Manette al fratello di Messina Denaro. Ora “U siccu” è ancora più solo

Arresti a Trapani

Operazione Golem 2. Arresti a Trapani

Chiddu ‘u siccu è sulu”, dicono i mafiosi. Il boss è solo. Giuseppe Linares, Raffaele Grassi e Teresa Principato, non hanno dubbi: la cattura di Matteo Messina Denaro ora è più vicina.

Con “Golem 2” e i fermi di ieri la sua rete di fiancheggiatori è stata praticamente debellata.
Il primo è il capo della Mobile di Trapani che da anni dà la caccia all’uomo latitante dal 1993, il secondo è un alto dirigente dello Sco, Teresa Principato è pm dell’antimafia palermitana. Matteo Messina Denaro è “il capo e l’organizzatore di Cosa Nostra nell’intera provincia di Trapani e della Sicilia Occcidentale – si legge nell’inchiesta delle Dda – ma impartiva ordini e direttive anche su Palermo”. E quando dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, all’interno di Cosa Nostra si discute di ricostituire la “Commissione provinciale”, Giuseppe Scaduto, boss di Bagheria, invita gli altri capi a parlarne con Matteo. “Io sono in contatto con lui, se avete di bisogno…”. Ma Matteo Messina Denaro – ‘U Siccu per i suoi, Diabolik, secondo il soprannome che si è dato lui stesso – non è d’accordo. È Scaduto a rivelare un pizzino del boss che contiene una frase perentoria ed eloquente. “Noi non conosciamo a nessuno, per come siamo stati… siamo in rapporti con tutti… chi ha di bisogno siamo a disposizione… per altre cose non riconosciamo a nessuno”.

Così parla un vero capo. Matteo Messina Denaro, scrivono i magistrati palermitani, “pur non potendo formalmente rivestire cariche verticistiche dentro Cosa Nostra palermitana, si poneva e si pone come l’unica figura carismatica a tutt’oggi capace di imprimere le linee strategiche dell’intera organizzazione e il cui orientamento finisce per assumere carattere imperativo”.
Scaltro, prudente fino alla paranoia, “’U siccu” comunicava con la sua rete tramite i “pizzini”. Come Bernardo Provenzano, ma più preciso, più maniacale. “Non si può cugghiuniari”, è l’imperativo categorico trasmesso ai suoi.

Arresti a TrapaniQuei pizzini – arrotolati e chiusi con il nastro adesivo – Matteo non li scriveva neppure di suo pugno, si avvaleva di uno scrivano.
Chi li riceveva aveva l’obbligo di bruciarli appena letti. E venivano consegnati a scadenze precise. Solo tre volte l’anno e in date rigidamente prestabilite: a fine gennaio inizi febbraio, a fine maggio e inizi giugno, a fine settembre e inizio ottobre. Per questo ‘U siccu si imbestialì quando nel covo di Binnu Provenzano vennero trovati alcuni pizzini che lui aveva inviato al grande capo.

E il boss fu costretto addirittura a scusarsi con Antonio Vaccarino: “La informo che nelle mie lettere che hanno trovato a lui – Provenzano, ndr – si parla anche di lei… Capirà da sé che ci sono persone, a me vicine e care, che ora sono nei guai, compreso lei, e mi creda sono imbestialito anche se mantengo la calma, perché l’ira non porta a niente, e sono anche troppo addolorato e dispiaciuto, ma questo è un fatto che concerne solo il mio intimo”.

Diciannove fermi, una intera rete fatta di picciotti, boss, e insospettabili, capeggiata da Salvatore Messina Denaro, il fratello di Matteo. Detto “caché” ed ex impiegato della Banca sicula di proprietà del senatore Antonio D’Alì, eletto a Trapani nelle fila del Pdl, Salvatore è considerato il reggente della cosca. “La testa fuori dell’acqua”, come dicono i mafiosi. Prima di lui a governare gli interessi della “famiglia” era Filippo Guttadauro, fratello del boss Giuseppe e cognato di Matteo Messina Denaro. “Il mio parente”, lo chiamava, e diceva ai suoi di indicarlo nei pizzini con “il numero 121”.

Misteri attorno alla lunga latitanza del boss che ha partecipato alla strategia stragista dei corleonesi. Fatti e presenze mai sufficientemente chiariti. Come il ruolo svolto dal Antonio Vaccarino, ‘u prufessuri. Insegnante, massone della loggia “Francesco Ferrer” e sindaco di Castelvetrano. I suoi contatti con i Messina Denaro sono antichi e risalgono ai tempi della cooperativa “Mediterranea”, nella quale erano soci sia Francesco, padre di Matteo e capostipite della famiglia, che Filippo Guttadauro.

Nel 1992 viene arrestato e condannato a sei anni, ma assolto dal reato di associazione mafiosa. È un uomo border-line che entra in contatto col Sisde e per conto del servizio segreto civile si “infiltra” nell’organizzazione. Il suo ruolo non è stato mai chiarito a sufficienza e ambigua rimane una operazione che ‘u prufessuri aveva fatto per conto degli 007. Una sorta di alleanza con Matteo Messina Denaro per la realizzazione di un’area di servizio presso il parcheggio Costa Gaia sulla A29, e per  l’accaparramento di appalti dell’Anas grazie all’appoggio di una serie di politici.

Arresti a TrapaniPer Matteo Messina Denaro, che nei pizzini si firma Alessio, il massone 007 è Svetonio. Con questo nome Vaccarino titola addirittura un libro, “Lettere a Svetonio”, quando viene svelato il suo doppio gioco. ‘U Siccu non ci vede più dalla rabbia e, per la prima volta in vita sua, non manda pizzini, ma scrive una lettere e la firma.  “Ha buttato la sua famiglia in un inferno… la sua illustre persona fa già parte del mio testamento… in mia mancanza verrà qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti…”.

Il boss controlla tutto sul suo territorio. E “chiede il pizzo del 3% alle imprese che vengono da fuori”, dice il capo della Mobile Linares. Chi si oppone rischia la pelle. Come Pasquale Calamia, consigliere comunale del Pd a Castelvetrano, che a novembre del 2008 rilascia interviste e parla in Consiglio comunale augurandosi la cattura del boss. La sua casa al mare viene ridotta a un cumulo di cenere. E un “amico” gli telefona: “Ti basta questo?”.