Con “Malitalia” (Rubbettino), Laura Aprati ed Enrico Fierro radiografano un Paese tarlato dalla malavita

(di Annamaria Barbato Ricci)

Con un compendio di testimonianze, un coro greco che fa da contrappunto all’affresco inquietante, devastante, scoraggiante dell’Impero del Male che strangola col malaffare un intero Paese – il nostro, e chi se no? – Laura Aprati ed Enrico Fierro hanno composto un puzzle le cui schegge discontinue ci arrivano quotidianamente dalle cronache di quotidiani e TV.

Lo hanno fatto con “Malitalia – Storie di mafiosi, eroi e ‘cacciatori’”, edito da Rubbettino, unendo la parola scritta ad un emblematico dvd e raggiungendo appieno il loro intento di iniettare un reagente per colorare – di rosso sangue, naturalmente – le ombre soffocanti ed impalpabili, ormai impastate nella realtà quotidiana, della criminalità organizzata.

Che si chiami mafia, ‘ndrangheta, camorra; che presidi un territorio o ampli il proprio raggio d’azione persino all’estero, la malavita che fece mettere allo Stern in copertina un mite e fumante piatto di spaghetti condito con un’arma da fuoco (altrettanto fumante), quasi a sostituire lo Stellone dello Stemma nazionale, è un soggetto pervasivo e paralizzante; una sorta di sanguisuga che succhia la vita normale del Paese trasformandola in un veleno devastante.

Il libro, introdotto da Franco di Mare – napoletano e inviato di guerra: una scelta indovinata, perché v’è conflitto permanente fra lo Stato e l’antiStato – si apre anche con un’eccellente e pedagogica testimonianza di Don Luigi Ciotti. Di lui, scippando lo slogan della FIAT si potrebbe dire che “la passione lo guida”, ma, naturalmente, si tratta di una passione civile, che riesce a far combaciare dottrina cristiana ed etica laica.

Poi le voci dei giornalisti: orchestrati da Laura Aprati ed Enrico Fierro con alcuni loro assolo personali o in tandem, parlano di “Storie di Sicilia” Rino Giacalone e Salvo Palazzolo; di “Storie di Calabria” Angela Corica (tenerissima giovane giornalista d’assalto, coraggiosa e fragile al tempo stesso); di “Storie di Campania” Titti Beneduce e Alessandra Barone.

Ma la malavita italiana prende il jet e investe ovunque, ha l’ambizione di globalizzarsi con un personale WTO; è per questo che nel libro si parla anche di “Boss Globali” (a Duisburg cadde un altro muro, esordì il metodo delle spedizioni punitive oltreconfine) affidando il compito di raccontarceli ad Aart Heering (Olanda); Petra Reski (Germania) e Sanja Mihaljinac (Balcani).

Suggella l’opera la postfazione del Procuratore Generale Antimafia Pietro Grasso. “Fino in fondo”, l’ha intitolata: ma dal leggere l’opera – patrocinata dal Libera di don Ciotti e dalla Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro – questo fondo sembra montato su uno strano marchingegno che arretra appena le Forze dell’Ordine sembrano aver fatto piazza pulita dei cosiddetti vertici.

Prima di Al Qaeda, sono stati gli strateghi della mafia ad “inventare” la guerra liquida, che s’insinua in mille rivoli paralizzando le attività vitali e di sviluppo di una Nazione. Ad appestare l’aria, micronizzando l’accettazione di una mentalità acquiescente anche in chi non direttamente si schiera dalla loro parte.

Ed a invischiare i decisori pubblici in un gioco di specchi di responsabilità, complicità, minacce, tornaconti personali.