L’Emilia Romagna e la Mafia

Bologna. Vista.

Bologna. Vista. (Luca Zappacosta)

Si è parlato di “rito ambrosiano”, quello delle tangenti al potere politico dell’epoca di Mani Pulite. Di “rito mafioso”, caratterizzato dalle intimidazioni della criminalità organizzata, sottoforma di imprenditoria, nei confronti del potere politico e amministrativo. Ma esiste un terzo rito, ancora più potente e infiltrato nel territorio: quello emiliano, dove politica, imprenditoria e amministrazione sono un unico ceppo. Un’unica grande famiglia, all’interno della quale le storie dei principali protagonisti non sono altro che un continuo passaggio dal mondo politico a quello imprenditoriale.

Bologna e l’Emilia Romagna vengono considerate delle verginelle. Qui, per molti, la mafia non esiste. Di sangue non se ne vede. Ma il denaro circola a fiumi. Dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Campania accorrono le più potenti famiglie mafiose per riciclare i loro guadagni.

Nel 1995 la Dia e il Ministero degli Interni hanno rivelato la presenza di 32 clan attivi in Regione, con un numero superiore a 2300 boss. Il territorio nel corso degli ultimi trenta anni è notevolmente trasformato, ed assorbe in maniera sempre più costante il crimine organizzato.

Già negli anni novanta i boss Spatola e Contorno dicevano che Bologna era in mano ai Corleonesi. Riina e Provenzano utilizzavano questi territori come luogo di incontro, soprattutto a San Giorgio di Piano. Ma non c’è solo Cosa Nostra.

Michele Zagaria, boss del clan camorristico dei Casalesi, determina appalti in tutta l’Emilia Romagna grazie al suo potere economico.

La Regione è stata travolta anche dall’affaire Cosentino, il sottosegretario all’Economia del Pdl, raggiunto da un’ordinanza d’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa. Il tutto ruota intorno alla più importante società per azioni controllata dai comuni rossi, Hera spa, una società molto vicina alla famiglia del sottosegretario, e coinvolta, probabilmente, in operazioni d’affari legati alla camorra. Ma a Bologna sembra non se ne voglia parlare. Un taboo che solo in pochi hanno provato ad abbattere.

E anche la ‘ndrangheta regna sul territorio. Il clan Nuvoletta, legato a Icla di Napoli, ha un legame storico con la città. Nel 1992, insieme al Consorzio cooperative costruzioni, ristrutturò il parco urbano di Piazza Maggiore. Uno dei tanti appalti ottenuti in Regione.

Un nuovo “rito” cresce silenzioso in quella città che nel mondo ha rappresentato  non solo “la dotta” e “la ghiotta” ma l’esempio di una politica fatta di etica e di uomini integri.