiperunanotte”. Centoventi mila accessi contemporanei sul web, superando anche i numeri del primo V-day di Grillo. Il più grande evento italiano della rete si è celebrato all’interno del Palazzo dello sport di Bologna, adibito a studio televisivo. Tanti gli ospiti celebri e tanti gli applausi che si sono susseguiti nel corso delle tre ore di trasmissione.

Il “leit motiv” della serata? Ovviamente la libertà di informazione. Quella libertà violata dalla sospensione dei talk show politici nel mese di campagna elettorale.

Una anomalia tutta italiana. È curioso, infatti, poter osservare quello che, disgraziatamente, sta accadendo nel nostro Paese attraverso occhi terzi.

È Barbara Serra, nata a Milano, cresciuta a Copenhagen e trasferitasi a Londra, a raccontarci questa singolarità tutta italiana. La giornalista di Al Jazeera e collaboratrice della Rai ci spiega come l’Inghilterra abbia un approccio tutto diverso al servizio pubblico ed al giornalismo.

In Inghilterra tra poco ci saranno le elezioni – afferma – e la BBC ha numerosi programmi di approfondimento e di dibattito. Ha anche lei il canone, proprio come la Rai. Ma a me sembra che questo canone in Inghilterra sia funzionale al popolo, al pubblico. La Rai non è altro che un’azienda per i politici”. Si chiama, infatti, servizio pubblico. Ed è semplicemente un servizio che il pubblico richiede all’azienda. “All’estero – continua – la stampa non parla molto del problema liste nel Lazio e in Lombardia. Non parla neppure delle telefonate tra Berlusconi e l’Agcom, l’autorità di garanzia. Sembra quasi che queste cose siano divenute abitudine in Italia, e i giornali non si stupiscono più di certe anomalie, tutte italiane.

È interessante, inoltre, poter comprendere la differenza dell’idea di giornalista in campagna elettorale. “A pochi giorni dalle elezioni non si è parlato di temi. Nessuno conosce i programmi dei candidati. Non ci sono domande aggressive da parte dei giornalisti. Non c’è approfondimento. Qui in Italia non si fanno domande e i politici non accettano quelle scomode. Quando arrivai a Londra mi dissero che per fare il giornalista dovevo fare arrabbiare ogni giorno qualcuno. È questo il nostro compito”.

Il giornalismo come cane da guardia del potere. Quel giornalismo che aiuta a capire, a farsi un’idea. Che informa. È questo che il pubblico chiede. E ieri sera ne abbiamo avuto esempio.

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