Cosa Nostra e Matteo Messina Denaro: ai mafiosi l’euro non piace neppure

EuroSono numerosi i faldoni con le intercettazioni trascritte dei diversi colloqui che gli investigatori hanno ascoltato in alcuni anni di indagine, dentro questi verbali, appartenenti all’operazione «Golem 2», anche gli sfoghi che possono appartenere anche a semplici cittadini, e così un giorno mentre parlavano di raccogliere soldi, con le estorsioni, per fare fronte a tutta una serie di esigenze, anche pagare gli avvocati di alcuni mafiosi detenuti, si è ascoltato che anche per i mafiosi la nuova moneta, l’euro, è stata fonte di guai: «Da quando c’è l’euro non si ragiona più…».

Uno dei soggetti maggiormente attrezzati a riscuotere il «pizzo» sarebbe stato il campobellese Filippo Sammartano, a sentirlo lui aveva le idee chiare su dove il denaro dovesse finire: «…di chiesa ce ne è una e di santo ce ne è uno». E mantenendo espressioni all’apparenza solo di carattere religiose aggiungeva che lui «un angioletto a disposizione lo aveva», «ce l’ho un angioletto da quelle parti», ovvio che le metafore religiose nascondevano altro, considerato che Sammartano pare non abbia mai varcato il portone di una chiesa e l’argomento delle discussioni erano sempre quelle di fare incetta di denaro, magari «coprendola» con maxi vendite di colombe pasquali.

La mafia che fa i patti con lo Stato? Può essere vero perché a raccontare come funzionano determinati meccanismi sono gli stessi mafiosi che parlano a ruota libera convinti che non possano essere intercettati. Oppure le loro mogli che tra una chiacchiera e l’altra si dimostrano bene informate dei fatti. L’immagine che emerge è quella che comunque Cosa Nostra anche quando perde vuole dare di se una immagine di invincibilità e così se un boss viene catturato è perchè, si sente dire, qualcuno l’ha deciso. Il «messaggio» che si vuol far passare è quello di uno Stato mediocre e di una mafia forte.
«Quando i politici al potere si sono stufati danno lo sta bene di fare l’arresto, danno le investigazioni agli sbirri, compresi i magistratini, magistratoni, perché poi vanno in giro, tornaconto, promozioni, soldi… e li vanno a “pescare” perché sono, hanno…sanno di tutto e di più! Tanto è vero che quando hanno voluto hanno preso a Riina, quando hanno voluto hanno preso Provenzano».

A parlare sono due donne, una, Maria Merli, è moglie di un indagato, Baldassare Bruno, «segretario particolare» dell’imprenditore Giuseppe Grigoli, a capo di un impero commerciale per conto, secondo la Procura, del boss latitante Matteo Messina Denaro. Le due donne mettono in relazione gli arresti dei capi mafia con la scarcerazione del figlio di Totò Riina, Giovanni: «Lo capisci perché sta avvenendo questa cosa…adesso ci sarà la successione, le ammazzatine, ne sentirai di numeri!».

Le intercettazioni poi svelano una particolare attività e con essa il legame che non era sconosciuto tra Grigoli e la mafia. Il figlio di Baldassare Bruno, Pietro, pochi giorni dopo l’arresto di Grigoli, si è occupato di «tirare fuori» da internet tutto quello che riguardava Matteo Messina Denaro e le notizie sull’arresto di Grigoli, per vedere cosa era stato scritto, comunicando i risultati al padre:«Ieri ho fatto uscire, dal computer, ho fatto uscire 14 mila dossier dal computer ho fatto uscire! Minchia la fotografia sua pure c’è! Minchia internet pieno! Digitavo nel web “Giuseppe Grigoli” minchia e mi è uscito…ci saranno più di trecento fascicoli!… Mah! C’è Matteo che dice che a Grigoli lo chiamava “paesano”!».