Gli strani misteri di Dell’Utri. L’inchiesta di Reggio Calabria

(Tratto da L’Unità –  25 luglio 2008 – pubblicato nell’edizione Nazionale in Prima pagina)

La cosca Piromalli – stiamo parlando di mafia storica – aveva due problemi che assillavano il suo Gotha: tirar fuori dal carcere duro, il «41» come lo chiamano i boss, Pino «facciazza», il capo, e assicurare una qualche forma di impunità a suo figlio Totò, reggente della «famiglia». Per questo avevano scelto un «consigliori» d’eccezione, Aldo Micciché. Il signor Micciché, calabrese di Marapoti, è il prodotto tipico della malapolitica della Prima Repubblica. Segretario della Dc a Reggio negli anni Settanta è stato consigliere provinciale a Roma, quando ha potuto ha rubato su tutto, anche – negli anni Ottanta era un obbligo – sui prefabbricati destinati ai terremotati dell’Irpinia.
Abile truffatore, riuscì a fregare anche quelle pellacce della Banda Della Magliana presentandosi come senatore e promettendo, così racconta Maurizio Abbatino, di «aggiustare» un processo.

Inseguito da condanne per un totale di anni 25, da tempo si è rifugiato in Venezuela, senza mai perdere, però, i contatti con la ‘ndrangheta, con la massoneria e con gli ambienti politici italiani. Tante le conoscenze che vantava con i suoi amici mafiosi: da Emilio Colombo a Clemente Mastella, dall’Udc Tassone («è a nostra disposizione») fino a Marcello Dell’Utri. Col senatore aveva una qual certa familiarità, documentata dai voluminosi atti dell’inchiesta della procura di Reggio Calabria sulla ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro.
Per la verità il senatore bibliofilo ha sempre negato di avere rapporti stretti con Micciché. Quando a metà aprile filtrarono le prime indiscrezioni, Dell’Utri disse di conoscerlo appena. «È una persona con la quale ero in contatto qualche mese fa per ragioni di energia. Lui si occupa di forniture di petroli. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite». Tutto qui: una conoscenza occasionale. Anche ieri, sul «Corriere della Sera», il senatore ha minimizzato. Eppure lo scenario che viene fuori dall’inchiesta di Reggio parla d’altro: di un rapporto più stretto, addirittura confidenziale.

Dell’Utri chiama Micciché in Venezuela (è il 12 dicembre 2007) e gli parla di un viaggio che suo figlio Marco dovrà fare a Caracas. Il faccendiere è entusiasta della visita: «Non vedo l’ora, ma si deve mettere a lavorare presto, che stiamo facendo cose serie e non dobbiamo perdere di vista il mercato dell’America Latina». Poi i due parlano di «azioni» e di politica. Micciché promette qualcosa come 40mila voti nella Provincia di Reggio, c’è solo un piccolo screzio, una candidatura. Evidentemente poco gradita ai suoi referenti a Gioia Tauro. «Quelli che gli possono dare la copertura completa (al candidato, ndr), le cose nostre sono segrete, ricordatelo, sono le persone che tu hai ricevuto (Lorenzo e Gioacchino Arcidiaco, due aderenti alla cosca Piromalli, ndr), mi hai capito o no che erano contro di lui?». Il senatore evidentemente non ha capito: «Ma si sono appaciati o no?». E qui Micciché perde la pazienza e prende a male parole Dell’Utri: «No, quale si sono abbracciati, appaciati, si sono appaciati il cazzo».

Altro che petrolio, Micciché e gli uomini che colloquiavano col senatore Dell’Utri parlavano di voti e di «circoli della Libertà», da organizzare in Calabria e a Milano, quartier generale al Nord delle maggiori ‘ndrine. «Noi abbiamo una torma di calabresi pronti a votare».

Nell’inchiesta reggina il senatore dell’Utri non è indagato, è persona informata sui fatti. Ma dei fatti – la conoscenza e i rapporti con Micciché, gli incontri con pezzi della cosca Piromalli, Arcidiaco e Totò Piromalli, il figlio del capo – il senatore non ha mai parlato con i pm. Troppi impegni parlamentari, non c’è stato il tempo di chiarire i suoi rapporti con un personaggio «simbolo del perfetto strumento della cosca mafiosa», scrivono i magistrati. «Persona che qualunque altra timorata delle leggi dovrebbe tenere alla larga. Ed invece, nella realtà è il contrario».

Il senatore sarà nuovamente convocato alla chiusura estiva delle Camere, forse troverà il tempo per spiegarsi e farci capire i suoi rapporti con Micciché. «Un cittadino – lo ha definito l’11 aprile – che vive da molti anni in Venezuela, con famiglia. Non vedo cosa ci sia di strano». I magistrati della procura di Reggio, come si è visto, di stranezze ne hanno colte tante.